MICHAEL DAVID LUKAS.
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L'INDOVINA DI ISTANBUL.
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Titolo originale: The Oracle of Stamboul.
Traduzione di: ELISA BANFI.
2012. Longanesi Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Una bambina dall'intelligenza prodigiosa. Che sa incantare tutti, persino il sultano. Una bambina che cambier per sempre il destino di un impero.
1877, Costanza, sulle sponde del Mar Nero:  una notte di guerra e di razzia, ma anche di speranza. Mentre una divisione di cavalleria dello zar semina il terrore in citt, nella casa di
un venditore di tappeti ebreo viene alla luce una bambina. Si chiama Eleonora, e un'antica profezia prefigura per lei un destino straordinario.
Eleonora cresce senza la madre e con un padre amorevole ma spesso assente, che la affida a una matrigna rigida e repressiva. Niente per pu impedirle di mostrare il suo talento: a soli sei anni Eleonora ha una memoria prodigiosa e una grande abilit nel far di conto, ma soprattutto vive per i libri.  nei libri, e nelle diverse lingue in cui sono scritti e che lei impara senza alcuna difficolt, che Eleonora trova il suo destino.
Un percorso avventuroso, costellato di entusiasmi ma anche di tragedie, la porter fino a Istanbul, maestosa capitale di un impero ormai in disfacimento, e quando inizier a spargersi la voce dei suoi talenti, la ragazzina varcher la soglia del palazzo del sultano, legando cos indissolubilmente il suo destino a quello di un impero.
Un'ambientazione storica accurata e ammaliante, l'incanto di una scrittura fuori dal tempo: L'indovina di Istanbul  un felicissimo esordio letterario capace di ricostruire il fascino di un
mondo perduto attraverso gli occhi di una bambina indimenticabile.
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L'AUTORE.
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MICHAEL DAVID LUKAS  nato a Berkeley, California, nel 1979.  specialista in lingua e cultura araba, ha studiato in Turchia, Tunisia, Israele per poi laurearsi negli Stati Uniti.
L'indovina di Istanbul  il suo primo romanzo.
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L'INDOVINA DI ISTANBUL
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Ai miei fratelli - Adam e Anna, Coleman e Allison per avermi ricordato quali sono le cose che contano; e a Haley, per tutto.
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Oh, Stanbul! Tra tutti i nomi che ancora mi affascinano, questo  sempre il pi magico.
Pierre Loti.
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CAPITOLO 1.
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Eleonora Cohen venne al mondo un gioved, nella tarda
estate del 1877. Chi quella mattina si era alzato presto,
avrebbe ricordato uno stormo di upupe viola e
bianche che roteavano sopra il porto: tracciavano un
cerchio e poi sfrecciavano via in tutte le direzioni, dando
l'impressione di voler rammendare uno strappo nel
firmamento. Che ci fossero riuscite o no, alla fine rallentarono
le repentine discese e presero posto in citt,
sui gradini del tribunale, sul tetto di tegole rosse dell'Hotel
Costanza e sul campanile della chiesa di San
Basilio. Si appollaiarono sulla lanterna del faro, sul minareto
ottagonale della moschea, sul ponte di prua di
un piroscafo che sbuffava nuvole di fumo in un cielo
altrimenti limpido. Ricoprirono la citt come una glassa,
decorarono le gronde della dimora del governatore e
si distribuirono in un generoso strato sulla cupola dorata
della chiesa. Sugli alberi attorno alla casa di Yakob
e Leah Cohen, le upupe sembravano particolarmente
vivaci: chiacchieravano, battevano le ali e saltellavano
da un ramo all'altro come una folla di contadini radunati
ai margini delle strade della capitale per una parata
imperiale. Le upupe avrebbero potuto essere considerate
un segno di buon auspicio, non fosse stato per gli
sfortunati eventi che coincisero con la nascita di Eleonora.
Quella mattina presto, la Terza divisione di cavalleria
dello zar Alessandro II cal da nord e si assembr in
cima a una collina sovrastante la piazza della citt: 612
uomini, 537 cavalli, tre cannoni, una ventina di smorte
tende grigie, una cucina da campo e il vessillo a strisce
gialle e nere dello zar. Avevano cavalcato per quasi due
settimane con razioni ridotte e ben poco riposo, attraverso
Chilia, Tulcea e Babadag, le paludi di mirtilli del
delta del Danubio e i vasti campi di grano lasciati a
maggese dall'inverno. La loro meta ultima era Pleven,
una stazione commerciale nel cuore della pianura danubiana,
dove settemila soldati ottomani comandati
dal generale Osman Pasci stavano opponendo resistenza.
Sarebbe stata una battaglia importante, forse
avrebbe perfino rappresentato una svolta nella guerra,
ma Pleven distava ancora dieci giorni e gli uomini della
Terza divisione erano irrequieti.
Distesa ai loro piedi come una tavola imbandita a festa,
Costanza era stata lasciata quasi del tutto priva di
difese. A non pi di una decina di metri dalla cima del
colle giacevano le rovine dell'antica muraglia romana.
Nei secoli trascorsi quelle pietre rosate avevano protetto
la citt dai cinghiali, dai banditi e dai barbari della
Tracia che periodicamente tentavano incursioni sul suo
porto. Ricostruita due volte dai romani e un'altra dai
bizantini, all'arrivo degli ottomani nel quindicesimo
secolo, la muraglia si trovava in uno stato di completo
abbandono. E i nuovi dominatori avevano lasciato che
si sgretolasse, riutilizzando le pietre migliori per la costruzione
di strade, palazzi e altre mura attorno a citt
pi strategiche. Se si fosse pensato a restaurarla, avrebbe
potuto proteggere Costanza dalla brutalit della
Terza divisione, ma ormai, ridotta a un rudere, non
rappresentava che un inciampo.
Per tutta la mattina e fino al tardo pomeriggio, i soldati
dello zar imperversarono nelle strade rompendo le
vetrine dei negozi, terrorizzando i cani randagi e abbattendo
tutte le statue che trovarono sul loro cammino.
Appiccarono il fuoco alla dimora del governatore, saccheggiarono
il tribunale e frantumarono la vetrata colorata
sopra il portone della chiesa di San Basilio. La
bottega dell'orafo fu depredata, quella del ciabattino ripulita
e la drogheria insozzata con uova rotte e t. Nel
negozio di tappeti di Yakob Cohen frantumarono la
vetrina e forarono una parete con le baionette. A eccezione
della chiesa, che alla fine della giornata era indenne
come se Dio stesso l'avesse protetta, l'unico edificio
cittadino sopravvissuto, incolume, alla Terza divisione,
fu la biblioteca. Non certo per rispetto del sapere. La
biblioteca di Costanza dovette la sua sopravvivenza
unicamente al coraggio del custode. Mentre i suoi concittadini
si rifugiavano sotto i letti o si stringevano insieme
in seminterrati e sgabuzzini, il bibliotecario si
piazz impavido sulla scalinata del suo dominio reggendo
alta sopra la testa una logora copia di Evgenij
Onegin, come un talismano. Sebbene la quasi totalit
della Terza divisione fosse analfabeta, i soldati sapevano
riconoscere dalla forma i caratteri cirillici e ci, a
quanto pare, bast a fargli risparmiare l'edificio.
Nel frattempo, in una casupola di pietra grigia presso
la sommit del colle orientale, Leah Cohen era in preda
alle doglie del parto. Il salotto odorava di amamelide,
alcol e sudore. Il baule della biancheria era spalancato e
sul tavolo erano accumulate lenzuola macchiate di tintura
di iodio. Dal momento che l'unico medico della
citt era impegnato in ben altre faccende, Leah era assistita
da due levatrici tartare che vivevano in un villaggio
nelle vicinanze. La provvidenza le aveva guidate fino alla
soglia dei Cohen proprio quando c'era pi bisogno
di loro. Sostenevano di aver letto i segni: frotte di cavalli
al galoppo, stormi di uccelli riuniti a convegno, la
stella polare in allineamento con la luna. Era una profezia,
dissero, che il loro ultimo re aveva pronunciato
sul letto di morte, ma non c'era tempo per spiegare.
Chiesero di essere accompagnate in camera. Si fecero
dare lenzuola pulite, alcol e acqua bollente. Quindi si
chiusero la porta alle spalle. Ogni venti minuti circa,
la pi giovane delle due sgattaiolava fuori con un paiolo
vuoto o un carico di lenzuola sudice. Ma a parte quelle
brevi scorrerie, la porta restava serrata.
Senza niente da fare e null'altro a occupare i suoi
pensieri, il marito di Leah, Yakob, si lasci prendere
dalla preoccupazione. Uomo corpulento con una chioma
nera ribelle e lucenti occhi azzurri, pass il tempo a
tormentarsi la barba, a spulciare ricevute e a caricare la
pipa. Di tanto in tanto udiva un grido, smorzati incoraggiamenti
a spingere o il rumore lontano di spari e
delle incursioni della cavalleria. Non era un uomo particolarmente
religioso n superstizioso. Tuttavia prese a
mormorare ci che ricordava delle preghiere per la nascita,
toccando ferro tre volte di seguito per tener lontano
il male. Ce la mise tutta per non preoccuparsi ma
che altro poteva fare un futuro padre in attesa?
Appena dopo il tramonto, all'ora eterea in cui il cielo vira al buio passando per il viola, le upupe tacquero.
Gli spari cessarono e il frastuono degli zoccoli scem
fino a svanire. Fu come se il mondo intero si fosse fermato
a riprendere fiato. In quel momento dalla camera
da letto si ud un gemito esausto, seguito da uno schiaffo
polposo e dal pianto di un neonato. La levatrice pi
anziana, la signora Damakan, emerse con in braccio un
fagotto. A eccezione dei tenui gorgoglii infantili, la casa
era silenziosa.
Grazie a Dio sussurr Yakob chinandosi a baciare
in fronte sua figlia. Era magnifica, genuina e raggiante
di nuova vita. Fece per prenderla tra le braccia ma la
levatrice lo ferm.
Signor Cohen.
Lui le guard la bocca, una linea tesa.
C' qualcosa che non va.
Leah non aveva smesso di sanguinare. Era debolissima.
Soccombette poche ore dopo il parto. La sua ultima
parola fu il nome della figlia neonata e mentre lo
pronunciava le cateratte del cielo si aprirono.
Fu un diluvio come nessuno a Costanza ne aveva
mai visti, un interminabile susseguirsi di pioggia e tuoni
a fiumi, ondate, cortine che soffocarono fuochi, cancellarono
strade e avvolsero la piazza cittadina in un
manto di fumo umido. Al culmine della tempesta, le
upupe si nascosero negli androni dei palazzi e negli incavi
degli alberi morti. Gli uomini della Terza divisione,
in compenso, si diressero a sud verso Pleven, i loro
bottini assicurati alla groppa dei cavalli come nidi di
ragno. Piovve ininterrottamente per quattro giorni, durante
i quali la signora Damakan e la levatrice pi giovane,
sua nipote, si presero cura della neonata. Leah fu
sepolta in una fossa comune insieme a una decina di
uomini uccisi per aver cercato di difendere i propri beni.
La casa riecheggiava dei lamenti di Yakob. Alla fine
della settimana il porto era ingombro di rifiuti e la
piazza cittadina era cosparsa di ceneri zuppe.
Ma la vita continuava. Quando le nubi finalmente si
ritirarono, Yakob Cohen prese la diligenza per Tulcea,
dove invi due telegrammi: uno alla sorella di Leah a
Bucarest e il secondo al suo amico e socio in affari a
Istanbul, un turco di nome Moncef Barcous, che di recente
era stato insignito del titolo di Bey. Nel primo
telegramma informava la cognata della tragedia e sollecitava
un aiuto da parte sua. Nel secondo messaggio,
spedito su richiesta della signora Damakan, raccomandava
lei e la nipote per un impiego nella casa di Moncef
Bey. Come la maggior parte dei tartari che vivevano
nei villaggi attorno a Costanza, le due donne avevano
in progetto di andarsene presto a cercare una nuova vita
a Istanbul, citt pi ospitale nei confronti dei musulmani.
Nel frattempo, avevano acconsentito a stare da
Yakob e assisterlo come meglio potevano.
La risposta di Moncef Bey arriv pochi giorni dopo.
Diceva che gli avrebbe fatto piacere conoscere la signora
Damakan e che, in effetti, stava cercando una nuova
domestica.
La risposta all'altro telegramma di Yakob arriv una
settimana dopo, nella persona della sorella maggiore di
Leah, Ruxandra. Erano le sei di pomeriggio quando la
sua carrozza si ferm al porto. Ruxandra, una donna
spigolosa in abiti da viaggio e cappello di feltro verde
scuro, aveva il naso affilato, il mento sfuggente e un
neo in mezzo alla guancia sinistra che sembrava la sommit
di un vulcano sul punto di esplodere. Con il bagaglio
nella mano sinistra e un telegramma sudato e
sgualcito nella destra scese, pag il conducente e si avvi
su per la collina, verso la casa del cognato.
Salendo i gradini dell'ingresso, Ruxandra si aggiust
il cappello e si volt a guardare la patina di escrementi
di uccello che ricopriva il vialetto. Diede un'occhiataccia
allo stormo di upupe bianche e viola appollaiate sul
platano, quindi si gir verso la porta e buss. Siccome
non rispondeva nessuno, buss un'altra volta e si sporse
in avanti per sentire se all'interno ci fosse movimento.
Di nuovo nessuna risposta. Ruxandra non era tipo
da aspettare fuori, al freddo: si raddrizz il cappello ed
entr.
L'intera casa dei Cohen non era molto pi grande
della sala da pranzo della casa di Bucarest in cui Ruxandra
e Leah vivevano da bambine. C'erano tre stanze,
una dispensa, una cucina e un salotto le cui pareti, a
eccezione di un piccolo disegno a carboncino di Leah,
erano spoglie. In un angolo della stanza c'erano una
credenza e un tavolo da pranzo di betulla tutto butterato
e ingombro di piatti sporchi. Nell'altro angolo una
coppia di consunte poltrone di pelle guardava il caminetto.
Il pavimento del salotto era sommerso da un
mare di tappeti orientali, distesi senza alcun criterio riconoscibile
di colore o di stile, qua e l fino a tre strati
sovrapposti, come un'antica citt costruita sulle rovine
di civilt pi arcaiche. Oltrepassata la soglia con cautela,
Ruxandra pos il bagaglio e si chiuse la porta alle
spalle.
C' nessuno? chiam.
Yakob era seduto al tavolo, la testa fra le braccia, dietro
una pila di carte. Quando si alz per accoglierla, fu
subito evidente che l'aiuto di Ruxandra era indispensabile.
Aveva la tunica macchiata in diversi punti, la barba
incolta e gli occhi iniettati di sangue.
Ruxandra disse, sconvolto al vederla nel proprio
salotto. Prego, accomodati.
Ruxandra sfil la sedia a capotavola e si sedette.
Mi hai chiesto aiuto gli disse, lisciando il telegramma
sul tavolo a riprova. Eccomi qui.
Certo, certo rispose Yakob. Come stai?
Considerate le circostanze, sto bene. Grazie. Ma 
stato un lungo viaggio e gradirei una tazza di t.
Mentre Ruxandra parlava, la signora Damakan usc
dalla cucina camminando all'indietro con un filo che le
penzolava dalla bocca ed Eleonora in fasce tra le braccia.
Era addormentata, Eleonora, le ciglia vibranti come
ali di libellula, le manine serenamente strette al centro
del petto.
Ha la bocca di sua madre disse Ruxandra chinandosi
sopra il fagottino. Poi alz lo sguardo. Lei dev'essere
la balia.
S, in un certo senso disse Yakob. La signora
Damakan e sua nipote hanno assistito al parto e sono state
cos gentili da prestarmi aiuto finora.
Capisco disse Ruxandra. La signora Dalaman,
giusto? Vi dispiacerebbe prepararmi una tazza di t?
Forte, per piacere.  stato un lungo viaggio.
Ruxandra si rimise a sedere e guard la signora
Damakan uscire dalla stanza.
Di solito disse Ruxandra preferisco arrivare al
punto nel modo pi diretto, anche se non sempre 
il pi educato. E una cosa di me che devi sapere.
Yakob annu.
Ho ricevuto il tuo telegramma cominci. E sono
venuta a offrire l'aiuto che hai chiesto. Sono disposta
a rimanere a Costanza per almeno un mese, per occuparmi
della casa e delle faccende domestiche in generale.
Si guard attorno.
Hai detto che la signora Dalmatian sta per partire?
S rispose Yakob, lei e sua nipote si trasferiscono
a Istanbul.
Citt sudicia comment Ruxandra con sdegno.
Piena di turchi.
Sono turche pure loro disse Yakob. Tartare, per
essere precisi.
Non  importante replic Ruxandra. Tanto
stanno per andarsene, no?
Avrebbero in programma di partire alla fine della
settimana, ma non hanno ancora stabilito nulla di preciso.
Come ti dicevo prosegu Ruxandra, mi sta bene
fermarmi un mese, magari anche due, per darti l'aiuto
necessario. Tuttavia, se desideri che mi fermi pi di
qualche mese, ritengo che dovremmo sposarci.
Ruxandra era sempre stata, delle due sorelle, quella
che si era sacrificata di pi, la pi ligia ai doveri filiali.
Aveva assistito i genitori nella malattia e nella vecchiaia,
fino alla morte, mentre la sorella minore era andata
a scuola e si era sposata. Alla morte del padre, poco
pi di un anno prima, Ruxandra era pericolosamente
vicina ai trentanni, provata dalla vita e colma di risentimento.
Nonostante la cospicua dote ereditata, non
era riuscita a trovarsi un buon partito. Ormai non aspirava
certo al romanticismo. Voleva solo un focolare e
un marito come si doveva con cui scambiare due parole
dopo cena.
Spero che non ti offenderai disse Yakob dopo un
lungo silenzio se mi riservo di rispondere dopo che
avr avuto modo di rifletterci.
Niente affatto.
E le tue cose? E tutto l?
Ruxandra sorrise e guard il piccolo bagaglio rivestito
di cuoio appoggiato contro i suoi stinchi.
Non c' bisogno che te ne preoccupi gli disse.
Ho gi pensato a tutto io.
La mattina dopo arrivarono da Bucarest due bauli
da viaggio e Ruxandra cominci a sistemarsi. Dopo
averli vuotati nella cameretta, reclut la nipote della signora
Damakan per aiutarla a dare una bella pulita alla
cucina, a lavare i vetri, a battere i tappeti, a spolverare
le librerie e a spazzare il caminetto. Quando ebbero terminato,
Ruxandra lav il vialetto di accesso e cerc di
scacciare lo stormo di upupe che si erano stabilite sul
platano accanto alla casa. Eppure, per quanto agitasse
le mani, per quanti sassi scagliasse, le upupe erano affezionate
al loro trespolo. E tre giorni dopo il vialetto
era di nuovo ricoperto di escrementi. Nonostante quella
piccola seccatura, Ruxandra si adatt bene alla situazione.
Cucinava, puliva e, quando la signora Damakan
e sua nipote erano impegnate coi preparativi per il loro
viaggio verso sud lungo la costa del mar Nero, si prendeva
cura di Eleonora. Con la partenza delle levatrici,
alla fine della sua seconda settimana a Costanza, Ruxandra
si fece carico di tutte le faccende domestiche.
Alla fine della terza settimana, Yakob buss alla porta
della sua camera per dirle che, nell'interesse di tutte le
persone coinvolte, anche a lui pareva meglio sposarsi.
La cerimonia fu celebrata a Tulcea, dal momento
che alla sinagoga di Costanza erano ancora in corso
le riparazioni. Yakob e Ruxandra si portarono sul davanti
della sala con il rabbi, un giovane con una folta
barba rossa. I due fratelli minori del rabbi fecero da testimoni
mentre, in fondo alla sala, Eleonora piangeva
in braccio a sua moglie. Dopo la cerimonia Yakob si
occup di un affare a Tulcea, poi gli sposi tornarono
a Costanza con la diligenza delle sei, seguiti a rispettosa distanza dalle upupe.
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CAPITOLO 2.
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Il sultano dell'impero ottomano, servitore delle due citt
sante, califfo dell'Islam, guida dei credenti e supremo
sci di vari regni, sua eccellenza Abdul Hamid II
aveva lo sguardo fisso al mare verde e blu dell'incastro
di piastrelle sul soffitto, mentre il barbiere di palazzo
gli insaponava il viso. Da una stanza vicina si udivano
le note pizzicate di un ud e il languido chiacchiericcio
delle concubine. Un bulbul cantava nella sua gabbietta
e, filtrato dall'intarsio del graticcio, il sole di met mattina
si accumulava ai suoi piedi. Abdul Hamid chiuse
gli occhi e, inalando il profumo di gelsomino del sapone,
sent la lama risalirgli lungo il collo.
Tutte le mattine, da trent'anni, era quell'uomo a
sbarbare Abdul Hamid, fin da quando i primi ciuffetti
virili erano spuntati sul reale mento. Aveva gi prestato
servizio alla corte di suo padre per sette anni. Era anziano,
il barbiere, ma la sua mano era ferma come quella
di un calligrafo e, anche dopo tutti quegli anni di mestiere,
si apprestava alla rasatura mattutina come se fosse
il compito pi importante della sua vita. Abdul Hamid
apprezzava moltissimo la sua solennit. Con gli intrighi
e le cospirazioni che avviluppavano il palazzo, bisognava
potersi fidare ciecamente del proprio barbiere.
Non sarebbe stata la prima volta che un membro della
corte del sultano tentava il regicidio. Infatti tre suoi
lontani parenti - Muraci II, Duzme Mustafa e Ibrahim I
- erano stati assassinati da persone del loro entourage
credute devote: Murad dal suo cuoco, Mustafa da una
guardia del corpo e Ibrahim dal barbiere.
Abdul Hamid apr gli occhi e guard il barbiere pulire
la lama su una striscia di cuoio. Richiudendoli
sprofond ancora di pi nella poltrona, si immerse nella
musica lontana dell'ud come in acqua di mare.
Quelle corde esprimevano una tale tristezza, anni su
anni di dolori. Era stato al-Farabi, se non ricordava
male, a riferire dell'invenzione dell'ud, il cui collo curvo
si ispirava a uno scheletro appeso a un carrubo. Di
chi fosse lo scheletro, Abdul Hamid non lo ricordava;
di Lamech o forse di uno dei figli di No. In ogni caso
era uno strumento antico, radicato nel dolore.
Nel bel mezzo di quei pensieri, il sultano percep
una presenza incombente.
Vostra eccellenza?
Era il gran visir, Jamaludin Pasci, rosso in viso per
lo sforzo, i baffi decorati da qualcosa che sembrava proprio
un filamento di saliva.
Vostra eccellenza disse, sfregandosi la bocca. Sono
spiacente di interrompere la rasatura ma ho ricevuto
una notizia alquanto preoccupante.
Prego disse il sultano, indicando al barbiere di
continuare. Le notizie dai miei domini non sono
mai un'interruzione.
Vostra eccellenza, Pleven  caduta in mano ai russi,
tre giorni fa. Osman Pasci e i suoi uomini superstiti si
sono ritirati a Gabrovo.
Era davvero una notizia molto preoccupante, non
particolarmente sorprendente ma comunque un bel
guaio. Il sultano sospir e guard con la coda dell'occhio
il barbiere strappargli i peli sugli zigomi. Pleven
era l'ultima di una lunga serie di imbarazzanti disfatte.
Era verosimile che comportasse la fine della guerra e
quindi un'altra conferenza delle grandi potenze e un'altra
scusa per spartirsi il suo impero. Non che gli dispiacesse
perdere il controllo della Bulgaria o della Romania.
Avrebbero potuto sprofondare, per quanto gliene
importava, come del resto la Grecia e i Balcani. Non
erano i territori che lo preoccupavano, ma la vergogna,
erano le ganasce schiumose delle grandi potenze che
circondavano la sua casa come lupi. Della Bulgaria e
della Romania non poteva importargli di meno, ma sapeva
che non sarebbe finita l. I russi volevano Kars, i
francesi da tempo desideravano il Levante e i greci non
si sarebbero fermati, a meno di mettere le loro zampacce
sudice su Istanbul.
Osman Pasci pensa che sarebbe meglio ritirarsi fino
a Adrianopoli ma non senza la vostra approvazione.
Il sultano osserv il suo consigliere. Uomo tarchiato
con la faccia da luna piena, Jamaludin Pasci era dotato
di un naso incredibilmente grosso, sottolineato da baffi
leggeri e affiancato da occhi che sembravano tratti affrettati
di stilografica.
Qual  la vostra opinione?
In questo caso, devo concordare con Osman Pasci.
Adrianopoli  il luogo ideale da cui difendere la
capitale, se ce ne fosse bisogno. E ho paura che possa
accadere.
 la vostra opinione.
E la mia opinione, vostra eccellenza. Non posso
darvene altre.
Era quello il grave limite di Jamaludin Pasci. Sebbene
fosse di parecchio superiore al precedente gran visir,
sia per capacit sia per lealt, si faceva prendere
troppo dagli avvenimenti nel loro svolgersi, era troppo
infatuato del proprio posto nella storia. Per lui ogni rivolta
era l'inizio di una rivoluzione, ogni spia il segno
di un colpo di Stato, ogni guerra l'evento critico che
avrebbe mutato l'equilibrio del potere. Nonostante la
sua intelligenza, Jamaludin Pasci non era in grado
di guardare avanti, di considerare la sua posizione dall'esterno.
In quel caso particolare, per, aveva ragione.
Istanbul andava difesa a ogni costo.
Benissimo disse Abdul Hamid. Osman Pasci 
libero di ritirare le sue truppe a Adrianopoli o in qualunque
altro luogo, a sua discrezione. E adesso ditemi,
Jamaludin Pasci, ci sono altre notizie?
Raddrizzandosi il turbante, il gran visir diede un'occhiata
al taccuino nero che teneva nel taschino e cominci
a snocciolare gli eventi del giorno prima.
Le indagini sulla rivolta degli ufficiali continuano.
Il nuovo rettore del Robert College  arrivato a Istanbul
l'altro ieri. Sono stati segnalati numerosi disordini
interni nel Sangiaccato di Novi Pazar.
La lama solletic sotto il naso Abdul Hamid, che
sbatt le palpebre per ricacciare indietro uno starnuto.
Ditemi del nuovo rettore.
In ottemperanza alla vostra richiesta, eccellenza,
abbiamo cercato di non arrecargli disturbo e di non destare
sospetti. Quindi la nostra indagine non  stata
esaustiva come avrebbe potuto essere altrimenti. Tuttavia
siamo a conoscenza dei fatti essenziali e cio quanto
segue:  nato e ha ricevuto la sua istruzione in uno Stato
chiamato Connecticut; terminati gli studi, ha accettato
un impiego all'Universit americana di Beirut, dove
 rimasto per sette anni, fino a oggi. L'ultimo incarico
che ha ricoperto  stato quello di decano degli studenti.
Il gran visir si ferm per consultare il suo taccuino.
Circolano certe voci prosegu. Ma al momento
sono del tutto prive di fondamento. Alcuni dei nostri
contatti ce l'hanno segnalato come spia americana, altri
come omosessuale.
Le due cose non si escludono l'un l'altra.
No, eccellenza, certo che no.
Sebbene sembrino entrambe poco compatibili con
la sua professione.
Infatti, eccellenza. Inoltre Madame Corvel, uno dei
nostri contatti al consolato americano, giura di averlo
conosciuto sotto un altro nome quando viveva a
New York. Purtroppo non riesce a ricordare che nome
usasse all'epoca, n in quali circostanze si siano incontrati.
Continuate a tenerlo d'occhio disse il sultano. E
avvisatemi se scoprite qualcosa di interessante.
Senz'altro, eccellenza.
Mentre il barbiere preparava un'altra bacinella di
schiuma, Abdul Hamid si appoggi allo schienale e accavall
le gambe. Nel farlo, si accorse di aver dimenticato
di togliersi le pantofole. Era un'infrazione all'etichetta,
sebbene non grave, indossare le pantofole in
quell'area del palazzo; se anche il gran visir se n'era accorto,
l'aveva tenuto per s.
Prima di prendere congedo, vostra eccellenza, c'
un'altra questione che potrebbe essere di vostro interesse.
Prego.
Ci  giunta voce che Moncef Barcous Bey abbia di
recente fondato una nuova societ segreta. Si tratta dello stesso Moncef Bey che aveva preso parte attiva ai
moti costituzionalisti scoppiati sotto il regno del predecessore
di vostra eccellenza, come ricorderete.
Moncef Bey disse il sultano, pensieroso. Il nome
non mi  nuovo. Ma pensavo che l'avessimo spedito a
Diyarbakir con un incarico di qualche genere.
 esatto, eccellenza. E forse ricorderete anche che
all'ultimo momento abbiamo cambiato la destinazione,
mandandolo a Costanza.
Che ora  sotto il controllo dei russi.
Precisamente. Purtroppo l'incarico di Moncef Bey
 terminato lo scorso anno e lui  tornato a Istanbul.
Osservando la luce intessere una trama giallo-rossa
all'interno delle proprie palpebre, Abdul Hamid annu
vago ed espir.
Conosciamo la natura di questo nuovo gruppo? 
pericoloso? O sar solo un altro circolo di letture teosofiche?
Difficile dirlo, vostra eccellenza.
Temporeggiamo, in attesa di nuovi sviluppi.
Molto bene, vostra eccellenza. Rinnovo le scuse per
aver interrotto la rasatura.
Niente di male.
Prima di congedarsi, Jamaludin Pasci forn al sultano
un'ultima informazione. Sua maest, la madre di
sua eccellenza, gli disse chinandosi a sussurrare, lo stava
cercando da tutta la mattina e sembrava piuttosto turbata.
Toccandosi la curva liscia del mento, Abdul Hamid
ringrazi il suo consigliere per l'informazione e si
alz di scatto per spostarsi in un luogo pi appartato.
Non che stesse evitando la madre. Voleva soltanto riflettere
in privato sulla caduta di Pleven e sulle sue ramificate
implicazioni prima di doversi occupare dei
turbamenti altrui. Lasciando l'ala dei bagni attraverso
una porta secondaria, il sultano aggir i giardini dell'harem,
costeggi il muro delle prigioni e attravers
le stalle settentrionali fino al cosiddetto (per ragioni a
lui oscure) giardino dell'Elefante.
La sua meta era una sottile striscia di albicocchi e
maraschi nell'angolo pi a nord del giardino, un frutteto
isolato dove andava spesso per pensare. Piantati
quasi due secoli prima su ordine del sultano Ahmed
II, negli anni gli alberi erano diventati luogo di svago
preferito da scoiattoli e uccellini. Abdul Hamid aveva
scoperto il frutteto, quasi mai frequentato da visitatori
umani, quando era un giovane principe alla corte del
padre. Adesso che era diventato sultano a sua volta,
adesso che la sua parola era legge da Salonicco a Bassora,
Abdul Hamid vi si rifugiava spesso a leggere e a
guardare gli uccelli sull'acqua.
Mentre soppesava le conseguenze della ritirata di
Osman Pasci, il sultano si scherm gli occhi dal sole
e osserv lo scintillio del Bosforo, sperando di scorgere
le cicogne o le improbabili berte. Segu uno stormo di
rondoni in volo curvilineo sopra lo stretto, dalla torre
di Galata alla nuova stazione ferroviaria Haydarpaja a
Kadiky. A parte i rondoni non c'era nulla di particolarmente
interessante, solo il consueto assortimento di
gabbiani, cormorani e rondini.
Ecco dov'eravate.
Non c'era bisogno di voltarsi. Avrebbe riconosciuto
la voce di sua madre ovunque. Eppure si volt e, baciandole
la mano, si spost per farle spazio sulla panca.
Perch, sebbene avesse interrotto intenzionalmente i
suoi pensieri, e come spesso accadeva si fosse rivolta
a lui senza il titolo che gli spettava, era pur sempre
sua madre.
Buongiorno, madre. E una mattinata splendida,
non trovate?
Splendida disse lei, restando in piedi. Vedo che
ve la stavate godendo e sono sinceramente dispiaciuta
di avervi disturbato.
Madre, sedetevi, per favore. Non mi disturbate,
anzi.
Vostra eccellenza gli disse lei, ho solo una richiesta
da nulla, poi me ne andr.
Sua madre era molto bella, anche in tarda et. Aveva
perso le forme, era ovvio, e il suo viso era segnato dalle
vicissitudini, ma il sultano riusciva ancora a scorgere
l'ombra di ci che aveva attratto suo padre con tanta
intensit.
Come sapete cominci sua madre con le mani dietro
la schiena, la prossima settimana a palazzo si terr
una cena in onore dell'ambasciatore francese e di sua
moglie.
Abdul Hamid aggrott la fronte. L'ambasciatore
francese era un uomo arrogante, le cui mire erano di
una trasparenza penosa. E sua moglie non era migliore,
un'ochetta paffuta la cui vita era spesa a organizzare feste
e a vendicare le offese ricevute in societ.
So che non avete simpatia per lui gli disse sua madre.
Ma la cena  stata rimandata fin troppo e abbiamo
bisogno di tutto l'appoggio che riusciremo a guadagnarci,
se vogliamo contrastare i russi.
 cos replic il sultano. Ne abbiamo bisogno.
Dal commento della madre non riusc a capire se le
fosse giunta voce della sconfitta di Osman Pasci a Pleven.
Tenne per s i propri pensieri, in caso non lo sapesse
ancora.
Come forse ricorderete prosegu lei, l'ambasciatore
ha un debole per il caviale Beluga. Nella corrispondenza
con me e il gran visir vi ha accennato spesso.
S, pare anche a me di ricordare qualche accenno al
caviale. Conto che alla cena in suo onore lo farete servire.
 gi sul menu, vostra eccellenza. Sfortunatamente,
per, questa mattina Musa Bey mi ha informato che in
dispensa non abbiamo pi Beluga. Ne ha ordinata una
partita, ma a causa delle ostilit nella regione la consegna
ha subito dei ritardi e non arriver fino a dopo la
festa.
Deplorevole.
Il conflitto tra sua madre e Musa Bey, il dispensiere
di corte, infuriava gi quando Abdul Hamid era un
giovane principe. Si trattava in realt di innocue scaramucce
di palazzo, una guerra di logoramento in cui
ciascuno degli avversari desiderava semplicemente affermare
la propria supremazia. Di recente il sultano
aveva cominciato a sospettare che fosse stata l'annosa
battaglia contro Musa Bey a generare in sua madre l'avversione
per gli ebrei, ma avrebbe potuto benissimo essere
il contrario.
In dispensa abbiamo dieci tolle di sterletto disse
sua madre.
Dovrebbe andar bene.
Alla peggio ce lo faremo andar bene continu la
donna. E certamente non sar la peggiore delle sciagure.
Considerando per che l'ambasciatore apprezza il
Beluga in maniera particolare e che potremmo aver bisogno
del sostegno del suo governo nel prossimo futuro,
mi chiedevo, eccellenza, se non fosse possibile scovare
qualche lattina di quel caviale nella vostra dispensa
privata. Musa Bey tuttavia mi ha negato l'ingresso, sostenendo
che per accedervi  necessaria una richiesta
esplicita di vostra eccellenza in persona.
Il sultano pass le dita sulla panca ruvida. Perch gli
sottoponevano di continuo preoccupazioni tanto triviali?
Era proprio necessario che il sultano dell'impero
ottomano si scomodasse per un po' di caviale? Aveva
cose ben pi importanti di cui occuparsi, questioni
di Stato, di guerra e di diplomazia internazionale.
Sar mia cura chiederglielo disse il sultano, cercando
di non lasciar trasparire il proprio fastidio.
Esplicitamente.
C' ancora una cosa, vostra eccellenza.
Che cosa, madre?
Le vostre pantofole disse lei, guardandogli i piedi.
Mi sembra che l'umidit del giardino le abbia rovinate.
Se desiderate che vada a prendervene un altro paio,
o che vi porti delle scarpe, non avete che da dirmelo.
No, grazie, madre. Non  il caso.
Benissimo concluse lei e, inchinandosi, si volt per andarsene.
...
.
...
CAPITOLO 3.
...
.
...
Nonostante i ripetuti tentativi di Ruxandra di scacciarle,
le upupe che avevano assistito alla nascita di Eleonora
si stabilirono definitivamente sopra un fico fuori da
casa Cohen, con il risultato che il vialetto di accesso era
sempre cosparso di una viscida patina di escrementi
verdi e bianchi. All'inizio non fu chiaro come mai lo
stormo fosse tanto determinato a occupare proprio
quell'albero, n come mai tollerasse scope, candeggina
e acqua bollente quando attorno c'erano trespoli pi
ospitali in quantit. Col tempo, per, divenne evidente
che le upupe erano in qualche modo attratte da Eleonora.
Sembrava quasi che la considerassero parte del loro
stormo, la regina senza la quale la loro vita non aveva
scopo. Dormivano quando lei dormiva, stavano di
sentinella mentre lei faceva il bagno e, quando si allontanava
da casa, un piccolo contingente la seguiva dall'alto.
Erano uccelli strani, sia per aspetto sia per comportamento,
ma alla fine entrarono a far parte della vita
quotidiana, una presenza familiare in cima al colle. Gli
abitanti della citt non gli prestavano pi attenzione
che ai piccioni in fila sulle gronde dell'Hotel Costanza,
e anche Ruxandra si rassegn a raschiare il vialetto con
acqua calda e candeggina tutte le settimane.
Forse le upupe avrebbero destato maggiore sorpresa
se Eleonora in primis non fosse stata una creatura tanto
speciale. Gi quando era in fasce, fra le braccia della balia,
si distinguevano i germogli della bellezza straordinaria
quanto schiva che sarebbe fiorita in seguito: fresche
guance colorite coronate da un nido di riccioli,
grandi occhi verdi del colore del vetro levigato dal mare
e dentini da latte come minuscoli cubi d'avorio. La
bimba, che piangeva di rado, mosse i primi passi a otto
mesi e a due anni si esprimeva con frasi compiute. Osservava
il mondo circostante con una logica, seppure
infantile, incredibilmente precisa, e l'intensit della
sua presenza, quell'indescrivibile radiosit e trasparenza
interiore, attraeva gente all'altro capo della piazza del
mercato, che si avvicinava con il solo desiderio di baciarla
in fronte. Nonostante la sua innegabile unicit,
comunque, Eleonora ebbe un'infanzia pi o meno normale,
almeno all'inizio. Le sue giornate erano scandite
dal ritmo dei pasti e del sonno e dall'esplorazione del
mondo circostante. Si divertiva a giocare con i cucchiai
di legno e le pentole in cucina o si lasciava rapire dal
disegno di uno dei tappeti del salotto.
Tra i suoi primi ricordi c'erano le storie che suo padre
a volte le raccontava dopo cena. Quando andava a
sedersi sulle sue ginocchia, la lana ruvida della sua giacca
le pizzicava il braccio. C'erano il crepitio del fuoco
che si acquietava, l'odore di pelle consunta della poltrona
e Ruxandra che rammendava in un angolo. Prima
di cominciare a raccontare, Yakob affondava la mano
in tasca, ne tirava fuori una presa di tabacco trinciato
e la premeva nella pipa con il pollice. Il fornelletto
della pipa era una fulva testa di leone, intagliato in una
pietra che si chiamava schiuma di mare. Eleonora tratteneva
il respiro mentre suo padre si levava di tasca la
scatola dei fiammiferi, ne accendeva uno e lo teneva sopra
la testa del leone, quasi che quel gesto fosse un antico
rito e loro due gli unici custodi rimasti del segreto.
Dopo due o tre tiri preparatori, suo padre le metteva la
mano sulla spalla e le domandava se aveva voglia di
ascoltare una storia. Ma certo, ne aveva sempre voglia.
Le storie di suo padre raccontavano di saggi, viaggiatori,
mercanti e giullari. Erano storie di Bucarest, Parigi,
Vienna e tutte le altre citt lontane che aveva visitato
in giovent. Citt i cui nomi erano Lanzhou, Andijan,
Persepoli e Samarcanda; citt con giardini pensili,
torri che toccavano il cielo e pi gente di quanta si potesse
immaginare; citt dove le tigri erano in agguato
nell'ombra e gli elefanti girovagavano per le strade; citt
vecchie quanto le montagne, formicolanti di magia
sia buona sia cattiva. Era stato in tutto il mondo, suo
padre, e aveva visto tanti luoghi da non riuscire a tenere
il conto, ma la sua citt preferita fra tutte era l'antico
cardine dei continenti, dimora di Io e Giustiniano,
vanto di Costantino e Selim, la perla del Bosforo, lo
sfolgorante gioiello al centro dell'impero ottomano.
La sua citt preferita era Istanbul e l erano ambientate
tutte le sue storie migliori.
A parte i racconti di suo padre, il primo ricordo di
Eleonora era un episodio avvenuto appena dopo il suo
quarto compleanno. Fu in quell'idilliaco, azzurro pomeriggio
d'inizio autunno che comprese il potere della
propria concentrazione. A piedi nudi e vestita di un
semplice grembiule di cotone rosso, Eleonora era seduta
a gambe incrociate sotto le piante di pomodoro, a
scavare una buca con le dita nella terra umida e grumosa.
Una brezza tiepida risaliva la collina, le upupe
chiacchieravano fra loro e dagli scalini sul retro si vedeva
fino a Nvodari. Aveva raccolto un insetto palla, grigio
e lucido, e lo stava guardando srotolarsi sul palmo
della mano quando sent un fruscio sul limitare del
giardino. Era un cervo che si era arrischiato a mettere
il muso fuori dal bosco. Lo guard fare un passo in
avanti dentro l'aiuola delle cipolle e poi un mezzo passo
indietro. Vedere un cervo in giardino non era inusuale
ma in quel giovane maschio c'era qualcosa che
cattur la sua attenzione. Dopo averlo osservato per
qualche momento attraverso le foglie dei pomodori,
Eleonora decise di indagare.
Lasci ricadere l'insetto palla nella buca e si alz, diretta
all'altro capo del giardino. Il cervo non si mosse,
per quanto sembrasse agitato a trovarsi cos vicino a un
essere umano. Ai margini dell'aiuola delle cipolle, a
meno di un braccio dall'animale, Eleonora ne sentiva
l'alito caldo e acre sulla fronte. Lo guard negli occhi
di granito lucidato e gli pos la mano, pian piano, alla
base del collo. Il cervo ancora non si mosse. A parte il
tremito delle sue narici e il delicato saliscendi del respiro
di Eleonora, erano entrambi immobili.
Poi, con un unico movimento, il giovane cervo arretr
e chin le corna, sollevando la gamba sinistra come
un soldato che presenti la sua arma per l'ispezione.
Eleonora not subito la causa del suo disagio e sapeva
cosa bisognava fare. Appena sopra lo zoccolo c'era del
filo spinato, un pezzo di metallo ritorto infilato in profondit
nella carne. Aveva l'aria di essersi spezzato da
una recinzione o forse da un attrezzo venatorio. Allontanandosi
una ciocca di capelli dagli occhi, Eleonora
prese l'arto infortunato ed esamin la ferita. Le vene
intorno pulsavano all'impazzata e una schiuma bianca
ribolliva contro il metallo. I peli sulla zampa del cervo
si rizzarono quando lei avvicin la mano libera. Eleonora
sbatt le palpebre e con un rapido gesto estrasse il fil di ferro.
Guardando il cervo addentrarsi nel bosco a lunghi
balzi, rabbrivid al pensiero di ci che aveva appena fatto.
Le upupe eruppero in un coro di cinguettii gutturali
sopra di lei e perfino il crepitio della sterpaglia sembrava
un applauso sommesso. L'ovazione, comunque,
era destinata a finire presto. Un attimo dopo, venne
sollevata per le ascelle e trasportata in bagno.
Non devi farlo mai pi le disse Ruxandra, sfilandole
la veste dalla testa. Se si viene a sapere...
Eleonora tutta ingobbita, in mezzo alla stanza da bagno,
aspettava che Ruxandra preparasse una salvietta.
Non l'aveva mai vista cos. Sembrava scossa, quasi spaventata.
Cosa intendi, Ruxandra? Cos'ho fatto?
Per tutta risposta, Ruxandra cominci a strofinarla
vigorosamente con la salvietta insaponata, prima le
braccia e poi le mani, soprattutto tra le dita.
Per favore gemette Eleonora. Dimmi se ho sbagliato.
Non posso diventare migliore se non so cos'ho fatto.
Ruxandra smise di strofinare.
Non  normale fare comunella con gli animali. Abbiamo
gi abbastanza guai perch siamo ebrei e tuo padre
non fa che spedire tappeti a Istanbul. Ci manca solo di attirarci ulteriori attenzioni.
Ma era ferito disse Eleonora. Aveva un pezzo di
metallo nella zampa. Voleva che lo aiutassi.
Ruxandra inzupp la salvietta nell'acqua fredda e riprese a strofinare.
Non mi interessa cosa pensi che volesse. Non voglio
pi vederti fare cose del genere. E non voglio
che lo racconti a nessuno, nemmeno a tuo padre. Ci siamo capite?
Eleonora si guard bene dal ribattere. Quando ebbero
finito con il bagno, disse a Ruxandra che le dispiaceva
molto e che non avrebbe mai pi fatto comunella
con gli animali. Immaginava che la faccenda si sarebbe
chiusa cos. E da un certo punto di vista non si sbagliava.
Sua zia non menzion mai pi quell'episodio. Tuttavia
la mattina dopo, a colazione, Eleonora non pot
fare a meno di pensare che ci fosse un nesso tra il cervo
e l'annuncio di Ruxandra. Era arrivato il momento, dichiar,
che Eleonora cominciasse a imparare le arti domestiche.
Si trattava di competenze che avrebbe messo
a frutto per tutta la vita. Le sarebbero servite a trovarsi
un buon marito. E soprattutto, l'ozio  il padre dei vizi.
Sebbene esprimendo qualche perplessit al riguardo,
Yakob deleg la faccenda a Ruxandra, la quale gli assicur
che Eleonora sarebbe stata di certo all'altezza del
compito. E cos fu deciso.
La prima lezione proclam Ruxandra sar il cucito.
Affond le mani nella tasca del grembiule e ne tir
fuori uno dei vecchi fazzoletti di Yakob, oltre a un ago
e a un rocchetto di filo.
Hai guardato bene?
Si chin sopra la spalla di Eleonora e le indic il
punto a lisca di pesce sull'orlo del tessuto. Eleonora annu.
Appoggi i gomiti sul tavolo e il mento sui palmi
delle mani.
Ripeti il motivo pi all'interno. Se hai dubbi, mi
trovi in cucina.
Eleonora guard l'ago e il filo, avviluppato come
una serpe al centro del tessuto. Non sarebbe stato affatto
divertente, ma non c'era molto da protestare. Preso
l'ago tra pollice e indice, guard fisso la cruna. Strizzando
gli occhi, con pollice e indice dell'altra mano afferr
il capo del filo. Con intensa concentrazione lo fece
passare attraverso. Una volta infilato l'ago, cucire era
facile. Attenta a non pungersi, Eleonora fece il primo
punto e tir il filo bello stretto. Poi un altro punto,
un altro e un altro ancora. Il motivo era abbastanza
semplice, le stesse due righe che si ripetevano lungo
tutto il bordo della tela. Era un lavoro noioso ma
non particolarmente difficile.
Nei mesi successivi all'episodio del cervo, la vita di
Eleonora trascorse cos: noiosa ma non particolarmente
difficile. Aiutava Ruxandra in casa, cucendo e sbucciando
verdure, spolverando e pulendo il vialetto. Il
mercoled lavavano i pavimenti, la domenica facevano
il bucato e tutti i luned scendevano al mercato, dove
Ruxandra la inizi all'arte del mercanteggiamento. Le
faccende domestiche erano meglio di quanto Eleonora
si fosse aspettata e poi, a prescindere da quello che le
toccava fare al mattino e al pomeriggio, poteva sempre
pregustarsi le sei, l'ora deliziosa a cui, immancabilmente,
sentiva lo schiocco metallico della maniglia della
porta e il cigolio di suo padre che oltrepassava la soglia.
Gli sarebbe corsa incontro, avrebbe nascosto il viso nella
sua giacca e inalato l'odore polveroso della lana misto
a carcad. In quei momenti era serena.
Fu nella primavera precedente il sesto compleanno
di Eleonora, la quale nel frattempo aveva acquisito
una certa dimestichezza con le faccende di casa, che
Ruxandra sugger di procedere alla sua istruzione. Di
quei tempi gli uomini volevano una donna che fosse
in grado di leggere e scrivere e far di conto, una donna
che sapesse gestire le spese. Yakob non vedeva nulla di
male nell'espandere gli orizzonti di sua figlia e cos fu
deciso. Cominciarono gi quella mattina con il primo
libro di lettura dell'infanzia di Ruxandra, un volumetto
verde sorprendentemente ben tenuto. All'ora di pranzo,
Eleonora aveva imparato l'alfabeto, la forma speciale
di ogni lettera e i vari suoni a cui corrispondeva in
diverse combinazioni. All'ora di cena, metteva insieme
intere frasi. E quella sera memorizz la sua prima lezione,
un brano sulle abitudini dei coccodrilli. Con le
spalle al focolare e le mani giunte sul petto, la ripet
dall'inizio alla fine per suo padre e Ruxandra.
Era tutto giusto?
Guard sua zia, che aveva seguito sul libricino.
S rispose lei, sul viso il pallore della meraviglia.
Alla lettera.
Yakob si tolse la pipa di bocca ed esamin sua figlia
con curiosit, come se avesse l'impressione di averla
conosciuta tanto, tanto tempo prima e stesse cercando di
ricordarne il nome.
Elli, quando l'hai imparata, la lezione?
Adesso, Tata, dopo cena.
Hai imparato l'intero brano dopo cena?
Eleonora guard suo padre e poi Ruxandra, e viceversa.
Ho detto qualcosa di sbagliato?
Il fuoco le riscaldava il retro delle gambe mentre
aspettava una risposta.
No, Elli. Niente affatto. Siamo solo rimasti sorpresi,
io almeno, dalla rapidit con cui hai imparato la lezione.
Non ha senso disse Ruxandra, sfogliando il libro
di letture. Avrebbe dovuto volerci quanto meno un
mese, diciamo due settimane nel caso di un bambino
molto sveglio.
Yakob aspir a fondo dalla pipa, quindi si rivolse di
nuovo a sua figlia.
Dicci come hai fatto, Elli.
Eleonora non sapeva cosa rispondere. Come spiegare
una cosa tanto semplice? Aveva imparato le lettere e,
con un minimo di concentrazione, il gioco era fatto.
Dopo che ho imparato il suono di ogni lettera
disse, allontanandosi di un passetto dal fuoco, il cui calore
era diventato fastidioso, conoscendo i suoni, ho
guardato le parole e le ho sentite dentro la mia testa.
E una volta che le ho sentite nella mia testa,  stato facile
memorizzare la lezione.
Quella notte Eleonora sent che suo padre e sua zia
litigavano. Non riusc a cogliere quello che dicevano
ma tra il pestare di pugni e lo sbattere di porte, cap che
suo padre era dell'idea di proseguire con la sua istruzione
mentre Ruxandra era sfavorevole. Il mattino dopo, a
colazione, suo padre le comunic che si sarebbe incaricato
lui della sua istruzione, mentre gli insegnamenti
domestici sarebbero rimasti compito di Ruxandra. Imburrando
un pezzo di pane, Ruxandra annu brusca. Da
quella mattina in poi le giornate di Eleonora si divisero
fra quelle due sfere. Mattine e pomeriggi continuarono
a essere occupati da aghi e fili, spolverini e spazzoloni,
mentre le serate erano interamente dedicate allo studio.
Per le prime settimane, ci consistette soprattutto
nella memorizzazione di lezioni dal libricino di lettura:
descrizioni di capitali famose, brani sulle abitudini di
vari animali e racconti di bambini che finivano col
mettersi nei pasticci. Ben presto, per, fu chiaro che
Eleonora era pronta per letture pi impegnative. Passarono
cos alla libreria nell'angolo del salotto, un imponente
mobile di olmo ornato sui due lati da gatti di
porcellana cinese. Sulle sue mensole era stipata una
molteplicit di libri rilegati in pelle rossa, blu, verde
e nera: alti, smilzi, spessi, bassi, con scritte di ogni sorta
goffrate sui dorsi. Nei sei mesi successivi Eleonora lesse
buona parte della mensola pi bassa, seduta in grembo
a suo padre che fumava la pipa e di tanto in tanto le
passava una mano fra i capelli. Lesse le Favole di Esopo,
I viaggi di Gulliver, I tre moschettieri, Robinson Crusoe
e Le mille e una notte. In aggiunta alle letture, suo
padre la introdusse alla scrittura, all'aritmetica e ai rudimenti
del turco, tutte materie che lei padroneggi
con sorprendente facilit.
Per deferenza verso quelle che suo padre chiamava le
preoccupazioni di Ruxandra, Eleonora si era sentita ripetere
spesso che non doveva, per nessun motivo, parlare
delle sue lezioni fuori casa. Pur non comprendendo
il motivo di quella regola, la rispettava perch aveva
capito da tempo che era meglio assecondare la zia nelle
sue preoccupazioni, sensate o meno che fossero. E comunque,
non era difficile. A parte le vacanze e un picnic
ogni tanto, Eleonora si allontanava da casa solo una
volta alla settimana, quando Ruxandra la portava a far
spese al mercato del luned.
Proprio un luned, nella primavera del settimo anno
di Eleonora, lei e Ruxandra stavano finendo di fare acquisti
nella drogheria del signor Seydamet quando cominci
a piovere, un temporale improvviso e violento
che spinse l'intero mercato a cercare riparo. I fruttivendoli
trovarono rifugio sotto un piccolo porticato ai
margini della piazza. Le upupe che avevano seguito
Eleonora gi dalla collina si accalcarono sotto il tendone
dell'Hotel Costanza. E parecchia gente si affoll
dentro il negozio del signor Seydamet, fingendo di esaminare
questo vasetto di barbabietole o quella latta di
uova di pesce. Il negozio aveva l'odore di una foresta di
pantaloni umidi e il barile vuoto accanto alla porta era
stracolmo di ombrelli.
Buon pomeriggio esclam Ruxandra, trascinando
Eleonora al bancone. Allungando il collo, incroci lo
sguardo di un giovane commesso di nome Laurentiu.
Buon pomeriggio a voi, signora Cohen rispose
Laurentiu, chinandosi sopra il banco per dare una caramella
a Eleonora. E anche a voi, signorina.
Ragazzo filiforme dal sorriso facile, con una zazzera
di capelli flosci, a quanto ricordava Eleonora lavorava
nel negozio del signor Seydamet da sempre. Era un'anima
buona, per quanto un pochino lento. Era capitato
pi di una volta che impacchettasse l'articolo sbagliato,
costringendole a scendere di nuovo per cambiarlo.
Prendiamo un chilo di fagioli bianchi, due di quelle
saponette verdi l, un chilo di lenticchie gialle e...
Ruxandra si ferm per consultare la sua lista due rocchetti
di filo, una scatola di caramelle e un etto di cumino.
Altro, signora Cohen?
Basta cos, grazie.
Ripetendo la lista fra s, Laurentiu si mise a girare
per il negozio radunando quanto richiesto da Ruxandra,
appoggiandolo man mano nell'incavo del braccio
sinistro mentre insacchettava le merci sfuse con la destra.
Torn dopo qualche momento con il loro pacchetto,
avvolto con cura nella carta marrone e legato
con uno spago.
Due rubli tondi tondi.
Ruxandra prese il portamonete e si mise a contare gli
spiccioli sulla mano aperta quando Eleonora le tir la
manica del vestito.
Invece fa un rublo e mezzo, zia Ruxandra.
Fingendo di non aver sentito, Ruxandra consegn la
moneta.
Grazie, Laurentiu.
Ma zia insistette Eleonora, tirandole la manica
pi forte, doveva farti pagare solo un rublo e mezzo.
Non fare la sciocchina disse Ruxandra, alzando la
voce. Pensi di conoscere i prezzi meglio di Laurentiu?
A disagio per la presenza degli altri clienti, Ruxandra
afferr Eleonora per il collo del vestito e si diresse alla
porta. Ma una voce proveniente dall'altro bancone le
ferm.
Quanto hai detto che dovrebbe fare?
Era il signor Seydamet, un dobrugiano dal viso di
sughero che di tanto in tanto passava da loro la sera dopo
cena a prendere il t con Yakob.
Quanto hai detto che dovrebbe fare? ripet, con
un garbato inchino nella loro direzione. Non vorrei
mai farvi pagare la cifra sbagliata, signora Cohen.
Eleonora sent la presa al collo allentarsi.
Avanti disse Ruxandra, le labbra strette strette.
Diglielo.
Eleonora guard sua zia prima di cominciare a parlare.
Dovrebbe fare solo un rublo e mezzo disse, lisciandosi
il vestito. I fagioli bianchi vengono quaranta
copechi al chilo, le saponette dieci al pezzo, le lenticchie
gialle trentacinque, due rocchetti vengono dieci,
le caramelle quindici e cento grammi di cumino trenta.
In tutto fa uno e cinquanta.
Il signor Seydamet si prese un attimo per controllare
il calcolo mentalmente.
Ha ragione disse, rivolto agli astanti tanto quanto
alle interessate. Fa uno e cinquanta. Laurentiu, dai il
resto alla signora Cohen.
Con un'apologetica alzata di spalle Laurentiu mise
mano alla cassa e porse mezzo rublo sopra il bancone,
ma Ruxandra stava gi uscendo dal negozio.
Chiedo scusa disse, tirando Eleonora attraverso la
folla. Non sa neanche cosa sta dicendo.
Pioveva ancora forte quando uscirono dalla drogheria
del signor Seydamet, il cielo era scuro di nubi e per
la strada il fango arrivava alle caviglie, ma Ruxandra
non era in vena di far caso alla pioggia. Camminava
svelta con la testa alta e i pacchetti sotto braccio, non
prestando alcuna attenzione n alle pozze n a Eleonora.
Non si guard indietro neanche una volta e non disse
una parola finch non furono a casa.
Lo sapevo disse sbattendo la porta talmente forte
che i gatti di porcellana tremarono sui loro piedistalli.
L'avevo detto che sarebbe successo qualcosa del genere.
E il motivo per cui sostenevo che le tue lezioni andassero
troncate sul nascere. Ormai tutta la citt star
parlando di noi.  l'ultima cosa di cui abbiamo bisogno
 attirare ulteriori attenzioni. Il vedovo e la cognata
sterile, ebrei che commerciano coi turchi. E adesso anche
la bambina che fa i conti a mente e corregge i garzoni
di bottega.
Ma zia Ruxandra, io pensavo che i soldi...
I soldi! fece Ruxandra, buttando fuori una risata
dal naso. Tu e tuo padre siete fissati coi soldi. Lasciati
dire una cosa, signorina. Le tue lezioni sono finite. Hai
infranto la regola, l'unica regola che ti avevamo dato,
tu l'hai infranta.
Ma obbiett Eleonora con la voce rotta, ma non
ho infranto la regola. Non ho parlato delle lezioni.
Invece l'hai infranta sia nella forma sia nella sostanza.
Adesso vai in camera tua e non uscire finch non te
lo dico io.
Quando si svegli, chiss quanto tempo dopo, Eleonora
era sdraiata sopra la trapunta, il cuscino tirato sulla
testa e il pollice incollato al palato. Faceva freddo e il
cielo fuori dalla finestra era di un blu metallico. Si sent
come se fosse in un mondo diverso, o meglio una persona
diversa nel solito mondo. Sfilando la testa da sotto
il cuscino si tolse di bocca il pollice e schiocc la lingua
impastata di saliva asciutta. Fiut patate arrosto e torta
ripiena di mele e uvetta. Sent la risata di Ruxandra e il
rumore di sedie che grattavano il pavimento. Stavano
parlando ma Eleonora non capiva cosa stessero dicendo.
Per sentire meglio, scivol gi dal letto e accost
l'orecchio alla porta.
E poi  per il suo bene disse Ruxandra. Ti ricordi
la storia della mia prozia Sheidel? Non si riusciva a
farla smettere di leggere, passava tutto il tempo in biblioteca,
e quando era arrivato il momento di trovarle
un marito non la voleva nessuno. Il sensale l'aveva trattata
come una storpia.  questo che vuoi per lei? Per
tua figlia?
Ci fu una breve pausa ed Eleonora sent un coltello
tagliare della carne.
Voglio solo che Elli sia felice.
E chi non lo vuole? Ma il fatto  che ha infranto la
regola.
Magari disse suo padre, con la bocca piena di carne,
potremmo continuare con le lezioni un giorno s e
uno no, o una volta alla settimana.
Ha infranto la regola. C'era un'unica regola e lei
l'ha infranta.
Suo padre non ribatt.
In lei c' qualcosa di strano, l'hai detto anche tu. E
adesso lo sanno tutti, l'hanno visto tutti.
Dopo qualche momento di silenzio, Eleonora sent
che una sedia si scostava dal tavolo e suo padre si schiariva
la voce.
Io vado in salotto.
Rest in ascolto al buco della serratura, mentre il fumo
della pipa di suo padre si mescolava ai rumori di
Ruxandra che rigovernava. Dopo qualche momento
di silenzio inquieto, Eleonora torn a letto e, rannicchiata
sul fianco, guard la sua stanzetta. Il suo sguardo
pass dal bacile sull'instabile treppiede al forellino nel
vetro della finestra e alla tozza cassettiera sottostante.
Non aveva inteso infrangere la regola, n turbare Ruxandra.
Voleva solo fare quello che era giusto. Rotolando
sulla schiena, si mise a fissare il soffitto e a guardare
le ombre che si muovevano. Davvero c'era qualcosa di
strano in lei? Non si sentiva strana, n diversa, n nulla
pi di ci che riteneva essere normale. Chiudendo gli
occhi si mise in ascolto del debole tubare del suo stormo
e si perse dietro al pensiero di Robinson Crusoe,
arenato sull'isola deserta, solo con la sua disperazione.
Se non avesse potuto continuare le lezioni, il libro che
non avrebbe mai finito sarebbe rimasto arenato nella sua mente per l'eternit.
...
.
...
CAPITOLO 4.
...
.
...
Il destino delle lezioni di Eleonora era fuori discussione.
Aveva infranto la regola pi importante, l'unica che
le avevano dato, e non c'era ragionamento o supplica
che potesse convincere sua zia a venire a pi miti consigli.
Tuttavia, come premio per il suo comportamento
deferente nei mesi seguenti l'episodio avvenuto nel negozio
del signor Seydamet, Eleonora ebbe il permesso
di ricominciare a leggere, ma solo per diletto, al ritmo
di un libro al mese. Pi di cos, sosteneva sua zia,
avrebbe cessato di essere un piacere. Sebbene Eleonora
fosse di altro avviso, assaporava la sua razione mensile
senza protestare, cercando di limitarsi a un determinato
numero di pagine a sera. Verso la fine del mese, dedicava
un'enorme quantit di tempo ed energie alla scelta
del libro successivo. Passava intere serate sotto lo sguardo
assente dei gatti di porcellana, a contemplare il carico
della libreria. Riservava un'attenzione particolare
ai volumi, alla tinta e alla sensazione tattile della legatura,
alla qualit della carta e alla forma delle lettere sul
dorso, come se quei segni esterni potessero in qualche
modo rivelare la storia contenuta all'interno.
Una brumosa mattina di fine settembre, trascorso
poco pi di un mese dal suo ottavo compleanno, Eleonora
stava studiando la libreria in quel modo mentre
aspettava che il ferro da stiro si scaldasse. Cominciando
dalla mensola pi bassa, scorse i libri uno per uno, sollevando
di tanto in tanto il ferro dai carboni per controllarne
la temperatura. Man mano che cresceva e si
dimostrava capace, le erano state affidate alcune delle
faccende domestiche pi difficili, come tagliare le verdure
e fare la maglia. Stirare - l'aggiunta pi recente al
repertorio - divenne in breve una delle sue attivit preferite.
Le piaceva l'odore nero dei carboni oleosi, il legno
liscio del manico del ferro e le pieghe nette che imprimeva
ai pantaloni del padre. Era una grossa responsabilit,
ma lei era all'altezza. Non aveva mai bruciato
nessun indumento di suo padre e stava sempre attentissima
quando estraeva la carbonella dalla stufa. Ma soprattutto,
la collocazione dell'asse da stiro le garantiva
una visuale eccellente sulla libreria.
Quando il ferro fu abbastanza caldo, Eleonora prese
un paio di pantaloni del padre dal mucchio in fondo
all'asse e li distese. Spruzz dell'acqua sul risvolto sinistro,
tocc la placca del ferro con il dito bagnato e,
guardando le goccioline sfrigolare, si mise al lavoro.
Terminato il gambale sinistro, riappoggi il ferro sulla
carbonella e torn a guardare la libreria. Avendo passato
agosto su Jane Eyre e buona parte di settembre immersa
nelle sorti di David Copperfield, non stava nella
pelle alla prospettiva di ottobre. Passando in rassegna la
mensola pi alta, esamin le opzioni possibili. La famiglia
Robinson l'aveva letto ad aprile. C'era un volume di
racconti di Nikolaj Gogol' che sembrava interessante
ma era troppo breve per giustificare un mese intero.
Tristram Shandy. Sollev il ferro dai carboni e una sibilante
cortina di vapore le sfior la fronte. Era caldo
pi che a sufficienza. Spruzz acqua sul risvolto del
gambale destro e stava per mettersi a stirarlo quando
le scapp di nuovo l'occhio sulla mensola. Tristram
Shandy. Aveva un titolo accattivante e senz'altro una
mole tale da bastarle per un mese.
Eleonora mise da parte il ferro e si allung sulla punta
dei piedi per tirar gi Tristram Shandy dalla mensola
pi alta. Dopo aver letto le prime pagine, decise che
probabilmente non era quello che cercava, almeno
non quel mese. Allungandosi di nuovo per rimetterlo
a posto not un altro libro che spuntava nel mezzo,
un volume blu scuro con una sottile scritta argentata
sul dorso. Appoggiando una mano sul muro, mise
un piede sulla seconda mensola e si spinse su, fino al
livello dei gatti di porcellana. Da quel punto di osservazione
privilegiato, riusc a vedere che il libro faceva
parte di una serie. Era il quarto volume, lo indicava
il dorso, della Clessidra. Nascosti dietro una fila di Dostoevskij
c'erano gli altri sei volumi, la serie completa,
che attendeva con pazienza di essere scovata. Eleonora
tir gi il quarto volume, lo apr in corrispondenza di
un sottile segnalibro di legno nel mezzo del capitolo
dodici e cominci a leggere.
Fu non senza una punta di rimorso che, il mattino seguente,
il luogotenente Brashov si rec al suo presidio. Dirigendosi
alla fermata del tram, i tacchi ticchettanti sul selciato,
si volt pi di una volta a rimirare la moglie fresca di nozze
in piedi sulla soglia. Pi di ogni altra cosa, avrebbe voluto
voltarsi e precipitarsi tra le sue braccia, trascorrere con lei
quell'afosa mattina primaverile, trascorrere con lei il resto
della giornata. Ma, ahim, la vita non era tutta danze e
baci. C'erano carte da firmare, cause da perorare, prodotti
da fabbricare e guerre da combattere. Era spiacevole, pens.
Ma vero. Ci sarebbero sempre state guerre da combattere.
All'odore di lana bruciata Eleonora alz lo sguardo dal
libro. Il ferro era caduto e aveva bruciacchiato i pantaloni
di suo padre. Mentre fissava il segno rimasto sul
risvolto, una macchia scolorita delle dimensioni di
una fragola, gli occhi le si riempirono di lacrime raccolte
all'attacco delle ciglia. Ruxandra aveva ragione. Si distraeva
troppo facilmente, si perdeva sempre nei suoi
pensieri. Senza dubbio le avrebbe fatto una scenata.
E con ogni probabilit non le avrebbe permesso mai
pi di stirare. Anzi, era possibile che la punisse anche
in altri modi. Forse l'avrebbe mandata in camera sua
senza cena; magari le avrebbe revocato il permesso di
leggere. Tutto per un errore tanto piccolo, per un segno
che suo padre non avrebbe neppure notato. E se
anche l'avesse notato, avrebbe fatto finta di niente.
Non era l'opinione di suo padre quella che contava?
In fondo non erano i pantaloni di Ruxandra.
Con quei ragionamenti e con il cuore che le batteva
forte, Eleonora fin di stirare i pantaloni, li pieg e ne
distese un altro paio sull'asse. Un momento dopo, sent
la porta sul retro aprirsi e Ruxandra entr con in mano
un mazzo di cipolloni. Aveva l'aria di voler dire qualcosa
a proposito delle cipolle, poi si ferm e fiut in
direzione dell'asse da stiro.
Cos' questo odore?
Eleonora annus e arricci il naso.
Che odore?
Ruxandra avvicin il viso all'asse.
Sembra lana bruciata.
Eleonora annus i nuovi pantaloni, l'aria soprastante
e il ferro, strizzando gli occhi come se stesse cercando
di capire da dove proveniva l'odore.
Sar il ferro.
Ruxandra fiut di nuovo e sembrava sul punto di
emettere una sentenza definitiva quando not il quarto
volume della Clessidra aperto su uno sgabello vicino all'asse.
La clessidra disse, come se si fosse imbattuta in un
vecchio amico in un paese straniero. Dove l'hai trovato?
Eleonora indic la mensola pi alta della libreria.
Dietro Tristram Shandy disse. Quello grosso,
verde. Ce n' tutta una serie, dietro gli altri.
Ruxandra sollev il libro per la copertina posteriore
e lo scorse fino al frontespizio. Quando gir il foglio di
carta pergamenata, frusci come pasta fillo.
Era il mio libro preferito, quando ero pi giovane.
Pass un dito sulla copertina interna.
Dove l'hai trovato?
Eleonora indic di nuovo la mensola in alto.
Dietro Tristram Shandy.
Ruxandra rimase a lungo in silenziosa contemplazione
della copertina prima che Eleonora osasse farle una
domanda.
Sono tuoi?
Sono di tua madre disse Ruxandra. Nostro padre
glieli aveva regalati per il suo quattordicesimo compleanno.
Era sempre stata la sua preferita. La chiamava
la sua 'raperonzola'. Si vede che se li era portati dietro
quando aveva sposato Yakob.
Ruxandra appoggi i cipollotti sullo sgabello dove
prima c'era il libro e ritorn al frontespizio.
Leah Mendelssohn disse, leggendo a voce alta il
nome da nubile della sorella.
A sentire Ruxandra pronunciare il nome di sua madre,
Eleonora ebbe un brivido alle gambe. Siccome la
citavano molto di rado, il semplice suono del suo nome
era diventato quasi sacro. Come il nome di Dio, pronunciato
solo nei giorni pi santi, solo nelle stanze pi
sante, dagli alti sacerdoti del tempio della santissima
Gerusalemme, il nome di sua madre nella mente di
Eleonora rappresentava una sorta di incantesimo, una
formula magica dai poteri sconosciuti. Rimase in silenzio
dietro l'asse da stiro finch Ruxandra fu uscita. Di
nuovo sola, si sedette con il libro e lo apr al frontespizio.
Era un'incisione con uno scudo e due spade, sotto
la quale era scritto ex libris, Leah Mendelssohn, in una
grafia infantile che si poteva solo dedurre fosse quella
di sua madre. Rabbrivid e chiuse il libro.
Eleonora cominci a leggere il primo volume della
Clessidra il marted successivo, il primo ottobre. Come
chiunque abbia avuto il piacere di leggere le magiche
cronache in sette volumi dell'eminente famiglia di Bucarest
in declino, Eleonora si lasci prendere subito dal
flusso degli eventi, dalle feste, dalla guerra, dalla vendetta,
dalla tragedia e dalle storie d'amore troppo numerose
per annoverarle. Data la giovane et, rest
particolarmente colpita dal romanzo. Altri libri avevano
avuto un'influenza significativa sulla sua immaginazione
ma nessuno quanto La clessidra. Fissando la pagina,
a volte Eleonora si sentiva come una contadinella con il
viso premuto contro le finestre di una grande casa nella
speranza di intravedere il ballo. Le sembrava di avere
scoperto la porticina per un altro mondo, un mondo
pieno di azione e improvvisi, violenti rovesci della fortuna,
di avidit, di capriccio e di desiderio. Se soltanto,
pensava a volte, se soltanto fossi una baronessa, se soltanto
fossi cresciuta a Bucarest e avessi potuto trascorrere
le serate in un salotto letterario. Quell'ottobre e
buona parte di novembre, Eleonora rimase con il naso
infilato nel libro. Leggeva prima di colazione, dopo cena
e tra le due, ogni volta che riusciva a ritagliarsi un
momento. Faceva scivolare una frase tra i punti del cucito
e rubava interi paragrafi sotto le bucce delle patate.
Era talmente assorbita dal libro, talmente presa dalla
morte dei genitori della signorina Holvert, dal tradimento
del conte Olaf e dalle incerte prospettive matrimoniali
della signorina Ionescu da non accorgersi che
attorno a lei si prendevano decisioni.
Aveva colto frammenti di conversazioni riguardanti
un viaggio e pi di una volta aveva alzato gli occhi dalla
pagina sentendo nominare Istanbul, ma la notizia che
le venne comunicata una sera di novembre inoltrato la
prese del tutto alla sprovvista. Era seduta al tavolo da
pranzo con il terzo volume - era appena arrivata alla
famosa scena in cui il generale Krzab raduna i membri
restanti della propria famiglia per rimproverarli e distribuire
la fortuna che aveva rinvenuto sul fondo
dell'armadio della madre - quando suo padre arriv alla
porta di casa con un carretto trainato da un asino, carico
di quattro bauli da viaggio. Eleonora lo guard incuriosita
scaricarli in un angolo del salotto con l'aiuto
del conducente.
A cosa servono i bauli, Tata?
Per il mio viaggio.
Eleonora pos il libro a faccia in gi sul tavolo e si
guardarono, entrambi confusi.
Non ti ricordi? disse suo padre. Il mese prossimo
vado a Istanbul.
A Istanbul?
Per lei Istanbul non era un posto dove si poteva andare
come nulla fosse. Era una citt di leggende, una
metropoli decaduta luccicante sul limitare del deserto,
la capitale perduta di una civilt antica, fossilizzata in
secoli di abbandono o sepolta chiss dove sul fondo
del mare.
Vado a vendere tappeti le spieg suo padre. Magari
anche a comprarne. Negli ultimi anni gli affari
non mi sono andati molto bene e penso che a Istanbul
potrei fare di meglio.
Quanto starai via?
Il viaggio non  lunghissimo rispose suo padre.
Diciamo una settimana o dieci giorni, a seconda delle
condizioni del tempo. Ma ho bisogno di restarci per almeno
due settimane, forse di pi. Per fortuna, in citt
ho un conoscente molto ospitale.
Cosa si poteva ribattere a una notizia simile? Intanto
che Eleonora stava ancora cercando di digerire l'idea,
Ruxandra emerse dalla cucina con una pentola di zuppa
di pollo e ne scodell tre fondine. Eleonora fissava la
propria e la rimestava col cucchiaio. Pezzetti di carota,
sedano, cipolla e mulinelli di prezzemolo essiccato
nuotavano in languidi cerchi sotto una patina oleosa.
Lasciando fluttuare nel cucchiaio un pezzetto di pollo
biancastro, Eleonora prov a immaginare un mese senza
suo padre, un mese sola con Ruxandra. Bastava il
pensiero a darle la nausea.
Tata sbott. Non voglio che tu parta.
Suo padre pos il cucchiaio e la guard masticando
una cartilagine. Lei si nascose il viso tra le braccia. Se
solo ci fosse stato qualcosa da dire per convincerlo a restare,
ma sapeva che non c'era. Era gi tutto deciso.
Mi mancherai, Elli le disse lui. Allung la mano al
di sopra del tavolo e gliela appoggi sulla spalla. Ma 
solo un mese.
 solo un mese ripet Ruxandra. E nel frattempo
avremo un mucchio di cose da fare in casa. Torner
prima che tu te ne accorga.
Eleonora guard suo padre e sua zia Ruxandra. Pareva
che il mondo attorno a lei stesse crollando a pezzi,
come se stesse disintegrandosi da settimane e lei fosse
stata informata della situazione solo in quel momento.
Deglut e si morse il labbro inferiore. Un mese era lunghissimo,
trenta giorni, anche trentuno, e il viaggio era
pericoloso. C'erano ladri, bestie selvatiche, frane, agguati.
E se gli fosse accaduto qualcosa? Che ne sarebbe
stato di lei? La tristezza le sal in gola sotto forma di
un'onda salata ma sapeva che piangere non avrebbe risolto
niente. Al contrario, avrebbe peggiorato le cose.
Invece di soccombere alla tristezza, Eleonora scacci
quella sensazione. Ricord le parole della signorina
Holvert alla cugina dopo la tragica morte dei genitori.
Perch non dovrei poter decidere cosa provare? In fondo si
tratta dei miei sentimenti. Se un'altra volta mi verr voglia
di piangere, pianger. Oggi non voglio.
Dopo cena Eleonora si scus e and dritta a letto.
Sdraiata sulla schiena con la trapunta rincalzata sotto
i talloni, ascolt i rumori della casa smorzarsi uno dopo
l'altro. Osserv le ombre in movimento sul soffitto, il
suo respiro che inseguiva i fruscii degli animali notturni.
Era un mondo diverso, la notte, il fondo del pozzo,
un buco da cui si potrebbe non riemergere mai pi. A
un certo punto, in quello che avrebbe potuto essere un
sogno, un cervo pass accanto alla sua finestra, gli occhi
che riflettevano una luminosit nascosta come una
striscia di fari moltiplicati lungo una costa. E spar, inghiottito
dal buio.
Il mattino dopo, al risveglio, Eleonora sapeva esattamente
cosa fare. Non le restavano alternative. Nelle
settimane successive continu con la sua solita vita.
Lesse, pel verdure, strofin i pavimenti e ascolt perfino
qualcuna delle storie di suo padre. Nel frattempo,
tuttavia, stava organizzando la fuga in ogni particolare.
La cosa pi importante, decise, era preparare un sacco
di provviste per sostenersi nei primissimi giorni, finch
non fosse stata in grado di ideare un sistema per procurarsi
altro cibo. Come borsa us una vecchia federa,
di cotone azzurrino con una fila di fiori gialli ricamati
in cima. Racimolare le provviste fu molto pi facile di
quanto immaginasse. Mise da parte mozziconi di candele,
si infil in tasca pezzetti di formaggio e, quando
se ne presentava l'occasione, sottraeva dalla dispensa
qualche cosetta che sarebbe passata inosservata. Bisognava
effettuare tutti quei preparativi nella massima segretezza.
Se suo padre o Ruxandra avessero avuto anche
un vago sentore di cosa aveva in progetto di fare, sarebbe
andato tutto a monte.
Il giorno precedente la partenza di Yakob, l'aveva
scampata bella. Era un pomeriggio cristallino, la prima
giornata limpida da settimane, e Ruxandra annunci
che sarebbe uscita a battere i tappeti. Dopo aver guardato
sua zia portar fuori in giardino, uno a uno, una sfilza
interminabile di tappeti, Eleonora spost uno sgabello
nella dispensa e ci sal per ispezionarne il contenuto:
carne affumicata, forme su forme di formaggio impilate
una sopra l'altra, conserve di ogni tipo, frutta secca e
un'immensa torta ripiena di mele e uvetta. Sarebbe bastato
a nutrirla per un mese. Alla fine si decise per un
vasetto di marmellata di more e un pezzo di merluzzo
salato. Si era gi messa il vasetto sotto il braccio e stava
prendendo il pesce quando la porta si oscur.
Pensavi di rubacchiare un po' di marmellata?
Per la sorpresa, Eleonora lasci cadere il vasetto. Sia
lei sia Ruxandra guardarono il disastro di schegge di vetro
e marmellata di more, una poltiglia vischiosa come
una limaccia spiaccicata.
Io mi spacco la schiena in giardino e tu stai qui a
farti pane e marmellata? Per di pi era l'ultimo vasetto
di quella di more.
Mentre Ruxandra le parlava, Eleonora scese dallo
sgabello e chin la testa in segno di resa. Ruxandra l'aveva
colta con le mani nel sacco ma non aveva idea di
cosa avesse intenzione di fare con la marmellata, ed era
il movente che contava.
Mi dispiace, zia Ruxandra disse. Un sorriso le sal
alle labbra, ma le tenne ben strette. Mi era venuta fame.
Te la terrai fino a cena. Adesso pulisci e bada di
non farti ripescare a ficcare il naso nella dispensa.
Quella sera Ruxandra serv i piatti autunnali preferiti
da Yakob: passato di zucca, pollo in salsa di prugne e
torta di mele. Sebbene avesse fame, Eleonora era troppo
agitata per mangiare. Meno di dodici ore e sarebbe
stata stivata sulla nave per Istanbul. Con lo stomaco
sottosopra al pensiero, ascolt suo padre e Ruxandra
discutere gli ultimi particolari del viaggio: quando sarebbe
venuto il carro a prenderlo, a che ora partiva il
piroscafo, se era arrivato il broccato viennese, chi sarebbe
stato il suo compagno di cabina e cos via. Intanto
nella mente di Eleonora si avvicendavano rapide le immagini
di Istanbul, i dettagli del suo piano e tutte le
cose che avrebbero potuto andare storte.
Dopo cena, avendo a malapena toccato cibo, chiese
di potersi ritirare. Disse di non sentirsi bene. Suo padre,
che stava aggiungendo alcune cose dell'ultimo momento
al bagaglio, le disse che sarebbe andato a salutarla appena
terminato. Come sempre, mantenne la parola.
Elli disse, sporgendo la testa oltre la porta. Sei
sveglia?
Lei si volt sul fianco e ammicc. Non si era addormentata
ma immagin fosse meglio far credere il contrario.
Suo padre indossava il solito completo di lana
grigia, che per sembrava stirato di fresco. Si era appena
regolato i baffi e nella sua voce c'era una nota di trepidazione.
Guarda cosa ti ho portato le disse, mettendo una
fetta di torta sulla sua cassettiera. Nel caso ti venisse
fame. Non hai mangiato molto a cena.
Eleonora sent lo stomaco gorgogliare e brontolare
come un vulcano impaziente.
Grazie, Tata.
Domani parto le disse, accarezzandole la fronte.
Ho pensato di venire a salutarti adesso, cos domani
mattina non devo svegliarti.
Eleonora guard suo padre, chino sopra il letto. La
luce proveniente dalla porta aperta proiettava un alone
attorno alla sua testa. Per un momento sembr che volesse
dirle qualcosa, ma non lo fece.
Mi mancherai, Elli.
Anche tu, Tata.
Sulle ciglia di suo padre si raccolse una lacrima, come
una goccia d'acqua piovana sulla punta di una foglia,
e lui si diresse alla porta.
Buona notte.
Mentire a suo padre la metteva a disagio ma sapeva
che era la cosa migliore da fare. Quando alla fine si sarebbe
rivelata, sulla nave per Istanbul, troppo lontano
dalla costa per tornare indietro, lui l'avrebbe presa in
braccio ringraziandola. Sapeva che l'avrebbe fatto. Se
c'era una cosa che aveva imparato dalla Clessidra, era
che bisognava sempre seguire i dettami del proprio
cuore. Erano parole della signorina Ionescu. Non c'
consiglio pi saggio dei dettami del proprio cuore. Valut
brevemente se la massima della signorina Ionescu non
contraddicesse quella della signorina Holvert. Concluse
di no. Anzi, entrambe spingevano il lettore verso lo
stesso fine: guardare dentro il proprio cuore, stabilire
cosa fosse giusto e farlo senza rimpianti.
Molte inquiete ore pi tardi, quando era ormai sicura
che suo padre e Ruxandra dormissero, Eleonora sgusci
fuori dal letto, si infil senza far rumore gli abiti da
viaggio e and dritta alla fila di bauli vicino alla porta.
Fece forza per aprire quello pi vicino a lei e sollev il
coperchio. Come aveva immaginato, era pieno zeppo
di tappeti. Infilando le braccia sotto un grosso hereke
viola si punt contro il baule e con tutto il peso del
suo corpo lo stratton fino a terra. Pi rapida e silenziosa
che pot, attravers il salotto e lo trascin in camera
sua. Con quanta forza aveva, lo iss sul letto e lo
infil sotto le coperte. Fece un passo indietro per esaminare
la scena. Non era perfetta ma avrebbe dovuto
funzionare.
Sul punto di uscire dalla propria stanza, Eleonora si
ferm a guardarla un'ultima volta. C'era la sua cassettiera,
il suo letto e l, sul comodino, il quinto volume
della Clessidra. Per un attimo pens di portarlo con s
ma non c'era spazio per i bagagli. Tuttavia apr il libro
e prese il segnalibro di legno che aveva trovato nel
quarto volume. E poi via. Buttandosi il sacco delle
provviste sulla spalla, sgattaiol in salotto e si rannicchi
nel vecchio baule malconcio quasi pieno, ma
non del tutto, dei tappeti che suo padre aveva intenzione di vendere una volta a destinazione.
...
.
...
CAPITOLO 5.
...
.
...
Appoggiando il piede sul bordo del letto, il reverendo
James Muehler si chin in avanti per allacciarsi la scarpa.
Aveva quasi quarant'anni, insigne studioso e docente,
eppure si ritrovava a canticchiare una canzone imparata
pi di trentanni addietro. Era lo spunto per
un articolo sul legame tra melodia e memoria o magari
per un'indagine sui rituali infantili dei grandi uomini,
l'ennesimo articolo che non avrebbe avuto il tempo di
scrivere. Spazzolando via un pelucco dalla punta della
scarpa, si raddrizz e fece spallucce. Il programma della
giornata prevedeva che presto avrebbero attraccato a
Costanza per caricare passeggeri tra cui, secondo il cartoncino
sulla porta, il suo nuovo compagno di cabina,
un tale Yakob Cohen. Senza dubbio il signor Cohen
era ebreo, il che al reverendo stava bene. Aveva conosciuto
parecchi membri del popolo eletto a New Haven,
ma del resto era molto improbabile che il signor
Cohen avesse studiato a Yale. Tastandosi il taschino alla
ricerca delle sigarette, diede uno sguardo alla cabina
e siccome non c'era nulla di imbarazzante n di rivelatore,
sal sul ponte.
Era una limpida giornata invernale, fredda ma altrimenti
piacevole. L'odore del fumo di carbone si mischiava
a quello dei pini e le banchine del porto fervevano
di attivit. Un'orda di stivatori trasportava bauli
dai carri alle navi. C'era qualche addio lacrimoso e il
conducente di una carrozza che gesticolava come un
pazzo per quella che doveva essere soltanto un'inezia.
Dietro il porto, il resto di Costanza era disposto sul crinale
di due colline, qualche centinaio di case di pietra
grigia raccolte a semicerchio attorno a una piazza che
non aveva nulla di speciale. Inspirando a pieni polmoni,
James prese una sigaretta dalla tasca del cappotto e
la accese con un gesto aggraziato. A chi non conosceva
di meglio, Costanza non doveva sembrare malaccio,
come posto in cui vivere. Il clima era gradevole e, se
il reverendo non ricordava male, aveva rivestito un ruolo di una certa importanza verso la fine dell'impero romano.
Fece un lungo tiro e scroll la cenere, quindi si
ricord: Ovidio aveva trascorso gli ultimi, infelici anni
della sua vita a Costanza, allora nota con il nome di
Tomi. Ai confini della terra, ai confini del mondo, l'aveva
definita, e senz'altro doveva essere sembrata cos, nel
suo esilio, a quell'animo sensibile e arguto.
Mentre finiva la sigaretta, il reverendo Muehler not
un curioso uccello appollaiato sul parapetto, piuttosto
vicino a lui. Sembrava un'upupa, sebbene la colorazione
fosse dissimile da quella di ogni altra che avesse mai
visto: viola chiaro con striature bianchissime sulle ali e
sul petto. Le upupe tendevano a rifuggire il contatto
con gli umani, eppure quella sosteneva il suo sguardo
con un'intensit innaturale, quasi che gli stesse presentando
una richiesta. Il reverendo ne ricambi lo sguardo,
concentrandosi sulla macchia viola appena sopra il
sottile becco appuntito. Dopo qualche momento, l'uccello
si alz in volo per andare a raggiungere due suoi
simili posati sul sedile di una carrozza in attesa di essere
scaricata. James lasci cadere il mozzicone in mare e si
appoggi al parapetto di legno per osservare gli stivatori
scaricare il bagagliaio della carrozza sotto la supervisione
di un uomo corpulento con un barbone nero.
Doveva essere un mercante, senza dubbio, e aveva l'aria
dell'ebreo. Poteva essere il signor Yakob Cohen. Oppure
solo un altro ebreo. Quando l'ultimo baule fu stivato
sul piroscafo, l'uomo barbuto sal a bordo e le upupe
volarono verso la cima della collina.
Raddrizzandosi, il reverendo Muehler ebbe un brivido
e si strinse nel cappotto. Era mancato da Istanbul
per un intero semestre e al ritorno avrebbe trovato ad
aspettarlo una montagna di lavoro. Le lezioni sarebbero
ricominciate appena quattro giorni dopo la data prevista
per il suo arrivo. Nella scuola superiore c'erano tre
nuovi insegnanti. Avrebbe dovuto scrivere un discorso
per la convocazione. In aggiunta alle sue responsabilit
al Robert College, aveva in sospeso un articolo per gli
Annals of Education e il viceconsole americano era
ansioso di ricevere il suo rapporto sulla condizione delle
minoranze religiose sotto il nuovo sistema delle capitolazioni.
E come se non bastasse, stava deludendo i
suoi reclutatori al dipartimento della Guerra. Era gi
passato qualche anno e non era ancora riuscito a scovare
informazioni concrete sulle influenze tedesche a
Istanbul. L'accusa implicita lo preoccupava pi di ogni
altra cosa. Sapeva come scrivere un rapporto, come
preparare nuovi insegnanti, come approntare un articolo
per la pubblicazione mentre non aveva idea di come
raccogliere informazioni strategiche. Non era una
spia, o per lo meno non aveva ricevuto un addestramento
vero e proprio nell'arte dello spionaggio. I suoi
ottimi risultati a Beirut - l'aveva ammesso senza reticenze
- erano stati un colpo di fortuna, ma ai piani alti
del dipartimento avevano preso il suo candore per modestia
cosicch si ritrovava in debito con loro per la sua
posizione al Robert e incapace di fornirgli ci che volevano.
Si accese un'altra sigaretta e lasci vagare i pensieri:
che tornassero al tepore dei fuochi di Yalta, alla sua piana
ventosa e alle facciate malinconiche delle case di vacanza
disabitate. Yalta era stata l'ideale per trovare sollievo
da Istanbul, lontano dalle feste, da tradimenti e
intrighi, ma James aveva sempre saputo di dover tornare.
Spegnendo la sigaretta sul parapetto, osserv impassibile
una manciata di nuovi passeggeri imbarcarsi e, in
un turbinio di fazzoletti, la nave usc dal porto sbuffando.
Stava cominciando a pentirsi di non aver preso il
servizio diretto da Sebastopoli a Istanbul. Il piroscafo
locale attraccava almeno una volta al giorno e soprattutto
non c'era un passeggero che fosse uno con cui intavolare
una conversazione decente. Quella mattina si
era reso conto che la sera di Capodanno sarebbe stato
sulla nave, a bordo della quale nessuno seguiva il calendario
gregoriano. Si sforz di sorridere ripensando al
proverbio preferito della sua cara mamma: bisogna fare
buon viso a cattivo gioco. Tastandosi il taschino diede
un addio sentito, per quanto beffardo, alle poche anime
rimaste sulla banchina del porto e si infil sottocoperta
per andare a conoscere il suo nuovo compagno di
cabina.
Yakob Cohen era proprio l'uomo barbuto che il reverendo
Muehler aveva osservato dal ponte. Entrando
in cabina, lo trov impegnato a disfare un valigione
malconcio.
Buongiorno.
Il signor Cohen si volt e gli porse la mano.
Siete il signor Muehler?
Chiamatemi James disse il reverendo, come faceva
sempre quando le persone ignoravano il suo titolo.
Oppure reverendo Muehler, se preferite.
Yakob Cohen disse il suo compagno di cabina
mentre si stringevano la mano. Sono in viaggio per
Istanbul.
Molto bene. James sorrise. Vi confermo che vi
trovate sull'imbarcazione giusta.
Il signor Cohen parlava un inglese decente, pi un
po' di francese e un'infarinatura di russo. Dopo qualche
tentativo con quelle tre lingue e qualche altra, optarono
per il turco. Mentre il compagno disfaceva i bagagli,
James sedette al tavolo nell'angolo della cabina e
chiacchierarono dei loro viaggi. Come aveva ipotizzato,
il signor Cohen si recava a Istanbul per affari. Per la
precisione, era nel settore tessile e aveva intenzione di
disfarsi delle giacenze. Sebbene Costanza non fosse
pi sotto il controllo politico ottomano, Istanbul esercitava
ancora una certa influenza economica sulla regione.
Nel settore tessile, spieg il signor Cohen, la si
sentiva parecchio. Se a Costanza e in Russia i tappeti
orientali erano apprezzati come nel resto dell'Europa,
i pezzi pi sofisticati potevano trovare miglior mercato
a Istanbul, o almeno lo sperava.
Il reverendo Muehler fu piacevolmente sorpreso di
scoprire che il signor Cohen era molto pi intelligente
e mondano di quanto non sembrasse. Durante la sua
giovinezza aveva viaggiato molto in Asia centrale e in
Medio Oriente, usando una piccola eredit per acquisire
il nocciolo attorno al quale avrebbe costruito la sua
attivit. Aveva visitato decine di nazioni e sebbene avesse
interrotto gli studi poco dopo i tredici anni aveva
una buona cultura letteraria ed era bene informato, almeno
quanto gli insegnanti del Robert College. La
conversazione sarebbe continuata a pranzo, se il signor
Cohen non avesse rimesso nel piccolo lavabo della cabina
in seguito a un improvviso e violento attacco di
nausea. Si scus a profusione, spieg che era soggetto
a un devastante mal di mare e, declinando ogni offerta
di aiuto, insistette che il rimedio migliore era distendersi
e riposarsi finch il mare non si fosse calmato.
James ne approfitt per uscire a sgranchirsi le gambe
e scrivere qualche lettera in biblioteca. Quando torn
in cabina, appena prima di cena, trov il signor Cohen
sdraiato con la schiena alla porta nella cuccetta superiore.
C'era puzza di sudore asciutto e il tanfo persistente
del vomito. Avvicinandosi al letto, James gli mise una
mano sulla spalla e lo svegli con delicatezza.
Signor Cohen gli disse. Bentornato nel mondo
dei desti.
Signor Muehler borbott Yakob, rotolando sulla
schiena.
James lo corresse il reverendo. Oppure reverendo
Muehler, se preferite.
Yakob ammicc. Sentiva un saporaccio in bocca.
Scusatemi.
Non preoccupatevi rispose James sedendosi sulla
cuccetta inferiore. Nessun problema. Ditemi, piuttosto,
come vi sentite?
Un pochino meglio di prima.
Mi fa piacere.
Mentre parlavano James si lev le scarpe e si infil
un paio di pantaloni puliti.
Che ore sono? domand il signor Cohen.
Le sette in punto disse James togliendo di tasca
l'orologio a cipolla, per conferma. Tra mezz'ora servono
la cena.
Lavandosi le mani con vigore, James si risciacqu il
viso e si guard nello specchio.
Stavo pensando di salire presto a prendere un tavolo disse mettendosi la giacca elegante. Ma se desiderate
farmi compagnia, vi aspetto volentieri.
Con un certo sforzo, Yakob si mise a sedere sul letto
e lasci penzolare le gambe, chino in avanti per evitare
di pestare la testa sul soffitto. Sembrava uno zingaro,
vestito com'era in canottiera e pantaloni stazzonati.
Aveva i capelli scarmigliati e occhi chiarissimi che saltellavano
qua e l per la stanza.
Certo disse, sfregandosi il viso. Perch no? Grazie.
Piolo dopo piolo, Yakob scese la scaletta di metallo e
prese il posto del reverendo davanti allo specchio. Le
premesse non erano buone ma con un po' d'acqua,
una pettinata e degli abiti puliti il signor Cohen riusc
a trasformarsi in una persona pi che presentabile, almeno
per gli standard della nave. Se colazione e pranzo
erano informali, l'equipaggio faceva del proprio meglio
per dare un tocco di eleganza alla cena. Siccome era sostanzialmente
una nave di seconda classe, non si vedevano
frac e smoking, non brillavano spille di smeraldi
n candelabri di cristallo. Con qualche bandierina rossa,
tovaglie bianche immacolate e uno chef dalle mille
risorse, per, le serate non riuscivano niente male.
Quella prima sera, James e Yakob confrontarono
storie dei loro viaggi per buona parte della cena. Va
da s, forse, che un missionario e un commerciante
di tappeti si imbattono in segmenti della popolazione
diversissimi; eppure James fu sorpreso dalle profonde
differenze nei loro aneddoti. In tutte le sue visite a Shiraz,
non gli era mai capitato di incontrare una chiromante
n un ladro, eppure nei racconti di Yakob la citt
pullulava di entrambi. D'altro canto, per, Yakob
non aveva mai cenato con un capo di Stato o un ambasciatore,
sebbene insistesse a dire di aver stretto amicizia
con Moncef Barcous Bey quando era governatore
ottomano a Costanza. La diversit delle esperienze non
era di ostacolo alla conversazione; anzi, era ci che la
rendeva interessante. Dopo cena, i due uomini si spostarono
in un salotto improvvisato che veniva chiamato
sala da fumo e, davanti a una bottiglia di porto, continuarono
nello stesso modo fino a tardi.
James fu colpito soprattutto dalle conoscenze tecniche
del suo compagno di cabina. Era in grado di notare
un difetto in un tessuto all'altro capo della stanza e sulla
storia della fabbricazione dei tappeti ne sapeva pi di
qualunque suo collega del Gran Bazar. La sua abilit
pi notevole, tuttavia, sembrava essere quella di venditore.
Nonostante le merci di Yakob fossero stivate sottocoperta
e non potessero essere tirate fuori per mostrarle,
le descrizioni dei suoi tappeti, dei loro colori vibranti,
dei disegni classici e dell'eleganza della lavorazione
convinsero pi di un passeggero a lasciare un acconto
per un pezzo che sarebbe stato consegnato in seguito.
Perfino James, che vedeva benissimo i suoi trucchi
da imbonitore e per giunta era rimasto un po' a
corto di soldi dopo la lunga vacanza, si lasci convincere
ad anticipare il dieci per cento del prezzo di un
magnifico hereke viola e bianco, perch Yakob era certo
che nel suo ufficio avrebbe fatto un figurone.
Il rapporto creatosi fra loro era l'esempio perfetto
delle amicizie che nascono sulle navi, dove non c'
molto da fare se non parlare e non vale la pena prendere
in considerazione condizioni economiche o classe
sociale. Era un legame puro e semplice, del genere
che James non aveva pi stabilito dai primi tempi dell'universit.
Tenne per s i suoi segreti pi oscuri, ovviamente,
ma con il procedere della settimana raccont
a Yakob della morte del padre, di alcune delle umiliazioni
subite all'arrivo a New Haven e degli eventi che
l'avevano spinto a decidere per la laurea in teologia. Da
parte sua, Yakob raccont della severa educazione ricevuta,
della tragica storia della morte della prima moglie
e del secondo matrimonio senza amore. Soltanto l'ultima
sera del viaggio rivel qualcosa in pi su sua figlia, Eleonora.
Oltre a essere l'ultima sera del viaggio, era anche l'ultima
dell'anno del Signore 1885 e la stavano festeggiando
come si conveniva. Si erano ritirati nella sala da fumo
a bere l'ultima bottiglia di porto del reverendo Muehler
e a fumare qualche briciola del tabacco di Yakob. Era
gi piuttosto tardi - o presto che dir si voglia - e avevano
tutta la stanza per s. Il denso fumo azzurrognolo
delle pipe aleggiava sopra le loro teste e solo le stelle
pi luminose sbirciavano dentro gli obl annebbiati.
C' una cosa cominci Yakob, raddrizzandosi sulla
sedia su cui vorrei consigliarmi con voi.
Ma certo rispose James, incrociando le caviglie mentre si metteva comodo per ascoltare.
Riguarda mia figlia.
S, me ne avete parlato l'altro giorno. Eleanor, giusto?
Eleonora.
Yakob rimase in silenzio per un momento, a fissare la bocca della pipa.
Ho accennato a lei disse, ma non vi ho raccontato nulla.
James bevve un sorso di porto e sollev le sopracciglia.
Eleonora ... Yakob si interruppe, si guard la
mano. Se la incontraste di persona capireste subito.
Si potrebbe definirla un genio, una bambina prodigio.
Non so se rendo l'idea.
Il reverendo Muehler si sporse in avanti e appoggi i
gomiti sulle ginocchia. Nel corso della sua carriera si era
imbattuto in una serie di bambini che si diceva fossero
straordinari, magari perch avevano imparato a leggere
presto, sapevano fare a mente calcoli complicati o imparavano
con facilit le lingue straniere. L'argomento gli
interessava, sul piano professionale come su quello
personale, e spesso aveva accarezzato l'idea di stilare una
sorta di compendio storico dei bambini prodigio. Comunque,
quasi tutti quelli che lui aveva avuto occasione
di conoscere non possedevano realmente il tratto del genio,
o quanto meno non potevano essere paragonati a
Bentham, Mendelssohn e John Stuart Mill.
Voi mi avete detto di aver cominciato l'universit a
sedici anni?
S disse James. Appena prima di compierne diciassette.
Ritengo che se ricevesse un'istruzione adatta, sotto
la giusta guida, Eleonora potrebbe essere in grado di frequentare
l'universit nel giro di due anni, forse tre. Non
sto dicendo che vorrei, solo che la ritengo in grado.
Quanti anni ha?
Ne ha compiuti otto ad agosto.
Sarebbe stupefacente.
James si fidava del suo compagno di cabina, era un
uomo onesto, niente affatto pretenzioso n orgoglioso,
ma era difficile non essere scettici davanti ad affermazioni
del genere. Parlarono a lungo delle molte conquiste
di Eleonora, delle lezioni che Yakob aveva concepito
per lei e delle preoccupazioni di Ruxandra per il futuro
della bambina, della sua paura delle reazioni dei loro
concittadini, se avessero saputo di cosa era davvero capace.
James fece del suo meglio per confortare l'amico,
ma per quanto volesse credergli non pot fare a meno di
esprimere qualche perplessit. Ogni volta che lo faceva,
Yakob aspirava a lungo dalla pipa e scuoteva la testa.
Se solo poteste conoscerla gli diceva. Vi basterebbe
un attimo per capire.
...
.
...
CAPITOLO 6.
...
.
...
Pressata su tutti i lati da una ruvida oscurit vellutata,
le ginocchia inerti e le braccia ripiegate come inutili
pinne, Eleonora fissava il nero, incapace di distinguere
perfino le pareti del baule in cui era intrappolata. Nelle
profondit della nave, chiss dove, gli schiocchi e i gemiti
della vaporiera si levavano, mugghiavano e scemavano
come quelli di un gigante inquieto che russa nella
sua caverna. La saliva impastata fra le labbra di Eleonora
sapeva di succhi gastrici e polvere di carbone. Sotto
la scapola sentiva la puntura di un crampo. E i muscoli
delle cosce palpitavano frenetici, come se sotto pelle
fossero intrappolate delle farfalle. Sgranchendosi le dita,
Eleonora sent un altro crampo allargarsi a ventaglio
dalla spalla. Chiuse gli occhi per vincere il dolore e ingoi
il sapore oleoso della bile. Non mangiava da mezzogiorno
del giorno prima e le sue provviste erano fuori
portata, dietro le caviglie incrociate. Se fosse riuscita
a cambiare posizione, avrebbe dato sollievo al crampo
alla schiena e magari avrebbe anche raggiunto le provviste.
Espirando, contorse il braccio sinistro per sfilarlo
da sotto il busto e schiacci la spalla nello spazio rimasto
libero. Da quella nuova posizione, tuttavia, il meglio
che poteva fare era cercare disperatamente di spostarsi
di nuovo e finire per ritrovarsi ancora pi scomoda.
Al termine della manovra, si ritenne fortunata a essere
riuscita a tornare nell'originaria posizione fetale.
Non era cos che aveva immaginato il suo viaggio,
anzi. Sebbene non ricordasse con esattezza cosa aveva
immaginato: pur avendo riflettuto a fondo sugli svariati
particolari del piano, pur avendo controllato e ricontrollato
la sua lista, Eleonora non aveva mai veramente
considerato cosa volesse dire chiudersi dentro un baule.
Anche quando ci aveva pensato, aveva sempre immaginato
che il tempo sarebbe volato e che, come le parti
noiose di un romanzo, avrebbe potuto passare oltre il
viaggio e arrivare a Istanbul come se nulla fosse. Invece
non era successo. Semmai, il tempo trascorreva pi lento,
trascinava gli zoccoli come un tiro di cavalli stanchi,
costretti a viaggiare per lunghi giorni allo stremo delle
forze. Se la sua stima era corretta, si trovava nel baule
da poco pi di sette ore. In confronto al resto della sua
vita, sette ore non erano un tempo lunghissimo, eppure
le sembravano sette anni.
Dapprima era stata in apprensione, preoccupata di
essere smascherata, di starnutire o tossire o deglutire
e quindi di farsi scoprire da suo padre o da Ruxandra.
Alla fine, per, doveva essersi addormentata perch subito
dopo ricordava il momento in cui l'avevano caricata
nel bagagliaio della carrozza a nolo ed erano scesi a
sobbalzi per la collina. Dopo una lunga attesa, che doveva
essere la coda per l'ispezione doganale, aveva sentito
aprirsi il bagagliaio. Dalla crepa nel coperchio era
filtrata una lama di luce e le era parso di sentire la voce
di suo padre. Attorno alla carrozza c'era un andirivieni
di uomini e il baule era stato passato di mano in mano
come un sacchetto di sabbia. Il bagaglio di suo padre
doveva essere stato fra gli ultimi a venire caricati perch
subito dopo la stiva era stata chiusa con un cigolio di
catene di ferro, il motore aveva preso vita e la nave era
uscita dal porto sbuffando. Era stato solo a quel punto
che Eleonora si era concessa di tirare il fiato e fare il
punto della situazione. La prima parte del suo piano
era stata un successo incondizionato ma adesso era in
trappola, un crampo che le si irradiava nella schiena
e la fame che le ribolliva in bocca come lava.
Ehi! Aiuto! grid, con la voce che le grattava la
gola. Ehi! C' nessuno?
Era inutile. Non c'era nessuno e, se anche ci fosse
stato, non sarebbe riuscito a sentirla sopra i grugniti
del motore. Diede un calcio, forte, contro il baule, in
parte per la frustrazione e in parte nella folle speranza
di aprirsi una via d'uscita. Il legno non cedette ma lo
scossone del calcio le fece cadere qualcosa dalla tasca
davanti. Sfil un braccio da sotto il corpo e pass il
pollice lungo il margine dell'oggetto. Era il segnalibro,
uno dei pochi effetti personali che sua madre si era portata
da Bucarest a Costanza, o almeno uno dei pochi
rimasti. Un pezzettino di legno di quercia su cui erano
intagliati due esagoni sovrapposti: sembrava brillare di
luce propria, quasi perforando il buio. Eleonora immagin
sua madre arrotolare una ciocca di capelli sul segnalibro
mentre rileggeva assorta un brano preferito
della Clessidra. Rigirandoselo tra pollice e indice, Eleonora
ricord la scena in cui l'anziana signora Holvert
evadeva dalla prigione del suo prozio scassinando le
manette con una forcina stretta fra i denti.
Valeva la pena tentare, se non altro perch non c'era
alternativa. Piegando il polso indietro come una gallina,
Eleonora si premette il mento al petto e morse. Serrando
i denti e usando la lingua come guida, riusciva a
manovrare il segnalibro con sorprendente abilit. Dopo
qualche minuto riusc a infilarlo nella fessura tra il
coperchio e il fianco del baule. Strizzando gli occhi per
la concentrazione, lo pass avanti e indietro lungo il taglio,
finch fece presa sul meccanismo di chiusura e,
con il rilascio della molla, il coperchio cedette.
Ancora col segnalibro fra i denti, Eleonora sbatt le
palpebre nella stiva scura di polvere di carbone. Alla luce
tremula e lontana della fornace, riusc a vedere la sagoma
del proprio baule e di una manciata di altri che
sbiadivano nel nero granuloso. Distingueva le forme
ma non i colori, gli odori ma non le loro sorgenti.
Con fatica, scese sul tiepido pavimento di metallo, allung
le braccia sopra la testa e si chin in avanti per
toccarsi le punte dei piedi. Massaggi l'epicentro del
crampo con la nocca del pollice e, rabbrividendo, rote
la testa. Quando si fu stiracchiata ben bene, si sedette
su un baule. Ripesc il suo sacco di provviste e cominci
a mangiare, ficcandosi in bocca tozzi di pane e croste
di formaggio come un procione affamato.
Man mano che i suoi occhi si adattavano al buio fuligginoso
della stiva, si accorse di essere circondata da
una metropoli di bagagli, file su file di bauli, casse e valigie
illuminate solo dal bagliore della fornace. Passando
in rassegna quella citt fantasma, cerc indicazioni
che le facessero capire quali bauli avrebbero potuto
contenere sardine e gallette, ciliegie candite, noci o
uva passa. Aveva mangiato pi di met delle sue provviste
in una volta sola e il suo stomaco non le dava tregua.
Di certo nessuna delle persone di cui leggeva i nomi
sui bagagli avrebbe negato a una bambina affamata
una piccola porzione di cibo. Servendosi del segnalibro,
Eleonora and di baule in baule forzando le serrature
e lasciando perdere quelle che resistevano, frugando
tra vestiti, libri, gioielli e profumi in cerca di sostentamento.
Trov carta da lettera con elaborate decorazioni,
bicchieri di cristallo, il meccanismo di un enorme
orologio e una valigia piena zeppa di lettere d'amore
ma niente da mangiare.
Alla fine in un angolo, lontana dal resto dei bagagli,
scov una fila di cinque casse di legno. Erano alte come
lei e stampigliate in oro con il sigillo del sultano. Nonostante
la loro nobilt, o forse in virt di essa, le casse
non avevano serrature o catenacci. A fortificazione c'era
solo un chiavistello di legno. La prima cassa che apr
era piena di libri, soprattutto romanzi, scritti in francese,
tedesco e inglese. Eleonora scorse i titoli, richiuse il
coperchio e pass oltre. Magari le sarebbero interessati
in seguito, in quel momento voleva cibo. La seconda
cassa era piena di acqua di rose della Crimea e la terza
di caviale, pesce affumicato e aringhe, centinaia di lattine
rosse e oro con qualche parola in cirillico o l'immagine
di un pesce. Guardandosi le spalle, Eleonora
prese una lattina dalla fila in cima e, svitando il tappo,
scopr uno strato di luccicanti sfere scure. Sospettosa,
tocc le uova di pesce con la punta del mignolino e
se la port alle labbra. Il suo naso si contrasse per il disgusto.
Quell'aroma pungente e salato non era ci che
sperava, ma era pur sempre cibo. In meno di un'ora
consum un'intera bottiglia di acqua di rose e tre lattine
di caviale, infilandoselo in bocca a manciate finch
non ne fu ubriaca.
Quella notte si prepar un giaciglio con uno spesso
tappeto shushan e una pezza di velluto. Appoggi la testa
su un angolo ripiegato del tappeto e si tir il velluto
sulle spalle, chiuse gli occhi e si rilass. La sua mente era
inondata dalla paura e dal dubbio ma, per quanto spaventata,
per quanto non pi certa che la decisione di
fuggire fosse stata saggia, Eleonora era anche molto
stanca. Mentre il brontolio dello stomaco cessava e il
palpito della fornace si regolarizzava, i suoi pensieri scivolarono
nel tiepido, salato oceano del sonno: berretti
bianchi e onde, gabbiani in volo e di tanto in tanto
un lontano scorcio di terra. Man mano che si lasciava
portare dalla corrente, il mare divenne una strada di
campagna: una mucca solitaria che rigurgitava erbacce,
casupole di pietra isolate, un drappello di cipressi e, oltre,
vasti tratti di campi coltivati gialli e verdi. Presto le
casupole isolate si trasformarono in villaggi, i villaggi in
citt dagli edifici sempre pi alti, citt con ampi viali,
cupole di cristallo e giardini notturni odorosi di rose
e gelsomino.
Nel ventre della nave, Eleonora perse completamente
il senso del tempo. L'oscillazione delle onde e gli
sporadici crepitii tossicchianti della fornace erano i soli
indicatori del suo trascorrere. Dormiva quando era
stanca e mangiava quando aveva fame, si scaricava in
un angolo libero della stiva come un animale selvatico
intrappolato in una cantina. Col tempo i suoi occhi si
adattarono alla fioca luce fuligginosa della fornace e
sebbene le venissero regolari attacchi di tosse, si abitu
alla polvere di carbone. Pi di una volta tir gi un libro
dalla cassa del sultano e cerc di leggere ma le parole
si confondevano e si inseguivano sulla pagina, concedendole
non pi di un paragrafo prima di essere sopraffatta
da un mal di testa debilitante. Impossibilitata
a leggere, senza sole e senza faccende domestiche da
sbrigare, si teneva occupata curiosando nel bagaglio degli
altri passeggeri, ripensando ai suoi libri preferiti e
domandandosi, come David Copperfeld, se sarebbe
diventata l'eroina della propria vita o se sarebbe stato
qualcun altro a rivestire quel ruolo.
Non sapeva che la nave avrebbe fatto due scali prima
di Istanbul perci, quando il motore rallent la prima
volta e sul ponte suon la sirena, ebbe un tuffo al cuore.
Era gi passata una settimana? Per sicurezza, ripose
il suo giaciglio nel baule e si infil dietro le casse del
sultano. Con uno schiocco e un cigolio, la porta della
stiva cominci ad aprirsi. Era mezzogiorno e la luce del
sole penetr a fondo nella fessura che man mano si allargava,
riversandosi nell'antro come una scarica di dardi
fiammeggianti. Eleonora trattenne uno starnuto intanto
che tre stivatori cominciavano a caricare e scaricare
bauli. Quando portarono dentro gli ultimi bagagli,
uno di loro annus l'aria e grugn qualche parola
con un cenno alle proprie spalle. Il suo compare grugn
in risposta e si mise a ridere. Pur non avendo capito cosa
si fossero detti, il suono delle loro voci le fece pulsare
forte le vene del collo.
Mentre la grande porta si chiudeva, le acque di sentina
rifluivano e i catenacci sbattevano instabili, una
delle upupe di Eleonora svolazz nella stiva. Eleonora
la vide solo per un attimo, con la coda dell'occhio, ma
non c'era dubbio che fosse un uccello del suo stormo.
Fece un giro dello stanzone e usc un istante prima che
la porta si chiudesse rumorosamente. Quando la nave
riprese il mare, Eleonora scopr che le aveva lasciato un
dono, un'arancia, posata esattamente nel centro del suo
baule. Con tanto di ramoscello e foglie, riluceva fra le
sue mani come un piccolo sole. La tenne in mano per
un pezzo, lasciando che il suo tepore le permeasse le
estremit. Tenere il frutto in mano le dava la certezza
che il suo stormo era ancora con lei. Avevano lasciato il
loro albero a Costanza per seguirla al di l del mare, per
proteggerla durante il suo viaggio. Quando le venne fame,
Eleonora pel e mangi l'arancia, spicchio per
spicchio, assaporando l'esplosione succosa tra lingua e palato.
Il suo tempo nella stiva trascorse in questo modo.
Per quanto le sue necessit pi elementari fossero soddisfatte,
non era una vita piacevole ed Eleonora fu spesso
sopraffatta da un'insopportabile nostalgia di casa, di
suo padre, perfino di Ruxandra. In quei momenti non
avrebbe desiderato altro che uscire allo scoperto, trovare
la strada per salire in coperta e crollare fra le braccia
del padre. Tuttavia sapeva che se si fosse rivelata troppo
presto il suo piano sarebbe andato all'aria. Suo padre
sarebbe sceso a terra al primo attracco per telegrafare
a Ruxandra, e tutti i suoi preparativi, tutte le sue sofferenze
si sarebbero tradotte in un ritardo di qualche
giorno. Il problema, allora, era come fare a capire qual
era il momento giusto. Senza orologio o calendario e
con un'idea piuttosto vaga della rotta, Eleonora poteva
farsi guidare solo dalla sua intuizione, da una fumosa
percezione della sua collocazione nel mondo.
Fu l'ultima sera del viaggio, la sera prima dell'attracco
a Istanbul, che Eleonora decise di uscire allo scoperto.
Ovviamente non sapeva che al mattino la nave sarebbe
entrata nelle bocche del Bosforo, ma aveva avvertito
un lieve cambiamento nella forza delle onde, un allentamento
della potenza dei motori, e non un attimo
prima del necessario. Dopo sette lunghi giorni nella stiva
della nave, era sporca, aveva i polmoni pieni di polvere
di carbone e stava cominciando a venirle un dolore
al basso ventre. Immaginando quale aspetto dovesse
avere, consider se cercare di darsi una ripulita, di lavarsi
in qualche modo o di ricavare un abito da una
pezza di tessuto ma nella stiva non c'era sapone e per
vestirsi di nuovo avrebbe rovinato altra merce di suo
padre. No, avrebbe dovuto presentarsi cos com'era.
Si tir indietro i capelli, si lisci il vestito, riordin
attorno al baule e si diresse, in quel paesaggio familiare
di bagagli, alla grande porta di ferro che conduceva
fuori dalla stiva. Pass le dita sulla superficie del metallo,
butterata come la porta che dava accesso all'attico
della signora Brashov. Dietro quella porta c'era suo padre,
cibo e letti a non finire, zuppa calda, cuscini di
piuma e l'aria cristallina del mare. Un brivido di anticipazione
le scese fino alla punta delle dita. Si ferm un
attimo per regolarizzare il respiro. Era il momento.
Aveva pi paura di quanto si aspettasse, paura della
reazione di suo padre, di essere sorpresa prima di riuscire
a trovarlo, di una miriade di orribili esiti che non
riusciva neanche a immaginare, ma non aveva scelta,
non c'era altra via d'uscita. Inspir per calmarsi. Afferrando
la maniglia con entrambe le mani, spinse la porta
in un corridoio umido e vuoto, poco illuminato eppure
luminosissimo in confronto al buio della stiva.
Si strofin gli occhi abbagliati e segu il corridoio per
qualche metro, fino a una stanza piena di bottoni, leve
e ruote, tutti sibilanti e chioccianti come in un caff affollato.
C'erano tre porte e, mentre cercava di decidere
quale prendere, sent una serie di parole scorporate
fluttuarle accanto, nude e rapide come angeli. Ascolt
le voci avvicinarsi sempre di pi finch non furono appena
fuori dalla stanza.
Dev'essere qui dentro disse una voce maschile
mentre la porta si spalancava.
Nascosta dietro un viluppo di tubature, Eleonora
riusciva a distinguere la sagoma di due uomini, uno
molto pi robusto dell'altro. I loro baffi e i loro turbanti
proiettavano un'ombra distorta sulla porta rimasta
aperta alle loro spalle.
Dove ha detto che era?
Quando parl il secondo, Eleonora si rese conto che
la lingua in cui si esprimevano era turco. L'aveva sentito
solo nelle lezioni di suo padre ma scopr che, con un
minimo di concentrazione, lo capiva abbastanza bene.
Ha detto che era qui.
S, ma dove?
Se lo sapessi, non lo staremmo cercando.
Il primo uomo fece un passo indietro e sollev la
lanterna per illuminare la stanza.
Guarda! Hai visto?
No.
Ci fu un lungo silenzio durante il quale Eleonora
sent di tremare forte, l'imminente smascheramento
presagito come sapore metallico sulla lingua.
Io non vedo niente disse il primo uomo, voltandosi
per uscire. Qui dentro  troppo buio, non si vede
niente.
Quando lasci il nascondiglio dietro i tubi, Eleonora
stava ancora tremando. Se i due uomini l'avessero vista,
chiss in che guai si sarebbe ritrovata. Si concesse qualche
momento per calmare il battito del cuore e poi,
avendo contato fino a trenta, usc dalla porta che avevano
imboccato i due uomini, presumendo che stessero
tornando al corpo principale della nave. Passando sotto
una giungla di tubature gocciolanti e lanterne annerite
dalla fuliggine, sbuc in un corridoio molto meglio illuminato.
C'erano tappeti a terra, pannelli di legno alle
pareti e una fila di porte, ciascuna con una finestrella
rotonda e una placca di ottone numerata. Le porte dalla
16 alla 30 erano tutte chiuse. Mentre percorreva il
corridoio, Eleonora sent i lievi ma persistenti rumori
del sonno, gente che borbottava, russava e si rigirava,
i rumori che accompagnano i nostri agitati viaggi nel
regno dei sogni.
Era arrivata in fondo al corridoio e stava preparandosi
a salire una scala di ferro, quando una delle porte
alle sue spalle si apr con un cigolio. Eleonora si blocc
e si incurv, pronta per un grido accusatorio, l'apertura
delle cabine e il radunarsi di passeggeri curiosi che
avrebbero discusso sul da farsi con la piccola clandestina
sudicia. Ma l'unico rumore che sent fu di passi vellutati
insieme a un flebile borbottio. Gir appena il
mento verso la spalla, sforzandosi di voltare gli occhi
verso la fonte del rumore. Era un vecchio ossuto in camicia
da notte, con un folto cespuglio di capelli grigi.
Camminava in direzione della scala trascinando le pantofole
sulla moquette, ma non sembrava averla notata.
Pian piano, per non attirarne l'attenzione, Eleonora si
volt verso di lui. Sebbene fossero aperti, i suoi occhi
sembravano smorti e lucidi, privi di consapevolezza.
Eleonora trattenne il respiro e deglut. Man mano
che il vecchio si avvicinava, sent che stava mormorando
una serie di domande nervose. Si ferm proprio davanti
a lei e, come se ne avesse percepito la presenza,
tacque. Eleonora inal il suo odore sonnolento, il sudore
accumulato sulla camicia da notte in una settimana.
Guard il suo viso dalle pesanti rughe e allung la
mano, ma senza toccarlo.
Non preoccupatevi gli disse. Voltatevi e tornate
in camera vostra.
Un riflesso di consapevolezza illumin gli occhi del
vecchio, che torn verso la sua cabina. Eleonora aspett
che avesse chiuso la porta per tornare a respirare, quindi
si gir a sua volta e, con il cuore che le pulsava forte
nelle vene del collo, sal la scala.
Si ritrov all'ingresso di quella che sembrava la sala
da pranzo. Portando una ciocca dietro l'orecchio, esamin
la sala vuota. I tavoli erano ripiegati e accatastati
in vista dell'attracco. Un contingente di piante in vaso
si accalcava in un angolo e il pianoforte era contro il
muro come uno studente indisciplinato. Eleonora ebbe
l'acquolina in bocca al pensiero del cibo e, sperando
che la doppia porta rivestita di pelle accanto al piano
portasse in cucina, attravers il salone per indagare. Avvicinandosi
sent delle voci provenire dall'interno della
stanza adiacente che, a quanto diceva la placca di ottone
sulla parete, era la sala da fumo. Spintasi ancora pi
vicino, fiut una traccia del tabacco di suo padre.
Avrebbe potuto provenire dalla pipa di chiunque altro,
in realt, ma Eleonora non era nella posizione di cavillare.
Mettendo da parte l'esitazione, varc la porta. Ed
eccolo l, proprio come l'aveva immaginato. Con la
stessa giacca che indossava la sera prima di partire,
suo padre era seduto su una poltroncina stretta e stava
bevendo un bicchiere di vino insieme a un uomo rubizzo in abito blu scuro.
Tata!
Nel lungo silenzio che segu, Eleonora not il proprio
riflesso nello specchio accanto alla testa di suo padre.
Aveva il vestito incrostato di cibo e le calze strappate
su tutte e due le ginocchia. Il suo viso era striato di
polvere di carbone e un grumo di capelli sporchi le
scendeva sugli occhi. Sembrava Cupido di ritorno da
una battaglia, sconfitto, trascinato con il mento nel fango,
le ali impantanate. Apr bocca per spiegare ma tutti i
discorsi che aveva provato e riprovato, tutte le sue giustificazioni
e motivazioni, svanirono. Allora attravers
la stanza di corsa e si gett in braccio a suo padre facendogli
cadere il bicchiere e rovesciare il vino sul tappeto.
Elli disse lui con una voce che tradiva meraviglia e
una buona quantit di dispiacere. Si pu sapere cosa ci fai qui?
...
.
...
CAPITOLO 7.
...
.
...
Il mattino seguente Eleonora e suo padre sedettero insieme
sul ponte di prua a guardare Istanbul sorgere dal
mare. Dapprima la citt si present come una foschia,
non pi corporea di uno spettro assopito sotto la nebbia;
tuttavia, man mano che si avvicinavano, Eleonora
riusc a farsene un'idea generale grazie ai lampioni che
brillavano come un consesso di stelle cadute. Era prima
dell'alba ed Eleonora era avvolta in una ruvida coperta
di lana, seduta sulle ginocchia del padre. Che ce l'aveva
ancora con lei. Ne intuiva l'irritazione dalla posizione
tesa delle braccia e dal respiro regolare con cui calmava
i pensieri. Quali pensieri fossero, non avrebbe saputo
dirlo. Non le aveva rivolto pi di una decina di parole
da quando era uscita allo scoperto. Non sapeva se avesse
intenzione di rispedirla a Costanza o se le avrebbe
permesso di restare con lui a Istanbul. Aveva talmente
poca dimestichezza coi contorni della rabbia di suo padre
da non avere gli strumenti per giudicarne la forma
e la vastit. Per sapeva che sarebbe stato meglio non
rompere il silenzio.
Al suo momento, il sole sorse incerto in un angolo
lontano del cielo e dissip la nebbia. Il Bosforo brulicava
gi di imbarcazioni, un fitto di pescherecci, caicchi
e qualche piroscafo lentissimo. Sulla riva, all'ombra
dei cipressi, figure in miniatura di venditori ambulanti
mercanteggiavano, si affaccendavano, contrattavano e
pregavano. Le cupole a forma di tartaruga di tre moschee
gigantesche luccicavano al sole novello, i minareti
foravano il cielo come baionette e l, alla confluenza
delle acque, sorgeva il palazzo pi maestoso che Eleonora
avesse mai visto. Giardini su giardini, archi, balaustre
e lucernari racchiusi da abbaglianti mura di
marmo bianco e sorvegliati da un reggimento di torri
vetrate: il Topkapi, la dimora di sua eccellenza il sultano
Abdul Hamid II, era assiso sulla sponda del Corno
d'Oro, a testimonianza di inconcepibili ricchezze e potere.
Mentre facevano il loro ingresso in porto, la sirena
del capitano suon e dalla banchina si lev un coro
di grida. Una squadra di portuali assicur le cime, la
stiva si schiuse e gli stivatori calarono in massa sulla nave
per legarsi alla schiena bauli, casse e barili come tanti
muli. Proprio di fronte alla nuova stazione ferroviaria,
il porto era un frenetico crogiolo di umanit varia,
un'accozzaglia di fez, turbanti, giacche all'occidentale
e cafetani. Mendicanti scalzi si mescolavano a venditori
ambulanti che sventolavano la loro mercanzia sopra la
testa e, ai margini della ressa, le carrozze contendevano
lo spazio ai cammelli e ai cani randagi. Doveva essere
ci che intendeva la signorina Ionescu quando aveva
descritto la stazione ferroviaria di Bucarest come un sudicio
tumulto di uomini che lottavano con le unghie e con
i denti per una posizione solo di poco pi vantaggiosa nella
folla. A Eleonora parve di scorgere le terga di un elefante
sparire dietro un angolo, ma in quel momento tra
due stivatori scoppi una lite e lei si sent stringere
dall'abbraccio protettivo del padre. Abbandonandosi contro
di lui, inal il familiare profumo di ibisco e fumo di
pipa prima di osare una domanda.
Tata gli disse, alzando gli occhi a guardare la sua
barba, dove andiamo adesso?
Suo padre espir e tolse dalla tasca della giacca una
presa di tabacco.
La prima cosa che dobbiamo fare le disse  spedire
un telegramma a Ruxandra. Poi il mio amico
Moncef Bey verr a prenderci con la sua carrozza per
portarci a casa sua. Avevo intenzione di rimanere ospite
da lui per l'intera durata del mio viaggio. Spero che abbia
posto anche per te.
Yakob si accese la pipa lasciando sedimentare le parole
e il loro significato.
Non capisco come hai potuto pensare che fosse
una buona idea le disse, tirando il fumo del tabacco.
Mentre suo padre fumava, dal porto saliva a zaffate
un pungente odore salmastro ed Eleonora ripens alla
stiva. Rabbrividendo, scacci il pensiero. Suo padre
non le aveva chiesto nulla su cosa fosse accaduto nella
stiva e a lei stava bene cos. C'erano cose di cui era meglio
non parlare, ne aveva la certezza. Terminata la pipa,
suo padre si alz, prese la valigia con una mano e
con l'altra la guid verso le banchine.
Trasporto, signore? Alloggio? Facchino?
Ancor prima di essere scesi dalla passerella, furono
assaliti da uno sciame di imbonitori, uomini dal viso
untuoso che sventolavano cartoline e afferravano le
borse di suo padre.
No, grazie diceva Yakob facendosi largo. No.
No, grazie.
Ma che bella bambina disse uno in tono minaccioso.
Vostra figlia?
Yakob trascin Eleonora oltre gli imbonitori, verso
un punto meno affollato vicino alla stazione, e appoggi
a terra la valigia. Il reverendo Muehler non si vedeva
e a quanto sembrava Moncef Bey non era ancora arrivato.
Eleonora pens di chiedere a suo padre se stessero
andando a spedire il telegramma a Ruxandra ma
lui sembrava teso e non voleva esasperarlo con le domande.
Suo padre scandagli di nuovo la folla prima
di farle un cenno in direzione di un piccolo caff.
Vieni, Elli. Sediamoci a prendere una tazza di t.
Avevano appena ordinato quando una carrozza accost
davanti al caff disperdendo uno stormo di gabbiani
e alcuni curiosoni inopportuni. Il maestoso veicolo
rivestito di legno di quercia, trainato da quattro
cavalli arabi grigi, rest fermo un attimo prima che
la porta si aprisse e ne scendesse un uomo alto, ben
piazzato. Eleonora dedusse che doveva essere Moncef
Bey. Vestito con un completo blu scuro e un fez rosso,
aveva folti capelli neri e i tratti delicatamente aquilini
di una miniatura persiana. Sembrava il genere di persona
che si sarebbe potuto incontrare nella Clessidra, magari
a discutere di questioni della massima importanza
nel salotto del conte Olaf oppure a sollazzarsi all'opera
nel palco privato dei Von Hertzog.
Moncef Bey!
Moncef Bey sorrise e abbracci suo padre con affetto.
Mio caro Yakob. E passato troppo tempo.
Davvero rispose suo padre. Davvero troppo.
Si abbracciarono di nuovo, poi il Bey rivolse la sua
attenzione a Eleonora, che era ancora seduta al tavolino.
E questa bella bambina? domand. Chi sarebbe?
Eleonora sent il rossore salirle alle orecchie. Alz gli
occhi e regal al Bey il miglior sorriso che le riusc.
Lei disse Yakob  mia figlia Eleonora. Spero sinceramente
che non vi arrechi disturbo. Avrei telegrafato
per avvertire ma devo ammettere che ha preso alla
sprovvista anche me.
Ma figuratevi disse il Bey, liquidando le preoccupazioni
di Yakob con un cenno della mano. Gir sui tacchi
e indic loro di seguirlo. Un po' di giovent ci far
bene, soprattutto una signorina tanto affascinante.
Cos la faccenda fu chiusa. Una volta caricati i bauli
di Yakob, Moncef Bey disse due parole al conducente e
via. Come la maggior parte delle carrozze di Istanbul,
anche quella del Bey era dotata di pannelli di legno traforato
al posto dei finestrini. Era una trovata che schermava
i passeggeri dal sole e soprattutto impediva alla
gente di vedere le signore della casa mentre giravano
in citt. Per fortuna, non impediva a chi era all'interno
di vedere fuori. Accomodatasi sul sedile di velluto rosso,
Eleonora incroci le mani in grembo e fiss lo
sguardo sul pannello davanti a s, seguendo un caleidoscopio
di moschee e edifici municipali, scricchiolanti
dimore di legno, platani, carretti di verdure e uno stormo
che sembrava proprio il suo in volo circolare sopra
di loro.
La citt  molto cambiata disse Yakob appoggiando
la caviglia sul ginocchio. Naturale, visto che sono
passati quasi dieci anni dall'ultima volta che ci sono venuto.
Il Bey guard oltre le spalle del suo ospite e sembr
perdersi per un momento nello scenario in movimento.
Sorgono nuove costruzioni di continuo disse.
Caff e negozi, scuole, moschee e mercati, ma l'essenza
della citt non cambia. Non importa chi siede sul
trono o quante nuove stazioni ferroviarie vengono costruite,
non importa quali nazioni mandano le loro navi
da guerra a pattugliare il Bosforo: Istanbul rester
sempre Istanbul, fino alla fine dei tempi.
Ben detto comment Yakob e alz la mano destra
come se stesse facendo un brindisi. A Istanbul.
Presto la carrozza si ferm davanti all'ingresso principale
della casa del Bey e un drappello di cocchieri cominci
a scaricare i bagagli di Yakob, a staccare i cavalli
per portarli alle stalle. La casa del Bey, un'enorme magione
gialla e bianca eretta sul ciglio dell'acqua, guardava
il traffico marittimo con la languida eleganza di un
anziano con il panciotto che d da mangiare ai piccioni
sulla panchina di un parco. Mentre guidava i suoi ospiti
alla porta, Moncef Bey lanci uno sguardo incuriosito
allo stormo di Eleonora, appollaiato su un grande
tiglio che faceva ombra al viale.
Ti hanno seguito disse suo padre. L'intero stormo
ti ha seguito.
Eleonora non aveva mai dubitato della fedelt delle
upupe; tuttavia da Costanza a Istanbul la distanza era
notevole. Stava immaginando il loro viaggio sull'acqua
- sulla scia degli uccelli marini o celate dentro le scialuppe
di salvataggio vuote - quando entr nell'ingresso
della casa del Bey e la sua attenzione fu attratta da un
colossale lampadario di cristallo che penzolava in mezzo
al soffitto. Impenetrabile foresta di riflessi, sembrava
che da un momento all'altro potesse cedere sotto il suo
stesso peso e frantumarsi sulla scalinata di marmo. Appena
oltre la soglia, subito alla destra di Eleonora, c'era
un tavolino disseminato di biglietti da visita. Alla sua
sinistra, un'armatura montava di guardia ininterrottamente.
E ai suoi piedi, a coprire gli otto metri e pi
che separavano la porta dalla scalinata, c'era un enorme
tappeto hereke rosso, blu e verde. Era il tappeto pi
sontuoso che Eleonora avesse mai visto: il bordo floreale
circondava un trio di medaglioni uno dentro l'altro,
nei quali individu raffigurazioni dell'arca di No, del
giardino dell'Eden e di tutti e sette i giorni della Creazione.
Purtroppo disse il Bey, togliendosi il pince-nez e
strofinandolo sull'orlo della giacca gli appartamenti
delle donne sono chiusi. Ormai  parecchio tempo
che in questa casa non ci sono signore. Ma se alla signorina
Cohen non dispiace alloggiare nell'ala maschile,
ho in mente una stanza che credo faccia al caso vostro.
Fece una pausa e guard Eleonora in attesa della sua
approvazione. Quando sorrideva, nei suoi occhi balenava
una luce lunare.
Certo disse Eleonora. Molto obbligata.
Eccellente. E obbligata. Allora  deciso. Monsieur
Karom, mostrate alla signorina Cohen la stanza rossa,
per cortesia.
A quelle parole il maggiordomo lasci il suo angolo
e, rivolto verso l'alto il palmo della mano guantata di
bianco, condusse Eleonora su per la scalinata.
La vostra stanza, signorina Cohen le disse, aprendole
la porta. Verr a bussarvi quando sar servita la
cena, alle otto.
La stanza rossa, coerentemente col suo nome, era
tappezzata con carta da parati di un rosso intenso, la
stessa tonalit di certi fagioli. Per mitigare l'eccesso di
rosso, la boiserie era dipinta di un bianco panna, come
il soffitto e le sedici finestre del bovindo di fronte alla
porta. Alla sinistra di Eleonora c'era un letto a baldacchino
drappeggiato di tende di pizzo come una portantina
imperiale. Davanti a lei, appena sotto le finestre,
c'erano una poltrona di pelle scamosciata color caramello
e uno scrittoio di quercia con tanto di calamaio
di cristallo. Alla sua destra c'erano un com e una toletta,
entrambi con pi cassetti di quanti la sua immaginazione
potesse riempirne. Rimase a lungo sulla soglia,
a esaminare la stanza, il mobilio e il tabriz blu e
verde brillante sul pavimento. Dopo una settimana
nella stiva, le riusciva difficile riconciliarsi con tutto
quel lusso e ancor pi difficile accettare che quella stanza,
in cui sarebbe entrata intera la loro casa di Costanza,
almeno per il momento fosse sua.
Con passo cauto, tenendosi sul bordo del tappeto,
Eleonora raggiunse la toletta e avvicin il viso allo specchio.
Guard il proprio fiato condensarsi e svanire, arricci
il naso e gonfi le guance. Allontanandosi, lisci
una ciocca ribelle, sorrise maliziosa e pieg il capo a sinistra.
Le era gi capitato di vedere il proprio riflesso,
nella sartoria a Costanza, ma non aveva mai avuto occasione
di esaminarsi tanto accuratamente. Si allung
di nuovo in avanti e appoggi il naso sulla superficie
dello specchio cosicch vedeva solo gli occhi e la parte
superiore del viso. Cerc di mettere a fuoco ma pi si
sforzava e pi l'immagine si confondeva. Facendo un
passo indietro, pul il vetro dalla condensa e si osserv
da lontano. Non aveva dubbi di essere bella - era tutta
la vita che se lo sentiva dire - ma al momento aveva un
aspetto un po' scarmigliato. Sebbene la sera prima
avesse fatto il bagno, lavato i suoi indumenti e dormito
in un vero letto, aveva i capelli arruffati, gli occhi affondati
nelle orbite e il suo vestito era poco meglio di un
sacco informe.
Nella pur improbabile eventualit di trovare un abito
pi adeguato, Eleonora attravers la stanza per indagare
in quello che le sembrava un guardaroba. Girato il
pomo, socchiuse l'anta e scopr che era davvero un
guardaroba, vuoto a eccezione di una giacca maschile,
un paio di pantaloni e un fez che sembravano della misura
giusta per un ragazzino della sua et. Aveva giusto
allungato la mano per toccare il tessuto del fez quando
sent la porta aprirsi. Col respiro intrappolato in gola,
si volt piano piano e vide che a provocare il rumore
era stata un'anziana rugosa vestita di blu scuro. L'anziana
non sembrava arrabbiata perch aveva curiosato nel
guardaroba del Bey; anzi, aveva anche lei un'aria un po'
spaventata. Posata una pila di asciugamani su una delle
sedie vicino alla porta, si tir su il fazzoletto sopra un
viluppo di capelli bianchi e si asciug la fronte con la
manica.
Eleonora disse a voce bassa. Sei arrivata.
Eleonora non era certa di come rispondere a quell'osservazione,
quindi tacque.
Sono la signora Damakan disse l'anziana, avvicinandosi.
Ho conosciuto tuo padre a Costanza. Ora
sono al servizio del Bey.
Prese la mano di Eleonora tra le sue e la tenne per un
attimo, prima che le tornasse in mente lo scopo per cui
era venuta.
Mi ha detto che potresti aver bisogno di un cambio
di vestiti. Tuo padre, intendo.
S disse Eleonora. Ne ho bisogno.
E, a guardarti, direi che anche una lavata non guasterebbe.
La signora Damakan sorrise e condusse Eleonora in
bagno attraverso la porta intercomunicante. Piastrellato
in bianco e blu, il bagno era avvolto da un calore
umido e acquitrinoso e dal profumo di betulla. Un intero
angolo era occupato da una vasca di porcellana
mentre nell'altro c'era un grosso paiolo di rame. Grattandosi
la nuca, la domestica borbott qualche parola,
per delicatezza, prima di sfilarle il vestito dalla testa.
Quindi prese il paiolo sotto braccio e disse che sarebbe
tornata subito, lasciandola nuda e sola. Sebbene non
avesse freddo, Eleonora rabbrivid e si strinse le braccia
attorno al petto. Guardando il fantasma del proprio riflesso
in Una piastrella blu, si sedette sul bordo della vasca
e si mise ad aspettare la signora Damakan. Al suo
ritorno l'anziana port una spugna e il paiolo pieno di
acqua calda.
Quando sono andata via da Costanza disse, rovesciando
l'acqua nella vasca, non eri pi lunga del mio
braccio. E adesso guardati.
Eleonora si guard e arross. Era passato parecchio
tempo dall'ultima volta che qualcuno l'aveva vista
completamente nuda. A eccezione dei primissimi anni
di vita, si era sempre lavata da sola e quando si cambiava
di solito era per conto proprio in camera da letto. La
sua ritrosia, per, si dissip presto al calore emanato
dalla signora Damakan. Afferrandosi al freddo bordo
di porcellana, Eleonora cal le gambe nella vasca. L'acqua
era molto pi calda di quanto si aspettasse ma, dopo
qualche attimo di fastidioso pizzicore, scivol indietro
e cominci a godersi il vapore sul viso, il profumo
di pulito del sapone all'olio di oliva e l'acqua calda che
le sgelava le ossa. Prima con delicatezza, quasi con cautela,
e poi con forza sempre maggiore, la signora Damakan
la strofin con la salvietta insaponata dedicandosi
a schiena, gambe, braccia, collo e pancia con il vigore
di una sguattera che scrosta il riso dal fondo di
una padella.
Dopo, avvolta in uno spesso telo bianco, Eleonora si
sent come una bimba appena nata, come se tutti i disagi
e le preoccupazioni della settimana precedente fossero
stati sfregati via e stessero mulinando nello scarico
insieme all'acqua del bagno. Era ancora stanca e aveva
le ossa del bacino che sporgevano come i paletti di una
tenda, ma si sentiva una persona nuova.
Adesso speriamo che questo ti vada bene.
Eleonora si volt e vide la signora Damakan in piedi
dietro di lei, un bell'abito di velluto blu drappeggiato
sul braccio. Dopo aver passato a Eleonora della biancheria
pulita, la aiut a infilarsi il vestito e glielo abbotton
sulla schiena. Mentre le chiudeva l'ultimo fermaglio,
il maggiordomo, Monsieur Karom, buss alla porta
aperta. Senza dire una parola condusse Eleonora al
piano di sotto, in sala da pranzo. Suo padre e il Bey erano
gi seduti, ma si alzarono entrambi quando entr.
Caspita disse il Bey. Allontan dal tavolo la sedia
accanto alla propria e le indic di sedersi. Questo abito
vi dona moltissimo.
Intimidita dai complimenti del Bey, Eleonora si scost
il collo di merletto dalla gola e guard suo padre.
Aveva indossato il suo vestito migliore. Sotto i baffi appena
regolati gli spunt un sorriso carico di orgoglio e
allung la mano sul tavolo per stringere la sua.
Sei bella, Elli.
Un momento dopo Monsieur Karom usc dalla cucina
con tre galletti arrostiti accoccolati su un letto di
riso allo zafferano. Normalmente Eleonora avrebbe
prestato pi attenzione ai discorsi, che spaziavano dagli
affari alla scena politica della capitale, ma affamata com'era
la sua concentrazione era tutta riservata al galletto
e alle piccole uvette rotonde sepolte nel riso. Tuttavia
sent di sfuggita almeno la parte di conversazione in
cui suo padre e il Bey discussero della nipote della signora
Damakan. Era stata in casa del Bey per alcuni
anni, prima di sposare un giovane tartaro che si guadagnava
da vivere lavorando come fabbro fuori Smirne.
Un tempo l'abito che Eleonora indossava era appartenuto
a lei. Le due donne se l'erano portato, insieme a
qualche altro indumento, per venderlo all'arrivo a
Istanbul ma, chiss perch, quel capo non era mai
arrivato sulle bancarelle del bazar. Dopo il dessert, a base
di mele cotogne, gli uomini si ritirarono in biblioteca
ed Eleonora, esausta, and di sopra a dormire.
Il mattino dopo, riposati e rinvigoriti, Eleonora e
suo padre andarono in carrozza alla stazione di Galata,
in compagnia di Moncef Bey, spedirono un telegramma
a Ruxandra e presero la funicolare rosso fiammante
per la Grand Rue de Pera. Ai piedi del boulevard in lieve
pendenza, Eleonora si sent come se l'avessero depositata
nel centro di Bucarest o di Parigi, quasi fosse entrata
nelle pagine della Clessidra o di un altro libro
ugualmente elegante. Osservando i gruppetti di signore
europee all'ultima moda allargarsi nella folla, chiuse gli
occhi e inal il dolce, tannico odore delle mandorle
candite che invadeva la strada da una bancarella di
fronte al Caf Europa.
Venite, signorina Cohen disse il Bey, avviandosi
con un ticchettio di suole. Penso che la nostra destinazione
susciter in voi grande interesse.
Col completo in tre pezzi grigio e il fez di lana rossa,
Moncef Bey faceva un figurone. Perfino le signore europee
lo osservavano in silenziosa approvazione mentre
conduceva Eleonora e Yakob lungo il viale - oltre la
merceria, il farmacista e lo studio fotografico - per fermarsi
infine davanti a un negozio sulla cui vetrina si
leggeva la scritta in oro Madame Poiret, sarta. Quando
entrarono tintinn un campanello e la donna al banco,
presumibilmente Madame Poiret in persona, li guard
sopra gli occhiali.
Buon pomeriggio disse. Cosa posso fare per voi?
Confezionarci un abito rispose il Bey, accomodandosi
su un divano di fronte a un trittico di specchi.
Per la signorina.
La signorina, dedusse Eleonora, doveva essere lei.
Moncef, vi prego. Suo padre toss nel fazzoletto.
Non  necessario.
Permettetemi di obbiettare ribatt il Bey.  pi
che necessario.
Certo, Eleonora ha bisogno di vestiti nuovi, ma ho
motivo di pensare che questo negozio sia un pochino al
di sopra dei nostri mezzi.
Madame Poiret inarc le sopracciglia e si pass una
mano nei capelli castani che stavano ingrigendo.
Si vede che i vostri prodotti sono della migliore
qualit continu Yakob rivolgendosi alla sarta. Ma
Eleonora  solo una bambina e comunque... insomma,
non vogliamo dare disturbo a nessuno.
Sempre seduto sul divano, il Bey accavall le gambe
e, tirato fuori dal taschino un orologio d'oro, lo apr
per controllare l'ora.
Insisto disse. E comunque, non mi date alcun
disturbo.  stata una fortuna che la signora Damakan
avesse questo abito a portata di mano, ma a mio parere
ogni ragazza dovrebbe avere almeno tre begli abiti.
Non siete d'accordo, signorina Cohen?
Eleonora giocherellava con le balze sulla cintola. Era
vero. Non avrebbe potuto indossare lo stesso abito per
tutta la durata del soggiorno a Istanbul e i modelli in
vetrina erano senz'altro bellissimi. Ma pi di un abito
nuovo, Eleonora desiderava non turbare nessuno, n
suo padre n certamente il Bey.
Naturale intervenne Madame Poiret alla fine.
Una signorina senza un bell'abito  come un cigno
senza le piume, e non si pu pensare che si accontenti
di un paio appena. Allora, signorina Cohen, accomodatevi
e sceglieremo il tessuto che fa per voi.
E va bene disse suo padre, sedendosi accanto a
Eleonora. Sono stato scavalcato.
Uscirono dal negozio solo parecchio tempo dopo,
con una pila di pacchetti di carta bianca, e ripresero
la funicolare in discesa. Oltre a un abito di seta pi elegante,
con le maniche a palloncino e un grande fiocco,
Moncef Bey aveva comprato a Eleonora tre vestiti da
tutti i giorni, due paia di scarpe e una sfilza di quelli
che Madame Poiret aveva definito accessori indispensabili.
Gli abiti sarebbero stati pronti nel giro di qualche
giorno ma le scarpe e gli accessori avevano potuto
portarli via con s.
Grazie, Moncef disse suo padre mentre sferragliavano
sul ponte di Galata. Possiamo sistemare il conto
dopo essere passati da Haci Bekir.
S disse Eleonora. Grazie. Lo apprezzo davvero
molto.
Figuriamoci disse il Bey, minimizzando. Figuriamoci.
Davanti all'ingresso del bazar egiziano, la carrozza
svolt in una viuzza ripidissima, ingombra di bancarelle,
facchini e muli. Svoltarono a sinistra, a destra e ancora
a sinistra per poi fermarsi in cima a un sudicio vicolo
cieco fiancheggiato sui due lati da botteghe orafe.
A quel punto scesero dalla carrozza e passarono a piedi
accanto a una fila di vecchi che facevano scorrere il rosario
davanti a t e backgammon. In fondo al vicolo
c'era una malconcia porta verde che introduceva nel
magazzino del pi importante commerciante di tappeti
della citt, un siriano di nome Haci Bekir. Eleonora
aveva sentito suo padre raccontare di Haci Bekir e delle
sue montagne di tappeti ma vedere il suo magazzino
coi propri occhi era tutt'altra cosa. Sulle due pareti opposte
dell'enorme stanza, illuminata da un'unica lampada
a gas e dal poco sole che riusciva a filtrare dalle
sporche finestre, erano allineate cataste di tappeti alte
quanto una persona. Dovevano essercene almeno un
migliaio solo in quella stanza e molti altri nelle catacombe
adiacenti.
Moncef Bey.
Un uomo obeso, butterato, che portava una tunica
immacolata e un fez verde sbuc da dietro una delle cataste.
Alz il braccio in segno di saluto prima di avanzare
pesantemente verso di loro.
Signor Cohen disse il Bey, tossendo nel pugno.
Lasciate che vi presenti il mio amico e socio in affari,
lo stimato Haci Abelaziz Ibrahim Bekir.
Annuendo, Haci Bekir porse la mano a Yakob e
strinse la sua con foga. Quindi, indicando la panca
che correva lungo una delle pareti del magazzino, giunse
le mani e disse qualche parola al Bey. Dal momento
che Haci Bekir parlava solo arabo, Moncef Bey fu costretto
a fare da interprete.
Se non vi spiace disse a Yakob, Haci Bekir vorrebbe
esaminare i tappeti che avete portato.
Ma certo, come no.
Accarezzandosi le punte dei baffi, il padre di Eleonora
osserv impassibile il garzone di bottega che apriva i
suoi bauli e cominciava a estrarre il contenuto. Nel
tempo che ci volle per bere il t offerto loro da Haci
Bekir in piccoli bicchierini, il ragazzo tir fuori tutti
i tappeti. Li smist in due pile su indicazione di Haci
Bekir. Questi, succhiandosi i denti e accarezzandosi il
mento, lanci un'occhiata ai tappeti ammassati lungo
i muri del suo magazzino. Poi, schiarendosi la voce, indic
la pi piccola delle due pile e disse qualche parola
al Bey. Forse preso alla sprovvista, il Bey cominci una
domanda ma Haci Bekir scosse il capo e ripet le stesse
tre parole, soffiandosi aria sul naso, come se volesse
scacciare una mosca.
Haci Bekir dice che i vostri tappeti sono molto belli
inizi il Bey. Ma in questo momento gli interessano
solo i pezzi alla sua sinistra. Pu offrire cinquecento
lire per la partita.
Eleonora osserv bene la reazione di suo padre. Cinquecento
lire erano parecchi soldi ma dalla sua faccia si
capiva che i tappeti valevano molto di pi. Tuttavia,
pens Eleonora, avrebbe anche potuto accettare l'offerta.
Haci Bekir sembrava il tipo d'uomo con cui era meglio
non tirare troppo la corda. Era sbottato due volte
con il garzone e aveva alzato una mano per colpirlo prima
di ricordare che non erano soli. Guardando suo padre
alzarsi dalla panca e portarsi al centro della stanza,
Eleonora si mise a tormentare una frangia con la punta
della scarpa. Senza degnare di uno sguardo Haci Bekir,
suo padre si accovacci vicino ai tappeti in questione, li
sollev e li stese con delicatezza, uno per uno, come un
contadino che accudisce le sue coltivazioni. Se Haci
Bekir non aveva dedicato ai singoli pezzi pi di dieci
o quindici secondi, Yakob si prese il suo tempo, rigirando
gli angoli e portandosi il tessuto sotto il naso.
Quando ebbe finito di ispezionarli, allarg le gambe
e serr le labbra. I due uomini rimasero a fissarsi a lungo
prima che Yakob si decidesse a parlare.
Per meno di novecento, non sono in vendita.
Il Bey cominci a tradurre ma fu interrotto. Sbuffando
incredulo, fingendosi addolorato e insultato,
Haci Bekir ripet l'offerta precedente, poi disse che
avrebbe potuto arrivare a seicento. Era la sua ultima offerta,
disse, con l'aiuto del Bey.
Ottocento ribatt Yakob.
Quando il Bey tradusse la controfferta, Haci Bekir si
morse il labbro inferiore e borbott qualcosa sottovoce.
Il Bey trasal.
Cos'ha detto? chiese Yakob.
Nulla di importante rispose. Parlava tra s.
Il mercanteggiamento prosegu per quasi un'ora,
con Haci Bekir che urlava e agitava le braccia in aria
mentre il padre di Eleonora rimaneva irremovibile su
ottocento lire.
 il loro valore continuava a ripetere man mano
che Haci Bekir alzava spasmodicamente l'offerta.
Alla fine, quando sembrava che Haci Bekir fosse sul
punto di crollare, rosso in viso, con il fiato corto, quando
ebbero raggiunto una barriera insormontabile, Yakob
venne a pi miti consigli.
Settecentocinquanta.
Al che Haci Bekir balz verso Yakob per stringergli
la mano e cominci a urlare ordini al garzone. Senza
che ci fosse tempo per ripensarci, i tappeti furono
impacchettati, il denaro pass di mano e si diressero alla
porta.
Sulla via di casa, in carrozza, dopo che il Bey ebbe
nuovamente respinto la sua offerta di ripagare gli abiti
di Eleonora, Yakob gli domand che cosa avesse mormorato
sottovoce Haci Bekir.
Meglio non saperlo disse il Bey.
Yakob ci riflett e, annuendo, lanci un'occhiata a
Eleonora.
Avete ragione disse. Meglio non saperlo.
...
.
...
CAPITOLO 8.
...
.
...
La sala delle udienze aveva un soffitto decorato in oro,
viola e verde, un intreccio di cerchi che al sultano ricordava
sempre la coda del pavone aperta a ruota, illuminata
dal sole. Rispetto alla media del palazzo era una
stanza relativamente piccola, non pi grande degli alloggi
del medico di corte o della pasticceria, eppure
svolgeva un ruolo fondamentale negli affari dell'impero.
Era il luogo in cui il sultano ascoltava le preoccupazioni
e le richieste dei suoi sudditi, in cui veniva a contatto
con l'esistenza quotidiana dei suoi domini. Fiancheggiato
da due guardie sorde, sua eccellenza Abdul
Hamid II sedeva a gambe incrociate sull'ottomana,
chino in avanti per ascoltare il Bey del Sangiaccato di
Novi Pazar presentargli il suo appello. Stava riferendo
che un esattore provinciale delle tasse era stato aggredito
da una folla di proprietari terrieri e impiccato sulla
pubblica piazza. Alla luce di tali eventi, il Bey era venuto
a chiedere l'appoggio militare del palazzo; un battaglione
o due, disse, gli sarebbero bastati per mantenere
l'ordine.
La destinazione di truppe imperiali a un tumulto cos
lontano e irrilevante era alquanto improbabile, ma dato
che il Bey si era sobbarcato il viaggio da Novi Pazar per
presentare la sua richiesta di persona sembrava giusto lasciare
che lo facesse. Sostenendo le ragioni di un intervento
immediato, l'ex ufficiale dell'esercito dal viso caprino
camminava avanti e indietro per la sala delle
udienze, fermandosi di tanto in tanto a grattarsi la testa
o pulirsi la bocca da una gocciolina di saliva. Prima di
finire ad amministrare il territorio di Novi Pazar, il Bey
aveva prestato servizio per trent'anni nella Terza divisione
dell'esercito ottomano, dove si era distinto soprattutto
per la sua brutalit. Si diceva, per esempio, che in
Bulgaria avesse ordinato il massacro di un'intera citt
perch aveva rifiutato di acquartierare i suoi soldati. Abdul
Hamid non era del parere di premiare comportamenti
simili, ma era stato il generale Sipahoglu a suggerirlo
per la posizione di Bey del Sangiaccato e il gran visir
era stato d'accordo. Purtroppo, fino a quel momento
il Bey si era dimostrato un amministratore inetto, incapace
di sedare anche la pi semplice rivolta fiscale. Era
l'ennesimo esempio di un caso in cui il sultano avrebbe
fatto meglio a fare di testa sua, visto che i suoi consiglieri
non si dimostravano all'altezza.
Appoggiandosi all'indietro su un gomito, Abdul Hamid
esamin la manica del cafetano e, strofinando il
tessuto tra pollice e medio, sent i singoli fili di seta sfregare
uno contro l'altro. C'erano tante altre questioni
pi importanti di cui lui e Jamaludin Pasci avrebbero
potuto occuparsi. Mentre ascoltavano l'appello sempre
pi seccante del Bey, la guerra serbo-bulgara si intensificava,
gli ebrei e i polacchi venivano espulsi in massa
dalla Prussia. Perch il sultano avrebbe dovuto interessarsi
a una lontanissima rivolta fiscale? Lo preoccupava
molto di pi la cellula nazionalista greca che Jamaludin
Pasci aveva scoperto a Salonicco o il crescente clamore
dei costituzionalisti che invocavano un nuovo parlamento.
Visto che per il momento doveva sopportare
la presenza di quel barbaro mascherato da amministratore,
il sultano ripercorse con il pensiero l'anno passato
approdando, come gli capitava spesso, all'esasperante
conferenza delle grandi potenze a Berlino. Su richiesta
di Bismarck in persona, Abdul Hamid aveva inviato
una rappresentanza composta dai suoi diplomatici migliori
per coadiuvare Sadullah Bey, ma i suoi uomini si
erano rivelati niente pi che pedine, voti a supporto della
posizione tedesca. Mentre le grandi potenze si dividevano
le spoglie di un continente, i suoi emissari fumavano
e bevevano acquavite coi rappresentanti dei regni
di Svezia e Norvegia. L'impero ottomano, un tempo
potentissimo, con un territorio che si estendeva dalle
porte di Vienna alle sponde del golfo Persico, rispettato
e temuto in tutto il mondo, era sceso al livello di una
mediocre nazione di pescatori e ubriachi.
Come sapete disse Jamaludin Pasci, finalmente
interrompendo l'appello del Bey, in passato  successo
che si sia ricorsi all'esercito per agevolare l'esazione
delle tasse, nel Levante e in parti della Bosnia. Vi renderete
conto, tuttavia, che le nostre truppe sono una risorsa
limitata e ci ci impedisce di adottare la stessa politica
indiscriminatamente.
Certo.
In un mondo ideale continu il gran visir, lisciandosi
le punte dei baffi, saremmo lieti, di poter risolvere
tutti gli impicci che ci vengono sottoposti, di inviare
aiuto ovunque ce ne sia bisogno, ma come sapete non
viviamo in un mondo ideale.
Tutt' altro.
Jamaludin Pasci si interruppe per annotare qualche
parola sul suo taccuino.
Spero che non interpretiate la nostra decisione di
non intervenire come una mancanza di rispetto.
Niente affatto.
Non  che i recenti fatti di Novi Pazar non destino
la nostra preoccupazione, in particolare per la riscossione
delle tasse. Al contrario, ne siamo molto preoccupati.
In circostanze ottimali senza dubbio vi avremmo inviato
immediatamente le truppe richieste. Tuttavia, in
un mondo di risorse non illimitate, dobbiamo stabilire
delle priorit.
Naturale disse il Bey. Grazie, Jamaludin Pasci,
per avermi consentito di esprimere le mie preoccupazioni.
Di nulla, di nulla.
E grazie a vostra eccellenza disse il Bey inchinandosi
profondamente al sultano. Sono onorato che abbiate
concesso udienza a un umile suddito quale sono.
Nulla mi sta a cuore quanto il progresso e le condizioni
di vita dei miei sudditi rispose il sultano. Soprattutto
quelli delle province pi lontane.
S, vostra eccellenza. State certo che i cittadini di
Novi Pazar stanno progredendo rapidamente.
Mi fa piacere sentirlo disse il sultano. E vi prego
di scusarci se abbiamo dovuto interrompere l'udienza.
A quelle parole una guardia di palazzo accompagn
il Bey del Sangiaccato di Novi Pazar fuori dalla sala e la ,
porta si chiuse alle sue spalle.
Il sultano cambi posizione sull'ottomana prima di
rivolgersi al gran visir.
Ditemi gli domand, di quali altre faccende
dobbiamo occuparci prima di pranzo?
Abbiamo ricevuto un'altra lettera di Von Siemens.
Abdul Hamid sbuff dal naso e chiuse gli occhi.
Tutti quei banchieri e industriali con cui si trovava a
trattare in continuazione erano indegni del suo rango.
Eppure sapeva che la ferrovia per Baghdad non poteva
essere costruita senza il loro appoggio.
Come mi consigliate di rispondere?
Suggerirei di invitarlo a palazzo. Potrete parlargli
brevemente, in termini generali, e lasciare i dettagli al
Tesoro e al consiglio per l'amministrazione del Debito
pubblico.
Il sultano pass il pollice sul bordo del cuscino.
Dovr essere coinvolto? chiese. Il consiglio per
l'amministrazione del Debito pubblico, intendo.
Immagino che lo gradirebbero.
Abdul Hamid fece boccuccia e annu. Il consiglio
era una chiara violazione della sua sovranit ma non
c'era nulla che potesse fare per liberarsene. L'impero
era sommerso dai debiti e quelli erano i termini che
avevano stabilito per ripianarli. O meglio: erano i termini
che si erano visti imporre.
Se vogliamo modernizzare le periferie interloqu
Jamaludin Pasci,  necessario agevolare un flusso costante
di merci.
Conosco benissimo gli argomenti a favore della costruzione
della ferrovia rispose brusco il sultano. Ma
conosco altrettanto bene il desiderio di Berlino di un
collegamento tra Istanbul e Baghdad. E le premure
del mio consigliere per il Kaiser. Devo chiedervi, comunque,
di non interrompere le mie riflessioni.
Perdonatemi, vostra eccellenza, domando scusa.
Potete spedire l'invito concesse il sultano. Provvedete
immediatamente.
Molto bene disse il gran visir, alzandosi. Sar
fatto, vostra eccellenza.
Per quanto il sultano sapesse che non c'era bisogno
di fare cerimonie con i suoi consiglieri, in seguito a
quella discussione si sent un po' inquieto e prov il
forte desiderio di uscire all'aria aperta. Annuendo alle
guardie di palazzo ai due lati della sua ottomana, prese
la porta sul retro della sala delle udienze e, recuperato il
suo nuovo binocolo dalla biblioteca di Ahmet III, attravers
di soppiatto gli alloggi dei paggi e usc nel giardino
dei Tulipani. Era un mattino luminoso nonostante
la stagione e, sebbene i tulipani non fossero ancora
fioriti, il sole riscaldava fedelmente la terra, come un
vecchio amante. A passeggio tra le aiuole dei bulbi dormienti
e sotto il chiosco di Baghdad, diretto al giardino
dell'Elefante, il sultano avvertiva l'aria pungente sul viso.
Un buon principe doveva innanzitutto mantenere
una distanza appropriata dagli eventi che capitavano
entro i suoi domini. Se si fosse lasciato turbare dai particolari
di ogni battaglia e di ogni progetto infrastrutturale,
non sarebbe mai riuscito a concentrarsi sulle decisioni
che contavano davvero. Purtroppo il gran visir
si era ripetutamente dimostrato incapace di comprendere
il concetto.
Dopo essersi sistemato il cafetano, Abdul Hamid and
a sedersi sulla panchina sotto il suo marasco preferito.
Il periodo dell'anno non era dei migliori per osservare
gli uccelli ma non si poteva mai sapere. Aprendo la
custodia foderata di seta blu, prese il binocolo e pass in
rassegna lo stretto. Il nuovo binocolo, costruito apposta
per lui da Emil Busch in persona, dava una visione pi
limpida di qualunque altro binocolo avesse mai usato;
eppure non c'era molto da vedere. Qualche gabbiano
si librava attorno alla mole tozza e merlata della torre
di Galata e un'aquila di mare dalla coda bianca era appollaiata
sul minareto della moschea di Al Pasci. Il
sultano stava per posare il binocolo quando not una
stranezza: uno stormo di uccelli che sembravano upupe,
dalla peculiare colorazione viola e bianca, radunati attorno
a una casa vicino all'imbarcadero di Besiktas. Li
osserv per qualche minuto, domandandosi cosa li
avesse spinti proprio in quel luogo. A parte la facciata
della casa, colorata di bianco e giallo brillante, non riusciva
a pensare a un motivo per cui lo stormo dovesse
esservi attratto, soprattutto in quel momento dell'anno.
Quando il sultano ripose il binocolo nella custodia,
con sua sorpresa, trov una coppia delle stesse upupe
viola e bianche appollaiate sui rami dell'albero sotto
il quale sedeva. Chiacchieravano fra loro e beccavano
i boccioli solitari che si erano fatti trarre in inganno
dal tepore dei giorni precedenti e pensavano fosse gi
primavera. Sbirciando gli uccelli, Abdul Hamid ne segu
i battiti d'ali di ramo in ramo. ra da sempre innamorato
dell'upupa, fin dalla sua prima escursione armato
di binocolo, da giovane principe. Era un uccello
portentoso e regale, sfarzoso come un sovrano. Ma al
tempo stesso era uno dei rappresentanti pi assennati
della specie aviaria, che non disdegnava bagni di polvere
e nidi di feci. Era stata un'upupa, ricord, a dare notizia
della regina di Saba a Salomone e sempre un'upupa,
nel famoso poema di Farid al-din Attar, a convincere
gli altri uccelli a mettersi alla ricerca del grande Simurgh.
Abdul Hamid non se la cavava molto bene coi
nomi latini ma quello dell'upupa se lo ricordava sempre: Upupa Epops.
Lo pronunci a voce alta e il pi piccolo dei due uccelli
si port su un ramo appena sopra la sua testa. Si
fissarono per un lungo momento, poi l'upupa svolazz
e atterr sulla panca vicino al sultano. Il capo piegato,
forse in segno d'attesa o forse di interrogativo, l'uccello
gli si avvicin saltellando. Incerto su cosa volesse, Abdul
Hamid ruppe un bocciolo dal rametto soprastante
e glielo porse. Con un doppio saltello, l'upupa prese il
bocciolo nel becco e, come se fosse proprio ci che aspettava, part in volo sopra lo stretto.
...
.
...
CAPITOLO 9.
...
.
...
Per il resto, i giorni trascorsi da Eleonora e suo padre a
Istanbul si svolsero all'incirca come il primo. Ogni
mattina, dopo una colazione a base di pane azzimo,
miele, olive e un friabile formaggio bianco, uscivano
con la carrozza di Moncef Bey e prendevano la funicolare
che li portava alla Grand Rue de Pera, dove il Bey
insisteva per comprare altri regali a Eleonora e perfino
qualcuno a Yakob. Era una situazione che all'inizio li
aveva messi entrambi a disagio: Eleonora non aveva
mai ricevuto regali da nessuno e suo padre, come aveva
detto e ripetuto, non voleva arrecare disturbo al loro
ospite. Yakob aveva provato pi di una volta a ripagare
il Bey per la sua gentilezza ma i suoi gesti venivano respinti
con decisione. Moncef Bey ribadiva che fare
compere non era affatto un disturbo; anzi, era un piacere.
Non aveva figli o nipoti, n nessuno per cui comprare
regali, perci si godeva l'opportunit di spendere
il suo denaro per una signorina tanto graziosa. In fin
dei conti, a cos'altro serviva il denaro? Quando avevano
finito di far spese, raccoglievano pacchi e pacchetti e si
fermavano a pranzo in uno dei ristoranti alla moda del
boulevard, gustavano brek e iskender, pesce alla griglia,
kofte ripassate nei pistacchi tritati e una pastella
croccante spolverata di arancia che si chiamava kunafa.
Poi scendevano di nuovo dalla collina, a Eminnii, dove
Moncef Bey aveva fissato per Yakob una sequenza di
appuntamenti, soprattutto nel bazar dei tessuti ma anche
sotto i porticati screziati di sole del Gran Bazar. Nel
tardo pomeriggio tornavano finalmente a casa del Bey
per riposare, ciascuno a godersi un breve intervallo privato.
Eleonora di solito passava quel tempo al piano di sopra,
in camera sua, a leggere la copia del Bey della Clessidra,
sprofondata nella poltrona vicino al bovindo. Si
era imbattuta nel libro per caso, curiosando nella biblioteca
la sua seconda sera a Istanbul. Era a met di
una scaffalatura, sulla scala, a navigare nella prodigiosa
collezione di atlanti del Bey, quando la familiare rilegatura
blu e argento della Clessidra aveva catturato la sua
attenzione. Aveva passato il resto della serata e tutte le
seguenti sprofondata nell'ultimo volume dell'epopea,
noto come il volume di Trieste. Rannicchiata nella
sua poltrona, con la Clessidra in bilico sul ginocchio,
Eleonora non avrebbe potuto essere pi felice. Che
gioia leggere in libert, calarsi in un libro senza la paura
che Ruxandra la spiasse sopra una spalla. Ma per quanto
assorbita dalla lettura, di tanto in tanto guardava
fuori dalla finestra per seguire lo svolazzare del suo
stormo dai cornicioni ai rami o alla ciminiera di un piroscafo
che scivolava sull'acqua davanti alle colline
arancio sempre pi scuro.
Termin l'ultimo volume della Clessidra solo qualche
giorno prima della data prevista per la partenza
da Istanbul. Nonostante una parte di lei provasse il forte
desiderio di rituffarsi nel primo volume e rileggere
tutto dall'inizio, stavolta avendo in mente il destino
toccato ai personaggi, decise che sarebbe stato meglio
prendersi una serata libera. Per cena fu servito uno stufato
di agnello e melanzane con la besciamella, dopodich
il Bey li condusse lungo il corridoio fino alla biblioteca,
dove sedettero attorno al fuoco su un trio di
poltrone beige di pelle scamosciata. La stanza buia, rivestita
da una boiserie e abbellita con mappamondi e
strumenti di navigazione antichi, era tappezzata dal pavimento
al soffitto di libri: trattati filologici, manuali di
geografia, enciclopedie, dizionari biografici, poesia, romanzi
e qualche trattato religioso, tutti rilegati in marocchino
rosso, blu, verde e marrone. Monsieur Karom
serv baklava al pistacchio e t nero in bicchieri a forma
di tulipano mentre il Bey preparava la scacchiera per
giocare a backgammon con Yakob. Adorna di una raggiera
di minuscoli rombi di cedro, la scacchiera del Bey
era un capolavoro di perizia ed eleganza. Guardando le
sue grandi mani sorvolare la superficie di legno, Eleonora
cerc di capire il senso del gioco: perch le pedine
venivano disposte in quel modo e come si muovevano.
Avete mai giocato? le chiese il Bey, incrociando il
suo sguardo.
Eleonora si sent arrossire.
No.
Se lo desiderate, vi insegno. Non ci vorr molto.
Grazie rispose lei, ma per il momento preferisco
osservare voi, se non disturbo.
Guard il Bey e poi suo padre, che era impegnato a
tagliare la testa di un sigaro.
Non disturbi affatto, Elli. Se hai qualche domanda,
chiedi pure.
Sebbene fossero uomini di un certo garbo, Moncef
Bey e Yakob giocarono a backgammon senza trattenersi,
colpendo forte la scacchiera con le pedine e scagliando
con violenza il dado negli angoli. Di tanto in tanto si
interrompevano per bere un sorso di t o espellere una
nuvola di fumo di sigaro ma a dettare il ritmo era il gioco,
lo sbatacchiare dell'avorio sul legno, il trascinarsi di
agata e vetro. Giocavano senza fermarsi a riflettere sulle
mosse, con l'incurante sicurezza del fabbro che ha martellato
lo stesso stampo migliaia di volte. Nessuno dei
due parl fino all'ultimo lancio della partita.
Ho dimenticato di dirvi disse Moncef Bey, sfregando
i dadi tra i palmi delle mani che sono stato invitato
a una gita in barca domani, per festeggiare il settantacinquesimo
compleanno del viceconsole americano.
Il padre di Eleonora scroll un dito di cenere nel
piattino d'argento accanto a s.
Sono certo che io ed Elli troveremo il modo di tenerci
occupati mentre voi siete fuori disse. Potremmo
visitare Kiz Kulesi o Rumeli Hisari.
Ma no disse il Bey facendo un doppio quattro e
vincendo la partita, intendevo dire che mi farebbe
piacere se voi e la signorina Cohen mi accompagnaste.
Di solito non prendo parte a questi eventi ma pensavo
che a voi potrebbe piacere. E vi assicuro che non sarebbe
un disturbo.  vero che in circostanze normali probabilmente
non ci sarei andato ma per me non sar un
male farmi vedere in societ.
Yakob raccolse un dado e lo gratt con l'unghia del
pollice.
Vi siamo molto grati di tutto quello che avete fatto
per noi disse, cercando con gli occhi il consenso di
Eleonora. Saremo entrambi dispiaciutissimi di lasciare
Istanbul.
Eleonora strizz gli occhi e pieg il capo di lato.
Aveva sempre saputo che a un certo punto avrebbero
dovuto lasciare il Bey e Istanbul e le abitudini che aveva
fatto proprie tanto in fretta, ma sapere di dover partire
 molto diverso da dover affrontare una partenza impellente.
A un certo punto, per esempio, tutti devono
lasciare questo mondo, ma chi  pronto ad andarsene?
Eleonora si guard le scarpe nuove, di vernice nera, e
batt i tacchi.
Tata, fai una partita con me?
Glielo chiese non tanto perch ne aveva voglia quanto
perch temeva che fosse la sua ultima possibilit di
giocare sulla scacchiera del Bey. Con la domanda in sospeso,
nella mente di Eleonora si affollarono altre opportunit
perse, prospettive improbabili o impossibili.
Gioco io intervenne il Bey. Sempre che non vi
dispiaccia, Yakob.
No, no, certo. Non c' nulla di male in una partitina
a backgammon. Solo... solo che sono state due
lunghe settimane.
Naturalmente disse il Bey e, girando il tavolo, cominci
a preparare la nuova partita. Siete sicura di
aver capito le regole?
S rispose Eleonora, fissando la scacchiera. Penso
di s.
Lui le pass il dado. Lei lo prese e, dopo un attimo
di esitazione in cui sent il fresco dell'avorio sul palmo,
lanci: uno e due, la peggiore apertura possibile. Con
un'occhiata a suo padre, Eleonora si chin in avanti.
Considerando le possibilit, mosse una pedina di tre
punti, verso sinistra.
Siete sicura che vi convenga? chiese il Bey. Vi
esponete agli attacchi.
Eleonora annu.
Vi spiego continu lui, muovendo delle ipotetiche
pedine sulle sue. Se facessi un due o un quattro,
potrei mangiarvi.
No, sono sicura.
Scrollando le spalle, il Bey raccolse i dadi e lanci,
tre e cinque.
In effetti disse, bevendo l'ultimo sorso del suo t,
avete avuto ragione.
Alla fine della prima partita Yakob russava, un discreto
borbottio che ricordava agli altri due quanto si era
fatto tardi. Tuttavia terminarono la partita, vinta da
Eleonora, e ne fecero un'altra, ancora vinta da Eleonora,
prima di decidere che era ora di andare a dormire.
Guidata dal tremolio di una lampada a olio, Eleonora
si trascin in camera sua, la camera che presto avrebbe
dovuto lasciare. Meno di quarantott'ore e avrebbe
detto addio a quella casa, al Bey, alla citt. E per cosa?
Il viaggio in nave verso casa e le noiose, ingrate fatiche
della vita a Costanza. Varcando la soglia della camera,
not che una delle finestre era aperta. Una brezza oscura
fece tremolare la fiamma della lampada e lei rabbrivid.
Mentre si voltava per chiudere la porta, un uccello
vol gi dal baldacchino del letto e atterr sul davanzale.
Faceva parte del suo stormo e sembrava volere
qualcosa. Appoggiata la lampada accanto al letto, Eleonora
and a inginocchiarsi davanti alla finestra e appoggi
il mento nell'avvallamento delle braccia. L'upupa
aveva portato con s un bocciolo caduto di ciliegio,
quasi del tutto verde, con una puntina di petali bianchi
visibile in cima. Invece di volar via, la guard in faccia,
contraendo le piume viola e bianche della corona.
Eleonora raccolse il bocciolo e se lo port alle narici.
Perch non possiamo restare a Istanbul? domand
a voce alta.
Al suono della sua voce, l'upupa inclin la testa, come
se volesse ascoltare con pi attenzione. Eleonora
guard il panorama nebbioso della citt che luccicava
come un banco di stelle erranti prese nella rete scura
dello stretto. Mentre prendeva fiato per parlare, la citt
cadde in un silenzio carico di aspettative. La terra rallent
sul proprio asse.
Vorrei tanto poter restare. Vorrei poter restare a
Istanbul per sempre.
A quelle parole la sua ospite saltell fino al bordo del
davanzale e si alz in volo nel buio. Con un frenetico
battito d'ali, pieg verso l'acqua e and a raggiungere il
resto dello stormo scomparendo nella notte.
Il mattino dopo Eleonora fu svegliata dalla signora
Damakan, in piedi sulla porta con una pila di asciugamani
e un paiolo di rame pieno di acqua calda. Nonostante
la reticenza del primo bagno, aveva cominciato
ad apprezzare le visite della signora Damakan, l'acqua
bollente, il profumo delicato del sapone al gelsomino e
l'asciugamano tiepido e fragrante alla fine. La parte
della sequenza che preferiva era quella seguente al bagno.
Una volta che Eleonora era asciutta e vestita, la signora
Damakan la metteva seduta su una delle poltrone
di velluto rosso vicino alla porta e le pettinava i capelli,
canticchiando a bocca chiusa melodie popolari
tartare che risvegliavano in lei ricordi lontanissimi, come
l'ombra di un sogno ricostruito solo in parte. Quella
mattina, soltanto quando fu vestita e pronta per la
colazione le venne in mente che poteva essere l'ultima
volta che la signora Damakan le faceva il bagno.
All'arrivo all'imbarcadero di Besiktas Eleonora, suo
padre e il Bey trovarono l'intero stormo di upupe ad
aspettarli in silenzio sui rami di un albero che sovrastava
l'edificio. Dopo che gli ospiti del viceconsole furono
saliti a bordo e la barca ebbe preso il largo, un piccolo
contingente di uccelli si stacc dagli altri e li segu in
volo, ma sempre mantenendosi a distanza di sicurezza.
Moncef Bey guard gli uccelli, poi la costa in direzione
di casa sua, dove erano di stanza da qualche settimana.
Sembrava che stesse per dire qualcosa ma si trattenne.
Sul Bosforo soffiava una brezza pungente e il cielo
era azzurro come le ceramiche che decoravano gli interni
della moschea del sultano Ahmed. Tenendosi al parapetto
con una mano, con l'altra Eleonora sventolava
il fazzoletto di suo padre verso i portuali e i barcaioli
indaffarati allo scalo. Indossava un abito verde chiaro
con le maniche a palloncino e una balza increspata di
taffet che scendeva a cascata sul davanti, adattamento
di un modello in mostra nella vetrina di Madame Poiret.
Quanto tempo sembrava passato da quella prima
visita alla Grand Rue de Pera, eppure erano a Istanbul
da meno di tre settimane. Aveva visto cos tanto della
citt, della vita, eppure non c'erano parole n proteste
che tenessero: presto sarebbero partiti. Il pensiero della
partenza impellente era quasi insopportabile. Se solo
avesse potuto restare a Istanbul per sempre.
Il Bey fece un cenno a un cameriere di passaggio,
prese due bicchieri dal suo vassoio, e ne pass uno a Yakob.
Salute disse, levando il proprio.
Yakob fece lo stesso e i bicchieri tintinnarono.
Salute.
Tra i presenti quel pomeriggio, a quanto aveva detto
Moncef Bey, c'erano Lady Katherine de Berg, l'addetto
militare tedesco, un pittore viennese di una certa fama,
l'ambasciatore francese, Madame Corvel e ovviamente
il viceconsole americano. Il console invece non era disponibile,
essendo stato richiamato quella mattina per
una faccenda urgente riguardante le deportazioni prussiane.
Appoggiata di schiena al parapetto, Eleonora seguiva
lo svolgimento della festa, i camerieri in giacca
rossa che manovravano caviale e tartine in mezzo a
una folla di smoking e abiti femminili con immensi
sellini; c'erano bicchieri in ogni mano e in ogni bicchiere
cubetti di ghiaccio che riflettevano il sole. Il
Bey conversava con un'attempata signora americana e
Yakob, col bicchiere quasi vuoto, prese una pasta sfoglia
dal vassoio di un cameriere. Mentre suo padre si
infilava in bocca la pasta, Eleonora individu il reverendo
James Muehler che si dirigeva verso di loro tra la folla.
Mio caro signor Cohen, che piacevole sorpresa!
Si strinsero la mano con vigore, poi Yakob afferr il
viso del sacerdote e lo baci in fronte.
Questo... disse Yakob sciogliendo l'abbraccio.
Moncef Bey, lasciate che vi presenti il mio buon amico
e compagno di cabina, il reverendo James Muehler.
 il rettore del Robert College,  americano del Connecticut.
Onorato disse il Bey e si strinsero la mano.
E questo, reverendo Muehler,  il mio generosissimo
ospite, amico e socio in affari, Moncef Barcous
Bey. A Istanbul non c' miglior turco di lui.
Moncef Barcous Bey disse il reverendo. Vi ho
sentito nominare spessissimo, dal primo momento in
cui ho messo piede a Istanbul. Lasciatemi dire che sono
molto felice di conoscervi di persona, finalmente.
Anche voi siete preceduto dalla vostra reputazione,
reverendo Muehler.
Dalla mia buona reputazione, spero.
Il Bey bevve un sorso e sorrise.
Quasi buona, diciamo.
Tanto mi basta.
Immagino che conosciate la signorina Cohen disse
il Bey, scansandosi per coinvolgere Eleonora nella
conversazione. Una giovane di grandissimi pregi nonch
- l'ho scoperto ieri sera - esperta giocatrice di
backgammon.
Sul serio?
Eleonora distolse gli occhi, guard il contrasto di colore
tra le sue scarpe verde pallido e il ponte.
Mi ha battuto due volte di fila disse il Bey. Una
bella batosta. Vorrei poter attribuire le sue vittorie alla
sorte ma, come si dice da noi, ognuno  artefice della
propria fortuna.
Giusto disse il reverendo, continuando con il tono
pi sonoro che adottava per le citazioni. Tutto dipende
dalla fortuna. Gettate sempre il vostro amo.
Nello stagno in cui meno ve lo aspettate, troverete
un pesce.
Io non credo si tratti di fortuna intervenne Yakob.
Gliel'ho detto, sulla nave. Ha letto quasi tutti
i libri in circolazione.
Tutti? ripet il reverendo Muehler. Incroci lo
sguardo di Eleonora e le sorrise. Allora ditemi, signorina
Cohen, se avete letto tutti i libri, qual  il vostro
preferito?
Su, Elli disse suo padre, mettendole una mano
sulla spalla. Digli qual  il tuo preferito.
Eleonora guard i tre uomini strizzando gli occhi
per il sole. La verit era che non ne aveva letti pi di
qualche decina.
Per il momento disse, il mio preferito  La clessidra.
Quanti anni avete detto di avere? domand il reverendo,
chinandosi fino alla sua altezza.
Otto.
Otto ripet. E leggete gi romanzi? Molto notevole.
Notevolissimo.
Il reverendo Muehler stava per elaborare il concetto
quando una spumeggiante giovane donna lo tocc sulla
spalla bisbigliandogli qualcosa nell'orecchio. Indossava
uno straordinario abito color mandarino, il tessuto
arancione chiaro bordato di pizzo bianco sul corpetto e
increspato sul dietro in un sellino di proporzioni monumentali.
Eleonora pens che somigliava a una lumaca
esotica.
Scusatemi disse il reverendo. Madame Corvel
mi ha ricordato di una faccenda urgente che dobbiamo
sbrigare. Ci vorr solo un momento.
Figuratevi disse il Bey. Anzi, stavo giusto per invitare
i signori Cohen ad ammirare la vista da poppa. 
a dir poco mozzafiato. Venite pure a raggiungerci se vi
fa piacere.
Ottimo disse il reverendo Muehler e, rivolto a Yakob,
aggiunse: Amico mio, dobbiamo parlare d'affari.
Non pensate che mi sia dimenticato del tappeto tabriz
che mi avete consigliato per il mio ufficio.
Certo disse Yakob. L'hereke. Ne parliamo dopo.
A dopo, allora disse il reverendo mentre Madame
Corvel lo conduceva altrove.
La vista da poppa era senza dubbio mozzafiato. L'azzurro
intenso del mattino era virato di qualche tonalit
verso il giallo e, a quanto vedeva Eleonora, non c'erano
nuvole in cielo. Con il braccio allungato in avanti, il
Topkapi era ridotto alle dimensioni del suo pollice e solo le cime dei minareti pi alti non erano oscurate dalle
colline. In quel punto le rive del Bosforo erano sommerse
da un fitto di conifere, interrotte ogni qualche
chilometro da un villaggio, un pontile, gruppi di uomini
con fez malconci che bevevano t. L'aria era fumosa e
frizzante, con un sentore di pino. Inalando a fondo,
Eleonora esamin quel profumo e lo deposit nella memoria,
per custodirlo come ricordo di Istanbul.
Ma la memoria, come il destino, a volte pu fare i capricci.
Non molto tempo dopo che il Bey li aveva condotti
a poppa, la nave si imbatt in un tratto di maretta. Al
primo scossone, Eleonora afferr il braccio di suo padre,
il quale afferr a sua volta il parapetto. Inghiottendo
una smorfia, Yakob si volt per domandare qualcosa
a sua figlia. Aveva l'aria di esser stato scosso da un
fantasma, le guance incavate e impallidite, verdognole
come il suo abito. Bofonchiando qualcosa a proposito
del mal di mare, si strinse le braccia al petto e, correndo a prua, per poco non inciamp in un remo.
Scusate.
Mentre i passi di suo padre si affievolivano, dal ponte
prodiero giungevano i rumori dei festeggiamenti.
Eleonora ammicc e il Bey fece per parlare. Ma in quel
momento ci fu un'esplosione, la nave si inclin tutta a
sinistra e, fra le grida di chi era sottocoperta, cominci ad affondare rapidamente.
...
.
...
CAPITOLO 10.
...
.
...
Il mattino giunse soffocato sotto una coltre di piuma
d'oca e ombre. Passi smorzati si mescolavano a sussurri
e i cormorani volavano radenti sull'acqua in piccoli
stormi come marionette, il cui verso gracchiante rincorreva
le grida dei mattinieri venditori ambulanti di
pane. Con il passare delle ore, quei versi solitari vennero
inghiottiti dai rumori della citt: lo sferragliare delle
carrozze e dei carretti del pesce, un lontano richiamo ai
fedeli e il lamentoso ululato dei randagi, a dimostrazione
che la vita e Istanbul continuavano. Nonostante tutto,
continuavano.
Sebbene il mattino si insinuasse man mano nella sua
stanza, Eleonora restava raggomitolata su se stessa come
una foglia essiccata di t, avvolta in un viluppo
di lenzuola, con il respiro corto e irregolare del riposo
inquieto. Un colpetto alla porta riusc ad allontanarla
un pochino dal regno del sonno, quel tanto che bastava
appena a desiderare di sprofondarci di nuovo. Ud uno
strascichio di pantofole e un rumore metallico contro il
letto. Poi sent la mano sottile e callosa della signora
Damakan poggiarsi sulla sua nuca. Rabbrivid al tepore
dell'altro corpo che si diffondeva nelle sue membra.
La colazione  sul comodino disse la signora
Damakan e usc dalla stanza trascinando i piedi.
Eleonora aspett di sentire che la porta si era chiusa
prima di rotolarsi sulla schiena. Il profumo delle uova
sode e del pane non lievitato filtrava da sotto il coperchio
del vassoio ma lei non aveva fame, per niente. Tirandosi
la coperta sopra la testa, chiuse gli occhi e torn
a raggomitolarsi. Avvertiva una pulsazione contro le
pareti del cranio e lo stomaco le si contorceva per l'apprensione.
Ormai era sveglissima, ma il ricordo della
sera prima era ancora ondeggiante e indistinto come
una carovana di cammelli stagliata contro l'orizzonte
di un'enorme duna. C'era la fredda dolcezza dell'acqua,
una medusa che le aveva sfiorato la caviglia, il
braccio peloso del Bey allungato e poi, tutto a un tratto,
la consapevolezza che suo padre era morto.
Ebbe un conato e si sent lo stomaco in gola. Espir
fino a svuotare i polmoni e poi li riemp di nuovo d'aria.
Era stato un duro colpo. Una tragedia che cambia
la vita, di quelle che si pensa sempre capitino agli altri,
ai personaggi dei romanzi, ai vicini, ai poveretti di cui
si legge sul giornale. E invece era successo a lei. Stringendosi
al petto un cuscino, si mise a fissare il pizzo
bianco del baldacchino sopra il letto. Suo padre era
morto, giaceva sul fondo del Bosforo, o forse in un
mucchio di corpi sulla spiaggia, sepolto da poco nella
terra o in qualche altro posto che lei non riusciva neanche
a immaginare, ma pur sempre morto. Eleonora
provava ad affrontare quell'idea da centinaia di punti
di vista diversi, ma era come cercare di guardare il sole.
Puntandogli contro lo sguardo, si perdeva la vista.
Per tutta la mattina un turbine di domande malevole
vortic attorno al suo letto come uno stormo di corvi,
alcuni dei quali atterravano di tanto in tanto con un
tonfo per sussurrarle nuovi interrogativi all'orecchio. E
l'upupa sul davanzale? E il suo desiderio di rimanere a
Istanbul? Era possibile che l'incidente in mare, la morte
di suo padre e di quasi altre venti persone non fosse stato
un incidente? Era possibile che il suo desiderio, il
suo infantile desiderio di rimanere a Istanbul ne fosse
la causa? Eleonora rabbrivid e si tir il cuscino sopra la
testa. Avrebbe voluto addormentarsi, svegliarsi e scoprire
che tutto era tornato normale, o almeno levarsi
dalla testa quelle domande per qualche ora. Ma quali
che fossero i suoi desideri, il corso del destino era segnato
e quel vortice scuro e sgradito la accompagn
in sogno con ancora pi tenace impudenza.
Pi tardi, quel pomeriggio o forse addirittura il successivo,
il Bey buss alla sua porta e la chiam per nome.
Eleonora era sveglia, ma non rispose. Non se la
sentiva di parlare. Non se la sentiva di fare nulla, in
realt, tranne stare a letto, ma solo perch non c'era
niente di meglio. Dopo aver bussato e chiamato altre
due volte, il Bey apr. Indossava il solito abito blu
con la cravatta ma aveva il viso sciupato e gli occhi infossati
per lo sfinimento. Non la vide subito, sepolta
sotto la pigna di coperte e cuscini, come una volpe spaventata
nascosta nel cavo di un albero, ma alla fine i
loro occhi si incrociarono. Si guardarono a lungo prima
che lui si chiudesse la porta alle spalle e si sedesse
sulla poltrona di velluto rosso vicino al letto.
Ho cercato di contattare vostra zia Ruxandra.
Eleonora sporse il viso all'ingresso della sua tana per
capire meglio quello che il Bey le stava dicendo.
Quanto a noi, non so bene cosa voi ricordiate
riprese lui, giungendo le mani davanti alla bocca. Di
ieri, intendo.
A Eleonora trem il labbro mentre annuiva per confermare
che ricordava, che sapeva.
Le ricerche dei sopravvissuti sono ancora in corso
disse il Bey mettendo una mano sull'angolo del letto.
Ma  molto improbabile che se ne trovino.
Nel silenzio che segu, il Bey si alz e and alla finestra
a cui Eleonora aveva espresso il suo desiderio. Osserv
le attivit che si stavano svolgendo in mare. Poi,
estratto l'orologio dal taschino del panciotto, lo apr e
lo richiuse pi volte.
Ho cercato di contattare vostra zia ripet, lisciandosi
i baffi. Purtroppo non ho ancora ricevuto risposta.
Torn a sedersi sulla poltrona accanto al letto.
Di sicuro risponder presto continu. Nel frattempo,
sar felice di ospitarvi.
Eleonora annu. Pens che avrebbe dovuto dire
qualcosa, che fosse il caso di farlo, ma l'idea di parlare,
di articolare i pensieri e liberarli era insopportabile.
Ci sono altri familiari con cui desiderate che provi
a mettermi in contatto?
Eleonora sent il mento contrarsi e le lacrime raccogliersi
sul bordo della palpebra. Non c'era nessun altro.
Era sola al mondo, non aveva alcun parente, tranne
Ruxandra. Con un gemito, si rintan di nuovo e soffoc
i singhiozzi nel tepore scuro. Quando si svegli, il
Bey se n'era andato.
In quella prima settimana Eleonora non si alz quasi
dal letto, scivolava dentro e fuori da un sonno irrequieto,
madida di sudore per gli incubi notturni. Ogni
mattina e ogni sera, la signora Damakan le portava
in camera un vassoio di cibo e tornava dopo un'ora a
ritirarlo, intatto se non per un angolino di formaggio o
una punta di uovo sodo. Eleonora lasciava il conforto
del letto solo per scaricarsi e lavarsi il viso. Per il resto
dormiva e faceva del suo meglio per scacciare i pensieri
indesiderati. Era dall'incidente che non diceva una parola.
Stava diventando un'abitudine, il silenzio, un pesante
indumento sotto il quale nascondersi. Il mondo
oltre la sua stanza era una densa foschia. Non aveva
idea se il suo stormo fosse ancora con lei oppure no
e nemmeno le importava. Le sembrava di ricordare vagamente
un lampo viola nell'angolo della finestra ma
avrebbe potuto essere un sogno.
Una mattina, all'inizio della seconda settimana dopo
l'incidente, la signora Damakan le port un asciugamano
invece del vassoio con la colazione. Rendendosi
conto che la resa era la strada pi facile, Eleonora le
permise di spingerla in bagno, di togliere dal letto le
lenzuola sporche e di strofinare l'involucro indebolito
del suo corpo. Dopo il bagno la signora Damakan usc
dalla stanza lasciando Eleonora sola davanti allo specchio
della toletta, con indosso l'abito blu di velluto pizzicante
che aveva indossato la prima sera a Istanbul. Si
sentiva debole, pulita ma svuotata da qualsiasi vigore o
aspirazione. And al bovindo, apr la finestra per la prima
volta da pi di una settimana e, inalando il timido
profumo di inizio primavera, ripens a un passaggio
del secondo volume della Clessidra che descriveva la
condizione della signorina Holvert meno di un mese
dopo la morte dei suoi amati genitori.
I primi boccioli primaverili fiorivano senza rimpianti, ogni
petalo una minuscola lama conficcata nella membrana dei
suoi organi pi vitali, una lama che le squarciava le vene
come una trebbiatrice sgrana il frumento e riapriva cicatrici
che lei credeva sanate. Tale  la primavera. Per quanto ci si
sforzi di soffocarne la crescita, di ostacolarne il progresso, la
vita persiste. E la sua costanza e un crudele sberleffo al ricordo
della morte, al ricordo e alla morte.
Chiudendo la finestra, Eleonora inspir a fondo e sent
l'aria pungente dentro i polmoni. Quindi usc da camera
sua e scese al piano di sotto, in sala da pranzo.
Il Bey stava finendo di fare colazione. In piedi nella
cornice della porta, tra il corridoio dell'ingresso e la sala
da pranzo, Eleonora teneva una penna stilografica in
una mano e un foglio di carta nell'altra. Aveva la bocca
serrata e i capelli ancora umidi dopo il bagno.
Buongiorno, signorina Cohen.
Eleonora annu e si sedette di fronte al Bey. Studiando
il suo viso, tolse il cappuccio alla penna e scrisse la
risposta in cima al foglio.
Buongiorno.
Il Bey lesse e annu, come se fosse assolutamente
normale comunicare in quella maniera.
Vi va di fare colazione?
S, scrisse Eleonora, e aggiunse: Grazie.
Era la solita colazione. Eppure la vista del cibo sul
vassoio che aveva davanti le diede la nausea. Sapeva,
per, di aver bisogno di nutrirsi. Con lo sguardo fisso
sul cibo, si mise in bocca un'oliva e trattenne un conato
mentre ne masticava e inghiottiva la polpa salata e untuosa.
Toltasi il nocciolo di bocca, Eleonora prov a
dare un morso al pane e marmellata di lamponi ma
quella dolcezza punteggiata di semini si rivel un affronto
al suo fragile palato. Come anche la travolgente
salinit del formaggio. Nonostante ci che aveva scritto,
non era un buon giorno. Non riusciva a immaginare
che ci sarebbero stati altri giorni buoni.
Mentre sedeva di fronte al Bey in quella sala fredda e
vuota, i ricordi dell'incidente si rincorrevano nella sua
testa come topi su un ripiano di cucina. Quando la nave
era affondata si trovava con lui, con lui si era aggrappata
a un pezzo di legno galleggiante. Dopo, a riva, avvolta
in una sudicia coperta di lana, si era aggrappata al
suo braccio, gli occhi spalancati per lo shock del freddo
e della consapevolezza a poco a poco pi forte che la
sua vita era cambiata per sempre. Eleonora e il Bey erano
rimasti sulla riva fino a tarda sera, tremanti, intanto
che le squadre di soccorso si davano da fare per localizzare
gli eventuali sopravvissuti. Col passare delle ore, la
realt della situazione divenne evidente. Chi non era
nel gruppetto radunato sulla riva, era morto. Il viceconsole
americano era morto, e cos Madame Corvel,
l'ambasciatore francese, la maggior parte dell'equipaggio,
un famoso generale russo di nome Nikolaj Karakozov
e suo padre Yakob. Tutti morti.
Ci sono momenti nella vita... disse il Bey, ma si
interruppe e sembr riconsiderare i suoi pensieri prima
di riprendere in tono leggermente diverso. Ancora
nessuna risposta da Ruxandra. Ho paura che non abbia
ricevuto i telegrammi. Ci tengo a dirvi che potete restare
finch volete, qui siete la benvenuta. Vostro padre era
un mio carissimo amico e almeno questo glielo devo.
Schiarendosi la gola il Bey deglut un ultimo sorso
limaccioso di caff e capovolse la tazza sul piattino.
Aspett qualche momento per lasciare che il fondo colasse
sui fianchi della tazza. Quindi la sollev e si perse
a esaminare le spettrali striature residue. Rimase a fissarle
parecchio, scroll via il liquido in eccesso e inclin
quel che restava verso una lama di luce, prima di incrociare
lo sguardo di Eleonora.
Fortuna disse in tono derisorio e si alz. Devo
andare. C' qualcosa che desiderate, intanto che sono
fuori, qualcosa che vi serve?
Eleonora scosse il capo.
No, grazie.
Il Bey sostenne il suo sguardo per un momento, come
se stesse ponendole la stessa domanda nel linguaggio
del silenzio. Lei scosse di nuovo il capo.
Augurandole buona giornata, il Bey usc, e lei torn
a essere sola. Tenne a lungo lo sguardo fisso sul tavolo,
a osservare il suo riflesso sfocato muoversi sulla superficie
lucida, il lampadario sospeso sopra di lei come una
lama di cristallo. Quando alz gli occhi, Monsieur Karom
era in piedi accanto al buffet, timido e trepidante
come un cane in cerca di un nuovo padrone. Era venuto
con l'intento di sparecchiare i piatti della colazione,
ma a quanto pareva non aveva voluto disturbare il suo
cordoglio.
Prendendo carta e penna, Eleonora spinse indietro la
sedia e usc dalla sala da pranzo. Percorse il corridoio
principale della casa, alle cui pareti erano appesi i malinconici
ritratti degli antenati del Bey. La prima porta
in cui si imbatt era quella della biblioteca. Dopo averla
fissata per un po', prov ad abbassare la maniglia. Il
meccanismo della serratura fece clic. Richiusa la porta
alle proprie spalle, attravers la stanza e and ad accasciarsi
sulla stessa poltrona beige della sera precedente
la tragedia. Le sembrava impossibile che appena una
settimana prima suo padre fosse seduto su quella poltrona
a bere t e giocare a backgammon con il Bey. Impossibile
che in cos poco tempo fossero cambiate tante
cose. Lasciandosi sfuggire un singhiozzo, infil il naso
in una grinza della poltrona, cercando di ritrovarci l'odore
di suo padre. Ma era svanito, coperto da quello
muschiato della pelle.
Nelle settimane successive Eleonora adott delle abitudini
che, sebbene non servissero ad alleviare la sua
tristezza, riuscirono almeno a strutturare le sue giornate.
Ogni mattina, dopo il bagno, si trascinava in sala da
pranzo e si sforzava di fare colazione, di solito non pi
di un pezzo di pane azzimo o un uovo sodo. Dopo colazione,
quando il Bey era uscito e la tavola sparecchiata,
si teneva occupata vagando per la casa, sonnecchiando
sulla chaise-longue del salotto o leggendo in camera
sua. Passava innumerevoli ore a leggere accanto al bovindo,
La clessidra appoggiata sulle cosce e una ciocca
di capelli fra le labbra: arginava i pomeriggi con il tedioso
narcotico della letteratura. Leggendo il libro per
la seconda volta, conoscendo per filo e per segno il destino
ultimo dei personaggi, traeva un ridotto conforto
al pensiero che nella vita il nostro cammino segue un
piano pi grandioso di quanto saremmo mai in grado
di concepire o comprendere. Di tanto in tanto alzava
gli occhi dalla sua lettura e si perdeva in contemplazione
di una nuvola passeggera. Nel tardo pomeriggio,
quando il traffico marittimo raggiungeva il picco, lasciava
navigare lo sguardo insieme ai caicchi che tagliavano
lo stretto o ai piroscafi che avanzavano lenti e
sbuffanti verso il mar Nero, ma soprattutto leggeva.
Leggeva per distrarsi, per dimenticare se stessa nei
mondi lontani di Bucarest e Trieste, e a ricordarle
che il tempo passava anche nel suo mondo c'erano solo
il richiamo alla preghiera e l'inarrestabile imbrunire del
cielo.
Siccome le settimane trascorrevano senza una risposta
da Ruxandra, nemmeno una parola, divenne chiaro
che Eleonora sarebbe rimasta ospite di Moncef Bey a
tempo indeterminato. Non le dispiaceva l'idea di restare
a Istanbul n le capitava mai di desiderare che
Ruxandra venisse a riprendersela per portarla a casa a Costanza,
ma il suo silenzio assoluto le bruciava. Forse il
Bey aveva ragione, forse non aveva ricevuto i loro telegrammi;
eppure Eleonora non poteva fare a meno di
sentirsi abbandonata, dalla zia ma ancor pi dalla mano
del fato. Era come se fosse stata completamente dimenticata,
cancellata dal libro della vita e lasciata su
un'isola esotica in mezzo all'oceano.
Ci detto, Eleonora era molto grata al Bey per la sua
generosit e trovava la vita in casa sua molto piacevole.
Non c'erano stati accordi formali n contratti, n avevano
mai parlato di termini e condizioni, salvo che era la
benvenuta e poteva restare quanto voleva. Avevano un
rapporto amichevole, sebbene ciascuno badasse ai suoi
affari. Lei non faceva troppe domande e lui nemmeno.
Dopo colazione, di solito il Bey usciva di casa e non ci
tornava fino a sera. Cenavano insieme almeno tre volte
a settimana. Le sere in cui il Bey era impegnato e cenava
fuori, Monsieur Karom le portava in camera un pasto
freddo e lei mangiava da sola prima di soffocare la fiamma
della lampada e prepararsi per la notte.
Durante quel periodo la compagnia pi intima e assidua
di Eleonora fu la signora Damakan. Oltre al bagno
mattutino, la cameriera andava da lei in momenti
diversi della giornata per controllare se avesse bisogno
di qualcosa. Le portava libri e t, coperte di ricambio e
golosit dalla cucina. Pi di una volta, Eleonora si era
svegliata da un sonnellino e l'aveva trovata seduta sulla
poltrona vicino al suo letto. In uno di quei pomeriggi,
si svegli al canto sommesso di una melodia dolce e lontana.
Te la cantavo sempre le disse la signora Damakan con un sorriso accennato.
Aveva smesso di canticchiare, ma Eleonora continu
a sentire la melodia strattonare l'orlo sfilacciato del suo
ricordo. Poi scomparve, svanita come un gabbiano nella nebbia fitta.
...
.
...
CAPITOLO 11.
...
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...
Dal campanile sovrastante il Robert College risuonarono
monotoni rintocchi metallici che, propagandosi nelle
pareti del rettorato, svegliarono il reverendo James
Muehler dal suo sonnellino pomeridiano. Era la prima
campana della cena, tre brevi rintocchi a significare che
gli studenti dei gradi inferiori, se non erano gi in mensa,
dovevano sbrigarsi. Il reverendo appoggi la guancia
sulla pelle fresca della poltrona dove si era addormentato
e cerc di fare mente locale sui piani per la serata. Sarebbe
andato a cena da Moncef Bey, quello se lo ricordava,
ma non a che ora. Pulendosi la bocca con il dorso della
mano si alz, calpest il pavimento di pietra del suo studio
e and ad accomodarsi sulla sedia della scrivania. Fece
scorrere le sue carte finch trov il biglietto del Bey.
Illustre reverendo Muehler,
vi scrivo per invitarvi a cena gioved prossimo con me
e la signorina Cohen. Come potete immaginare, la signorina
Cohen  oltremodo sconsolata in seguito alla perdita
del padre. Sono certo per che le far piacere vedervi. Siate
cos cortese da comunicare una risposta al latore della
presente. Gli ho dato istruzioni di attendere tutto il tempo
necessario. La cena verr servita alle sette e trenta.
Cordialmente,
Moncef Barcous Bey
Le sette e mezzo era un po' presto per la cena, ma ormai
c'era poco da fare. Umettata la punta di indice e
medio, il reverendo Muehler sollev il biglietto alla luce
gialla che emanava dalla lampada da tavolo e lo esamin
pi da vicino. La filigrana era quella di un raffinato
cartolaio romano ma, sebbene fosse un biglietto
recente, la carta era ingiallita ai bordi. Forse i mezzi
del Bey erano inferiori a quanto si credesse. In ogni caso,
l'invito era un bel colpo di fortuna. Con il proliferare
di voci oltraggiose sulla causa dell'incidente in mare,
i suoi reclutatori erano sempre pi agitati nel loro
desiderio di informazioni di qualsiasi tipo. Al dipartimento
della Guerra e al gran visir avrebbe fatto ugualmente
piacere, e molto, ricevere un rapporto sulla vita
privata di Moncef Bey e James aveva proprio bisogno
di portare a casa una vittoria su entrambi i fronti. Probabilmente
il Bey si limitava a organizzare i suoi gruppi
di lettura e a innervosire la classe intellettuale con spassionati
discorsi su Rousseau, ma con le pressioni in aumento
sia da parte americana sia da parte ottomana,
valeva la pena di tentare tutte le strade.
Dopo aver fissato il biglietto ancora per qualche momento,
il reverendo lo accanton e cominci a sfogliare
un mazzetto di documenti che aveva acquisito qualche
sera prima, a una cena di gala data dall'ammiraglio tedesco
Krupp. Non sembravano molto significativi:
qualche lettera, un atto notarile per un terreno fuori
Stoccarda e appunti a margine di un quotidiano. Comunque,
visto che il suo tedesco era un po' lacunoso, il
reverendo decise di rileggere tutto con il dizionario alla
mano prima di trarre conclusioni affrettate. In fondo
non si poteva mai dire. Chiss che le annotazioni sul
giornale non si riferissero a esercitazioni navali segrete
o a progetti di nuove tratte ferroviarie.
Il reverendo espir e fece scrocchiare il collo da entrambe
le parti. Oltre alla breve traduzione e alle normali
responsabilit di rettore del Robert, c'erano una
serie di faccende secondarie a cui doveva dedicarsi a
breve. Il suo studio era nel caos, i libri dovevano ancora
essere disposti in ordine alfabetico e la scrivania era ricoperta
di almeno una decina di mucchi di carte, ciascuno
dei quali meritava di essere rivisto con attenzione.
Intingendo la penna nel calamaio sul bordo della
scrivania, compil una lista delle faccende da sbrigare
entro tre giorni. Soddisfatto di quel progresso, pos
la lista nel mezzo della scrivania e and a prepararsi
per la cena.
Quando si mise finalmente in strada, il sole arancione
stava sprofondando in un'adunanza di pini dietro il
Petit Champ des Morts. Fermandosi sul ciglio di una
cresta che guardava il Bosforo, si scherm gli occhi dal
bagliore del tramonto e osserv una fregata tedesca
avanzare lentissima verso il mar di Marinara. Appena
sotto di lui spuntava dalla cresta la struttura in rovina
di Rumelihisari, la torre da cui Mehmet Pasci aveva
assediato Istanbul pi di quattro secoli prima. I membri
del consiglio del Robert College avevano scelto bene
la collocazione della loro scuola. Bench la loro missione,
dichiarata con magniloquenza nello statuto, fosse
istruire i giovani uomini dell'impero ottomano e
instradarli alla modernit, non era un segreto che
buona parte dei docenti americani della scuola faceva
rapporto con regolarit al dipartimento della Guerra. E
molti di loro, lui compreso, dovevano il posto di lavoro
alle amicizie che avevano al dipartimento. Il reverendo
non lo considerava un conflitto di interessi n di intenti.
Se si poteva servire il proprio paese e al contempo
istruire i figli di un altro, tanto meglio. Aveva da ridire
solo sul fatto che lo spionaggio a volte lo distoglieva
dalle responsabilit di rettore, che per lui erano di importanza
primaria.
Il percorso del reverendo Muehler serpeggiava gi
per la collina attraverso un antico cimitero alterato dalla
gravit. Era una vista macabra: le lapidi strette con le
scritte ormai rese incomprensibili dal tempo, ciascuna
sovrastata dal calco in pietra del turbante o del fez del
proprietario. Facendo del suo meglio per non pensare
alle ossa sotto i suoi piedi n alla carne che quelle ossa
avevano sostenuto, trattenne il fiato e si incammin in
tutta fretta. Quando emerse dalle ombre del cimitero,
giunse in vista della casa di Moncef Bey. Era un vecchio,
grandioso pachiderma, fronte mare, dipinto del
colore del tuorlo d'uovo. Non ci era mai entrato, ma
l'aveva notata spesso da lontano. Per un capriccio della
memoria, la sua vista gli ricordava sempre l'elefante dipinto
su cui era salito una volta, a Calcutta. Meraviglie
della mente.
Avvicinandosi, il reverendo Muehler si accorse che la
casa era coronata da uno svolazzare di upupe viola,
quasi identiche per colore e per numero allo stormo
che aveva notato sul molo la mattina, prima dell'incidente.
Anzi, le aveva viste gi in precedenza, ne era certo,
sebbene non ricordasse dove. Ai piedi del viale di
accesso il reverendo si ferm a contemplare lo stormo e
a riprendere fiato. Si asciug la fronte con il fazzoletto
e diede un'occhiata al logoro libro rosso e oro che all'ultimo
aveva deciso di portare con s, un'antologia di
Erodoto in traduzione. Mentre ne esaminava il frontespizio,
un cane abbai e lo fece sussultare. Era stato colto
alla sprovvista, un dettaglio a cui non avrebbe pi
ripensato se non avesse alzato lo sguardo proprio in
quell'istante vedendo Eleonora che lo osservava dalla
finestra della sua stanza. Quando si accorse che lui l'aveva
vista, non lo salut con la mano n gli sorrise, ma
nemmeno si ritrasse o finse di guardare altrove. Continu
a fissarlo con lo stesso sguardo inespressivo e vuoto.
Bambina particolare, Eleonora. Si osservarono a
lungo, poi il reverendo si volt per bussare alla porta
d'ingresso.
Buona sera gli disse il maggiordomo. Il reverendo
Muehler, presumo.
Esatto.
Prego disse il maggiordomo, tenendogli aperta la
porta. Vado ad avvertire del vostro arrivo Moncef
Bey.
Ottimo, grazie.
Nonostante l'esterno sgargiante, l'ingresso della casa
del Bey era di buon gusto, una cauta combinazione di
stile Luigi XVI e classico ottomano. Il reverendo si aggiust
la cravatta e sbirci nel corridoio principale.
Una spia migliore ne avrebbe approfittato per passare
in rassegna un paio di cassetti o almeno per esaminare
la serratura della porta. Ma lui non era una buona spia.
Guardandosi attorno, fece un tentativo poco convinto
di rovistare in un mucchio di biglietti da visita sulla
consolle. Nulla di interessante, ma del resto non ci si
poteva aspettare che un agente segreto in incognito lasciasse
il proprio biglietto. Quando il reverendo alz gli
occhi, Eleonora era in cima alla scala e lo osservava con
lo stesso sguardo vuoto e vagamente accusatorio. Anche
da lontano, si vedeva che era tirata e pallida in viso,
aveva gli occhi infossati e iniettati di rosso. Scese le scale,
penna e carta nella mano destra, con la cautela nervosa
di un'anziana.
Il reverendo Muehler fece un passo verso la base della
scala e assunse un'espressione comprensiva.
Ho sentito di vostro padre, mi dispiace.
Il mento di Eleonora ebbe un tremito ma lei non rispose
nulla.
Era un uomo onesto continu il reverendo. Un
brav'uomo che vi voleva molto bene.
Lei si tocc le labbra con la punta delle dita e scosse
il capo.
La signorina Cohen non ha pi parlato, dopo l'incidente.
Il reverendo Muehler si volt e vide il Bey all'imbocco
del superbo corridoio.
Quando vuole comunicare, scrive.
Capisco disse il reverendo. Benissimo.
Pu sembrare bizzarro, ma la signorina  piuttosto
riluttante a parlare.
Guardarono entrambi Eleonora, che era ancora in
piedi in fondo alla scalinata, e il Bey prosegu.
Venite, vi mostro la sala da pranzo.
Accomodatosi a tavola alla sinistra del suo ospite e di
fronte a Eleonora, il reverendo fece un tentativo di
continuare la conversazione.
Allora voi sapete scrivere? le chiese, spiegando il tovagliolo
sulle ginocchia.  notevolissimo. Chi vi ha insegnato?
Eleonora tolse il cappuccio alla penna e scrisse due
parole in cima al foglio, che poi gir verso il reverendo
perch leggesse.
Mio padre.
Capisco rispose James lisciando il tovagliolo.
Certo, mi sembra logico.
Prima che il reverendo avesse modo di porre altre
domande, Monsieur Karom si present con tre vassoi
d'argento e ne pos uno di fronte a ciascuno di loro.
Quella sera la cena consisteva in un arrosto di agnello
con carote, servito su un letto di bulgur dolce. Nonostante
la compagnia taciturna, la cena in s fu ottima.
L'agnello era cotto alla perfezione, bruciacchiato fuori
ma con un tocco sanguinolento al centro, le carote erano
soffici come frutti estivi e il bulgur insaporito con
acqua di fiori d'arancio. L'unica cosa di cui si sentiva
la mancanza era la conversazione. A parte i complimenti
di rito e le richieste di passare il sale, cenarono
in silenzio, accompagnati dal ticchettio dell'argenteria
del reverendo e del Bey che mangiavano di gusto.
Sono tempi interessanti, questi disse il reverendo,
cercando di tirare fuori dal suo guscio il padrone di casa.
Indubbiamente.
Era dalla nostra guerra civile che non vedevo tante
agitazioni e disordini. Mahdisti, serbi, armeni, ebrei,
tutti che reclamano per non si sa cosa. Sembra che il
mondo intero si sia messo a reclamare.
Il Bey annu con filosofia.
A volte i reclami lasciano il tempo che trovano
disse.
Si potrebbe credere all'inizio di una nuova epoca.
Molte cose si potrebbero credere.
Il reverendo tagli un pezzetto di agnello e lo mastic
con cura prima di gettare ancora la lenza.
Per esempio, c' chi ritiene che presto ci troveremo
alle prese con una drastica riorganizzazione del sistema
politico.
Il Bey sorrise educatamente ma non abbocc. Era
chiaro che non intendeva imbarcarsi in una discussione
di politica, cos James rivolse le sue attenzioni a Eleonora.
Se non ricordo male le disse, vi piace molto leggere.
Raccontatemi che cos'avete letto di recente.
Eleonora doveva sentirsi a disagio ma, come il reverendo
sospettava, era troppo educata per non rispondere.
Sto rileggendo La clessidra.
Rileggendo?
S.
Perch non l'avevate compreso appieno la prima
volta?
No, scrisse Eleonora. Poi, rendendosi conto di essere
stata troppo stringata per il loro ospite, aggiunse: C'erano
alcune parole che non avevo capito ma di solito riesco
a cogliere il significato dal contesto.
Il reverendo rimugin su quella risposta e, invece di
continuare sulla stessa linea, tir fuori la sua vecchia
antologia di Erodoto. Ne scelse un breve passo e allung
il libro a Eleonora sopra la tavola.
Vi dispiacerebbe leggere? disse, indicandole l'inizio
della pagina.
Lei annu, come se si trattasse di una cosa normalissima
durante una cena, e si chin sulla pagina seguendo
le parole con il dito. A met del passaggio, si ferm.
Cosa intende quando dice che la terra e l'aria sono piene
di piume?
Il reverendo Muehler si sporse sopra il tavolo e le
prese il libro per leggere il passo ad alta voce a beneficio
dell'altro commensale.
"Nelle regioni che si stendono a nord dei popoli
stabiliti al disopra di questo paese, non  possibile n
vedere n spingersi pi oltre, dicono, a causa delle piume
sparse ovunque: ch di piume  coperta la terra e
piena l'aria; ed  ci che preclude la vista."
Era un passaggio strano, forse non il pi adatto a
mettere alla prova la comprensione di una giovane allieva,
ma ormai l'aveva scelto. Sfogli qualche pagina
fino al punto in cui Erodoto spiega le piume.
Qui c' la risposta le disse, e lesse ancora a voce
alta: "Riguardo, poi, alle piume di cui, a quanto dicono
gli sciti, sarebbe piena l'aria e per le quali non sarebbe
possibile n vedere pi avanti nel continente, n aggirarvisi,
ecco qual  il mio parere. Al Nord di questa
regione cade continuamente la neve, con minore intensit
d'estate che non d'inverno, come, del resto,  naturale.
Orbene, chiunque abbia visto da vicino una copiosa
nevicata, intende quanto io dico: poich le falde
della neve somigliano a piume [...]. Ordunque, io penso
che gli sciti, e i popoli che abitano intorno a loro,
parlino di piume intendendo indicare le falde di neve.
Questo che ho detto  quanto si racconta intorno alle
regioni pi remote".
Le restitu il libro ed Eleonora lesse il nuovo passo in
silenzio prima di commentare.
Perch aspetta cos tante pagine prima di dirci che le
piume sono neve? Non ha senso.
Avete ragione concesse il reverendo. Non ha molto
senso.
James pul la posata d'argento sul bordo del piatto.
Era proprio una bambina prodigio, della pasta di Lucrezio
e Mendelssohn, ma c'era qualcosa di pi in lei,
una certa nobilt della presenza, un'aria misteriosa
combinata con una quasi totale mancanza di introspezione,
o almeno cos sembrava. In ogni caso, che fosse
una bambina straordinaria era fuori questione. La questione,
semmai, era cosa farne.
Purtroppo Istanbul non era il terreno migliore per
coltivare una mente come la sua. Il Robert College
era da escludere per un gran numero di ragioni. E le
scuole femminili di Istanbul erano decisamente poco
serie. L'approccio migliore sarebbe stato assumere un
precettore privato, qualcuno che le insegnasse greco e
latino, retorica, filosofia e storia. Ma a Istanbul anche
i precettori privati erano tutti pessimi. Il reverendo ci
pens su finch intu qual era la soluzione ideale. Ma
certo. Si sarebbe offerto lui di diventare il precettore
di Eleonora. Sarebbe stato interessantissimo osservare
gli ingranaggi di quella mente al lavoro. Uno studio
delle acquisizioni lessicali della bambina sarebbe valso
da solo una monografia. E i suoi reclutatori si sarebbero
compiaciuti di una situazione che gli assicurava un
accesso regolare alla casa di Moncef Bey.
Dopo i formaggi, il reverendo Muehler ebbe l'occasione
di offrire i suoi servigi. Il Bey diede a Eleonora il
permesso di ritirarsi e sugger che lui e il suo ospite si
spostassero in biblioteca per il cognac e i sigari.
Spero che la cena sia stata di vostro gradimento
disse, una volta che si furono accomodati.
Altroch. L'agnello era davvero squisito. E anche il
bulgur. Era aromatizzato con acqua di fiori d'arancio?
Il Bey faceva mulinare il suo cognac e guardava il liquido
dorato colare lungo le pareti del bicchiere.
Ditemi chiese, ignorando la domanda di James.
Come vi sembra la signorina Cohen? La vostra opinione
professionale.
Mi pare che abbia retto piuttosto bene, considerando
quello che ha passato.
Il Bey appoggi il bicchiere sul tavolino accanto a s.
Apprezzo la vostra delicatezza disse. Ma c' un
tempo per le buone maniere e un tempo per la sincerit.
Dopo l'incidente non ha mai parlato. Come sapete,
 successo pi di un mese fa.  una forma di lutto
che non mi sembra normale.
Il reverendo fece un lungo tiro dal suo sigaro e scroll
un fiocco di cenere. Lasci che fosse il suo silenzio a
rispondere, cos che la sua preoccupazione si insinuasse
nel crepitio del fuoco, nella cedevolezza del cuoio e nello schiocco del ginocchio del Bey quando accavall le
gambe.
Avete mai pensato di assumere un precettore per la
signorina? chiese alla fine il reverendo. Potrebbe aiutarla
a procurarsi letture pi serie, ne orienterebbe la
formazione.
Il Bey giunse le punte delle dita davanti al naso e si
chin in avanti.
Io ho l'impressione che la lettura abbia acuito il
problema.
Non la lettura di per s corresse il reverendo.
Ma il genere di lettura. Non ho mai tenuto in grande
considerazione la narrativa. E un genere per femmine
pigre e ragazzini romantici. Una tale frivolezza, anche
in un capolavoro come La clessidra, non pu avere alcuna
reale utilit. Ritengo invece che se si consigliassero
alla signorina letture pi serie - filosofia, storia, retorica - ne trarrebbe giovamento.
Il Bey disgiunse le dita e si vers un altro bicchiere.
Sareste in grado di suggerirmi un precettore?
James lasci vagare lo sguardo sulle mensole di libri
all'altro capo della biblioteca, come se stesse considerando
attentamente la faccenda prima di rispondere.
Se a voi sta bene disse, me ne incaricher io. Il
padre della signorina Cohen era un brav'uomo e sento di doverlo alla sua memoria.
...
.
...
CAPITOLO 12.
...
.
...
Il luogotenente Brashov lasci l'accampamento all'alba: attacc
le bisacce al cavallo e mont in sella. Cavalc per
quattordici ore sotto la pioggia, guadando fiumi gonfi di
carcasse di bestiame, passando ospedali da campo zuppi
d'acqua e coltivazioni di barbabietole da zucchero seminate
a sale. Cavalc tutto il giorno e tutta la notte sotto la pioggia
battente come riso rovesciato da un sacco, su strade fradice
di fango e crocevia sprofondati nell'argilla, senza riuscire a
vedere, per la maggior parte del tragitto, oltre il muso del
suo destriero. Poi la pioggia cess. Senza preavviso, lo strappo
nel cielo venne ricucito e una luminosa luna bianca...
Signorina Cohen.
Eleonora alz gli occhi dal libro. Era Monsieur Karom.
Il reverendo Muehler  di sotto continu. Per la
lezione. Devo dirgli di aspettarvi in biblioteca?
Eleonora annu e, finito il passo che stava leggendo,
chiuse il libro con il suo segnalibro fra le pagine. Aspett
che Monsieur Karom fosse uscito prima di alzarsi
dalla poltrona e, dopo essersi data un rapido sguardo
nello specchio della toletta, scese al piano di sotto.
Lo scopo delle lezioni non le era chiaro ma aveva promesso
a Moncef Bey di provare per almeno un mese.
Facendo scorrere la mano sulla fredda balaustra di marmo,
scese nell'ingresso e lo attravers in diagonale. Arrivata
alla biblioteca, rimase a lungo sulla soglia, a osservare
il suo nuovo precettore sfogliare un libro. Dava
le spalle alla porta, quindi Eleonora non poteva vedere
cosa stesse facendo con esattezza. Comunque era chiaro
che stava tormentandosi il bordo della narice con il
pollice.
Oh, buongiorno disse il reverendo quando si accorse
di lei. Aveva un viso aperto e gentile, punteggiato
da due acquosi occhi azzurri del colore della tarda estate.
Felice di rivedervi, signorina Cohen.
Nel reverendo Muehler non c'era nulla in particolare
che risultasse sgradevole. Vestiva abiti puliti, il suo
alito odorava di menta e nelle sue parole non c'era traccia
di condiscendenza. Eppure, nonostante tutto sembrasse
suggerire il contrario, Eleonora non poteva fare a
meno di pensare che i loro intenti fossero discordi.
Prego, sedetevi disse lui, indicandole la sedia accanto
alla sua. Per favore.
Eleonora esit un attimo, poi attravers la biblioteca
e and ad accomodarsi dove le aveva indicato. Sedevano
a un tavolo di legno massello di quercia che il Bey
chiamava - per motivi sconosciuti a Eleonora, ma probabilmente
legati alla professione del suo precedente
proprietario - la scrivania del colonnello.
Non parlate ancora?
Eleonora scosse il capo.
La lettura ad alta voce sar difficoltosa.
Eleonora trov un foglio di carta in uno dei cassetti
della scrivania e prese la penna dal taschino del grembiule.
Posso ascoltarvi, scrisse. E leggere.
Benissimo.
Il reverendo apr a pagina quattro un logoro sillabario
rilegato in rosso e oro, del tutto simile a quello che
aveva portato alla cena di qualche sera prima. Cominci
subito, seguendo le parole con il dito.
Mensa, mensae, mensae, mensam, mensa, mensa.
In fondo alla colonna, si ferm e si rivolse a Eleonora.
Avete capito?
Lei scosse la testa.
 latino, la lingua di Roma, la lingua di Virgilio,
Ovidio, Cicerone e Cesare.
Eleonora sapeva chi era Ovidio, a Costanza lo sapevano
tutti. Cesare era un imperatore romano e Virgilio
aveva scritto l'Eneide, ma di Cicerone non aveva mai
sentito parlare.
Chi e Cicerone?
Marco Tullio Cicerone spieg il reverendo. Forse
il pi grande oratore mai vissuto. Passerete un bel
po' di tempo in sua compagnia, nei prossimi mesi. Prevedo
che diventerete grandi amici.
Secondo il programma concordato con il Bey, il reverendo
Muehler andava a casa loro due volte alla settimana,
il luned e il gioved dopo colazione. Sebbene
fosse ancora un pochino diffidente, a Eleonora le lezioni
piacevano - coniugazioni e declinazioni, il costante
succedersi di regole su regole, la voce graffiante del reverendo
- e non incontrava difficolt. Ricordava parola
per parola un passaggio letto una settimana prima, seguiva
complessi testi filosofici con caparbia tenacia e
vedeva nessi che perfino al reverendo erano sfuggiti.
Fra tutte le abilit di Eleonora, comunque, a impressionare
il suo precettore era soprattutto la facilit con
cui imparava le lingue. Per lei imparare una lingua
nuova equivaleva a poco pi che riempire una serie
di spazi vuoti. Nel giro di tre settimane dalla prima lezione,
fu in grado di leggere e scrivere in un latino rudimentale.
Nel giro di due mesi traduceva lunghi passi
dell'Eneide e componeva confutazioni di Cicerone. Incoraggiato
dai successi con la prima lingua morta, il reverendo
presto introdusse il greco antico, Omero,
Eschilo, Aristotele e Erodoto.
Dal punto di vista pratico le lezioni avevano apportato
un cambiamento marginale alle abitudini di Eleonora,
ma sotto la superficie le acque iniziavano a muoversi.
Lei passava la maggior parte della giornata a leggere
sulla poltrona accanto al bovindo, alternando La
clessidra ai libri assegnati dal reverendo. Per si rifiutava
ancora di parlare e di uscire di casa. Traeva piccoli
piaceri dalle argomentazioni biliose degli antichi e apprezzava
il tocco di magia della prosa ben costruita. Gli
piove addosso tutta una folla di tali Gorgoni e Pegasi.
Una frase come quella - dal Fedro di Platone - non
mancava mai di farle salire alle labbra un sorriso. Gli
piove addosso tutta una folla di tali Gorgoni e Pegasi. Ripeteva
le parole fra s e s in continuazione, finch non
si materializzavano: le gorgoni dall'aspetto sinistro, dal
terribile sguardo, che piovono gi in groppa agli stalloni
alati.
Per quanto apprezzasse le lezioni del reverendo,
Eleonora ancora non si fidava completamente di lui.
I suoi sospetti non erano motivati da alcun episodio
in particolare. Era piuttosto l'insieme dei dettagli. Gli
capitava spesso di rimandare le lezioni con la scusa di
una riunione importante che non poteva essere spostata.
Le faceva strane domande sul Bey. E pi di una volta
l'aveva sorpreso a frugare nei cassetti della scrivania
del colonnello. L'episodio che consolid in maniera
definitiva la sfiducia di Eleonora capit qualche settimana
dopo che il reverendo aveva cominciato a insegnarle
il greco. Quella mattina aveva quasi un'ora di ritardo
e quando arriv sembrava distratto. Apr e chiuse
le tende due volte prima di chiederle di cominciare.
Masticando la punta di una penna, camminava avanti
e indietro mentre lei leggeva per conto proprio, seguendo
le parole con il dito. Lo sfregamento dei suoi
pantaloni segnava il tempo come un metronomo ansiogeno.
Non molto dopo, alcune mandrie di buoi furono rubate
dall'Eubea da Autolico, e Eurito pens...
Eleonora avvert il tocco leggero della mano del reverendo
sulla spalla e smise di leggere.
Cosa ricordate di Autolico?
Mentre lui cambiava posizione, lei sent contro il
braccio lo sconcertante sfregamento della manica della
sua camicia. Socchiuse gli occhi tenendo il dito fermo
dov'era, sotto la riga.
Compare nell'Odissea. Il nonno di Ulisse.
Fissando la carta da parati a motivi cachemire davanti
a s, richiam alla mente il passaggio relativo e
lo scrisse in fondo alla pagina.
E davvero la cicatrice conobbe, che gli fece un cinghiale
con la candida zanna, quando al Parnaso sal, con Autolico
e i figli, col nobile padre della madre, che tra i mortali
eccelleva per ruberie e spergiuri.
Perfetto. Il reverendo sorrise e, sollevando la mano
dalla spalla di Eleonora, cambi rotta. Se non vi
spiace, oggi vi proporrei qualcosa di nuovo.
Il reverendo Muehler si sedette alla scrivania del colonnello,
affond la mano nella sua borsa e ne tir fuori
un tubicino d'argento. Studiando le incisioni lungo
il margine superiore, lo apr e lo picchiett per farne
uscire un foglio arrotolato. Lo appiatt in mezzo alla
scrivania e lo fiss alle due estremit con dei fermacarte.
Era quasi interamente ricoperto di caratteri greci ma
le parole non erano greco. Il reverendo non le disse da
dove proveniva il documento n perch fosse contenuto
in un tubo tanto raffinato.
Come potete vedere le disse invece, queste lettere
non formano parole. Almeno non parole comprensibili.
Tuttavia c' una logica, un sistema. Per risolvere
l'enigma bisogna individuare il sistema. La vostra lezione
odierna consister in questo.
Con la testa fra le mani, Eleonora si mise a fissare le
lettere. Si concentr pi che pot, la sua mente era focalizzata
su un unico scopo. Era cos che faceva quando
voleva ricordare qualcosa: una citazione, una regola
grammaticale, una data o una parola nuova. Le riusciva
molto bene, ricordare le cose. Una volta che la sua
mente catturava qualcosa, non le sfuggiva pi. Risolvere
quell'enigma, tuttavia, era un'impresa completamente
diversa, come imparare una lingua senza libri,
o intuire che le piume erano neve senza che nessuno
glielo suggerisse. Eleonora espir, si raddrizz e lasci
che la mente si rilassasse. Invece di fissarsi sulle lettere,
fece in modo che la sua concentrazione si rifrangesse in
migliaia di piccoli raggi. Chiuse gli occhi, disserr i
denti e permise alle lettere di muoversi nell'ininterrotta
distesa di luce che danzava all'interno delle sue palpebre.
Ogni lettera risuonava nella propria singolarit e
nelle possibili combinazioni con tutte le altre, in tutte
le lingue che conosceva. E cos la soluzione arriv: Mercoled
a mezzogiorno. Nel retro del Cafe Europa.
Riapr gli occhi, rivide la biblioteca e il reverendo
con il suo tubo d'argento. Lui inarc le sopracciglia e
lei scrisse la soluzione.
Mercoled a mezzogiorno. Sul retro del Cafe Europa.
Come ci siete arrivata?
 la risposta giusta?
S disse il reverendo, mordicchiandosi il labbro
inferiore. Credo che lo sia. Ma la cosa pi importante
 come ci siete arrivata.
Si prende il numero associato a ciascuna lettera greca.
Alfa  uno; beta  due; gamma e tre; delta e quattro. Si
sottrae due e si traspone il nuovo numero nell'alfabeto
arabo.
Esatto!
Il reverendo Muehler riflett un momento per confermare
la soluzione di Eleonora, quindi arrotol il biglietto
e lo infil di nuovo nel portadocumenti. Alzandosi,
disse che purtroppo dovevano interrompere la lezione
prima del tempo. Avrebbero recuperato gioved,
le disse, e se ne and.
Le lezioni del reverendo davano alle giornate di
Eleonora una certa impostazione, per quanto in totale
le lezioni in s e i compiti che le assegnava richiedessero
appena una decina di ore settimanali. Studio a parte,
Eleonora era libera di passare il tempo come preferiva.
Di solito sedeva tranquilla in camera sua, in compagnia
di un libro. All'arrivo dell'estate, per, con il languido
allungarsi delle giornate e il costante ritorno degli uccelli
migratori sul Bosforo, divenne sempre pi curiosa
dell'ambiente circostante. Sebbene non avesse alcun
desiderio di lasciare la casa del Bey, il profumo degli
albicocchi in fiore la rese sempre pi audace nelle sue
scorrerie attraverso i corridoi e le stanze vuote. Un mercoled
pomeriggio, all'inizio di giugno, fu colta da un
improvviso desiderio di esplorare gli appartamenti delle
donne che, a quanto diceva il Bey, erano inutilizzati
da molti anni. Messo il segnalibro nella Naturalis historia
di Plinio, scese al piano di sotto e in fondo alla scalinata
prese a sinistra. Alla fine del corridoio principale
- oltre la biblioteca, il salotto e una sala da musica
che aveva scoperto qualche settimana prima - si ritrov
all'ingresso degli appartamenti delle donne, una porta
alta e stretta con incisi due esagoni intrecciati.
La porta si apr su un atrio buio, imbalsamato con
ragnatele e polvere. L'anticamera degli appartamenti
delle donne, una stanza diafana con il soffitto altissimo,
disseminata di mobilio in disuso e di brandelli di cuscini
di raso, aveva un'aria polverosa e dimenticata da cui
Eleonora fu sopraffatta gi sulla soglia. Starnutendo,
fece un passo avanti e si chiuse la porta alle spalle. Starnut
di nuovo. Oltre all'inquietante presenza di una decina
di forme delle dimensioni di mobili, coperte da
grandi teli bianchi, nell'anticamera c'erano due porte
vere e proprie, una alle spalle di Eleonora e una dritto
di fronte a lei. Inoltre Eleonora not una scaletta che
saliva a zigzag lungo il muro in fondo. Conduceva,
per quanto riusc a vedere, a una porticina sospesa appena
sotto il soffitto. Non aveva idea di dove conducesse,
di cosa avrebbe trovato dall'altra parte... ma non era
quello lo scopo dell'esplorazione?
Inspirando l'aria viziata, Eleonora attravers l'atrio e
sal la scala di legno che scricchiol a ogni suo passo. Si
aggrapp al corrimano. Arrivata in cima prov ad abbassare
la maniglia: cedette facilmente dando accesso a
un corridoio buio che si allungava a filo del muro. Dal
punto in cui si trovava, Eleonora non riusciva a distinguere
che un velo di polvere e una famiglia di topi che
sgattaiolavano sulle assi del pavimento. Si asciug la
fronte e fece qualche passo cauto nel corridoio. In lontananza
si intravedeva una luce screziata. Con le braccia
davanti al viso, si diresse verso la luce, chinandosi per
scansare travi e fermandosi ogni pochi passi per togliersi
le ragnatele dai capelli.
La luce, scopr, filtrava nel corridoio attraverso una
grata di legno traforato molto simile a quelle montate
sui finestrini della carrozza del Bey. Accost il viso. Disposti
sotto di lei come su un palcoscenico teatrale, ecco
gli scaffali, i mappamondi e i tavoli da lettura della
biblioteca. Come apprese in seguito, corridoi simili
erano molto diffusi a Istanbul. Progettati per consentire
alle donne della casa di osservare le riunioni sociali
senza compromettere il proprio onore, erano presenti
in moltissime delle grandiose vecchie dimore lungo il
Bosforo. Comunque, per Eleonora scoprire il corridoio
fu come trovare la botola di accesso a un altro mondo,
un palco privato da cui osservare ogni stanza della casa.
Forse sarebbe tornata indietro subito se non avesse
sentito una corrente di aria fresca tagliare l'oscurit.
Sfiorando con le nocche le nude assi di legno che ricoprivano
le pareti, continu verso la sorgente della brezza.
Pass sopra la sala da pranzo e l'ingresso, dove sorprese
la signora Damakan che spolverava la balaustra
della scala. Si ferm a guardarla salire e poi ridiscendere.
Pulendosi le mani di tanto in tanto sul davanti del
grembiule, la signora Damakan fin con la balaustra,
poi in senso antiorario percorse il perimetro della stanza,
l'economia dei suoi movimenti al tempo stesso aggraziata
ed efficiente. Anche dopo che la cameriera se
ne fu andata, Eleonora continu a fissarne l'assenza,
sotto la polvere che tornava a posarsi. Poi prosegu verso
la fonte della corrente d'aria. Nell'angolo della casa,
vicino al punto in cui immaginava dovesse trovarsi la
sua stanza, il corridoio faceva una curva decisa e si interrompeva
in direzione della cucina. Da quell'incrocio
partiva una stretta scala di legno che scendeva. Eleonora
non ne era sicurissima ma le sembrava che la brezza
provenisse dal fondo della scala.
Afferr il corrimano e scese con attenzione finch
giunse in una stanza con una porticina di ferro imbullonata
nel muro. Non molto pi alta di lei e larga appena
il doppio, la porta era arancione di ruggine attorno
ai bulloni e cosparsa da uno strato di polvere. Era
tiepida al tatto e aveva l'aria di non venire aperta da parecchio.
Eleonora vide che la fonte della brezza era una
crepa tra lo stipite della porta e il legno della casa,
formatasi in conseguenza, dedusse, dell'assestamento dell'edificio.
Una scheggia di luce solare filtrava dalla crepa
e il profumo del fieno pervadeva lo spazio circostante.
Guardandosi le spalle, Eleonora buss al centro della
porta. Fece un rumore profondo e cupo, come una
grande campana. Vi accost l'orecchio ma, a parte l'eco
del suo pugno, non riusc a sentire nulla. Rimase a lungo
con la mano sulla maniglia prima di decidere di non
avventurarsi oltre, in quelle che immaginava dovessero
essere le stalle del Bey. Per quel giorno aveva esplorato
abbastanza, si disse mentre risaliva di corsa la scala e ripercorreva
i propri passi lungo il corridoio. Per quel giorno era davvero abbastanza.
...
.
...
CAPITOLO 13.
...
.
...
L'estate si insinu a Istanbul sotto le mentite spoglie di
un acquazzone di mezzogiorno. Prese dimora alle fondamenta
del ponte di Galata e vag per la citt come
un cane randagio. Dentro e fuori dai vicoli, la nuova
stagione si faceva sentire nella tenacia dei moscerini
della frutta che ronzavano attorno a una piramide di
fichi, nel tono man mano pi sicuro del muezzin e nella
stizzosit dei negozianti al mercato ortofrutticolo.
L'estate si trovava nel profumo appiccicoso dei sorbetti
alla ciliegia, nei piccioncini arrosto e nelle nespole marcescenti.
Come una pelle appena conciata, tirata man
mano di pi, ogni giorno era impercettibilmente pi
lungo del precedente, il sole sempre pi mattiniero e
sempre pi caldo. Gli alberi germogliavano, fiorivano
e portavano frutto, mentre lo stretto era affollato di uccelli
migratori. Falchi, cicogne, rondini e cormorani affluivano
a ondate nel Bosforo, sulla via degli antichi
luoghi di nidificazione in Europa.
Contemplando il languido stretto, Eleonora osserv
un gruppo di falchi dal collare cavalcare invisibili correnti
d'aria calda come dossi su una strada. Vide uno
stormo di nibbi bruni virare tra le cupole della moschea
di Solimano e uno di aironi beccogrosso, con il
loro collo serpiforme, allargare le ali quanto i caicchi in
navigazione. Quella mattina, negli abissi della biblioteca
del Bey, aveva scoperto una copia rilegata in vitello
di Storia naturale e classificazione degli uccelli di William
Swainson. Confrontando le sue litografie con
ci che vedeva fuori dalla finestra, fu in grado di identificare
falchi, nibbi, aironi e pure un gruppo di aquile
di mare dalla coda bianca e un solitario falco pellegrino
con un uccello marino fra gli artigli.
Quando il sole si attenu e cominci ad affondare
negli alberi dietro Uskildar, con la coda dell'occhio
Eleonora vide un lampo di ametista e un'upupa viola
con una corona di piume a strisce bianche atterr sul
davanzale della sua finestra. Pieg la testa a sinistra come
a indicarle un elemento di interesse ed Eleonora vide
il proprio stormo aggirare il Corno d'Oro. Mentre
si dirigevano verso di lei, roteando e dardeggiando nel
cielo grigio-arancio, Eleonora avvert un cedimento interno,
come un banco di ghiaccio incrinatosi all'improvviso.
Quando apr la finestra, il ricognitore and
a raggiungere i suoi simili in volo.
Scostandosi una ciocca di capelli dal viso, Eleonora
appoggi i gomiti sul davanzale e guard il crepuscolo
dispiegarsi ai suoi piedi. Quella sera la citt sembrava
carica di un'energia tutta nuova. Invece di languire insieme
al sole, come di solito accadeva, il traffico marittimo
sembrava in aumento e i passeggeri parevano ansiosi
di arrivare a destinazione. Eleonora not una
squadra di uomini sospendere quelle che sembravano
lanterne appese a una corda tra i minareti della moschea
Nuova. E una serie di chiatte aveva attraccato
lungo il pontile di Besiktas. Quando il sole tocc l'orizzonte,
la citt era ormai deserta. Le imbarcazioni erano
scomparse dal Bosforo e le carrozze dalle strade. Gli
ambulanti tacevano; l'unico suono che si sentiva era
l'incessante belato di un agnello legato fuori dalla moschea
di Besiktas. Poi, con l'ultima luce del giorno che
filtrava sotto la curva dell'orizzonte, proprio mentre il
sole stava sparendo, dalle vicinanze del palazzo di Topkapi
part un colpo di cannone. Eleonora si gett sul
pavimento, terrorizzata, e sgattaiolando sotto la scrivania
si copr la testa con le mani. Se ci fossero stati altri
colpi di cannone, se c'era la guerra, meglio mettersi al
sicuro.
Era ancora in quella posizione quando Monsieur
Karom si present alla porta con la sua cena.
Tutto a posto? le chiese, appoggiando il vassoio
sul comodino.
Eleonora allung la mano fino al primo cassetto e
pesc un pezzetto di carta.
Il cannone.
Monsieur Karom soffoc un sorriso.
La salva di cannone disse, aiutandola ad alzarsi
segna la fine del digiuno. Oggi  il primo giorno
del ramadan. Lo sapevate, no?
Eleonora scosse la testa. Sapeva del ramadan, del digiuno
diurno e dei sontuosi banchetti notturni, ma il
cannone che segnava la fine del digiuno era una novit.
I pochi musulmani rimasti a Costanza assoldavano un
devoto per battere le vie della citt suonando un grosso
tamburo.
S disse Monsieur Karom. Si sporse fuori dalla finestra
aperta e guard in basso, le barche. Avrete
un'ottima visuale sui fuochi d'artificio.
Eleonora mangi la zuppa di lenticchie da sola, alla
scrivania, guardando le stelle illuminare l'oscurit vuota
come tante candele mute. Istanbul rimase in silenzio
per tutta la durata del suo pasto. Poi, mentre stava finendo
il dolcetto ai datteri, la citt esplose. Le lanterne
appese tra i minareti della moschea Nuova vennero accese:
componevano le parole felice ramadan. Venditori
di sorbetti e chiromanti apparvero lungo la riva.
Nel cortile di ogni moschea di quartiere furono issate
in quattro e quattr'otto svolazzanti tende rosse e blu.
Le strade si riempirono di bambini coi genitori, cugini,
prozii e ragazzi pi grandi in gruppetti eterogenei che si
aprivano un varco tra la folla. Il primo fuoco artificiale
part con un miagolio felino ed esplose in una pioggia
verde. Fu seguito da un altro, stavolta tutto bianco, e la
folla esult. Lanciati dalle chiatte sotto la finestra di
Eleonora, razzi rossi, blu, verdi e bianchi illuminavano
la prima notte del ramadan di una fosforescenza fumosa
e i festeggiamenti continuarono fino all'alba.
Se fosse stata la vista del suo stormo quella sera, l'inizio
dell'estate, il ramadan oppure tutt'altro, Eleonora
non lo sapeva. Sapeva solo che si sentiva cambiata. Il
mattino successivo, in piedi davanti al suo armadio,
tocc con l'alluce un'asse nuda del pavimento e rabbrivid.
Si era alzata tardi e aveva gli occhi ancora languidi
di sonno ma per quanto intorpidita si sentisse, non poteva
negare che qualcosa dentro di lei si fosse mosso: il
mare di ghiaccio si stava spaccando. Rimase a lungo a
studiare l'armadio - un pallido giardino di seta, pizzo e
chiffon, alla cui estrema sinistra era stato seminato un
completo maschile di lana - prima di scegliere un
elegante abito violetto fatto confezionare alla sua seconda
visita a Madame Poiret. Indossatolo dalla testa, si infil
un paio di scarpe coordinate e si volt a guardarsi nello
specchio. Senza l'aiuto della signora Damakan non era
in grado di allacciarlo come si doveva sulla schiena ma
se ne infischi e scese al piano di sotto. C'era una cosa
che voleva chiedere a Moncef Bey e voleva farlo subito,
prima di perdersi d'animo.
Buongiorno, signorina Cohen.
Il Bey aveva gi cominciato a far colazione e stava
spalmando la marmellata di ciliegia su un pezzo di pane.
Buongiorno, scrisse Eleonora su un foglietto. Rest
un attimo a guardarlo, poi continu con la sua domanda.
Moncef Bey, posso accompagnarvi, oggi? A Pera? Prometto
di non essere d'intralcio.
Il Bey la guard intensamente e pos il coltello sporco
di marmellata sul bordo del piattino.
Ma certo disse. Mi fa sempre piacere la vostra
compagnia. Voi non siete mai d'intralcio. Mi preoccupa
solo che potreste annoiarvi.
Non mi annoier, affatto. E non aprir bocca.
Il Bey riprese in mano il coltello. Spalmata la marmellata
rimasta sul bordo della fetta di pane, tagli un
pezzetto del friabile formaggio bianco.
Allora d'accordo disse. Ma dovete promettermi
di stare quieta.
Eleonora annu e il Bey si rivolse a Monsieur Karom.
Dite agli stallieri di preparare la carrozza. La signorina
Cohen mi accompagna.
S, signore rispose il maggiordomo, uscendo dalla
stanza con un inchino.
Prima che uno dei due, o entrambi, avessero tempo
di ripensarci, Eleonora si ritrov seduta nella carrozza
del Bey, a guardare il mondo che scorreva fuori dal
pannello intagliato. Man mano che il giallo della casa
scompariva dietro la moschea di Besiktas, sent che
dentro di lei una corda si tendeva e si spezzava. Era
uscita. Era fuori, un venticello fresco sull'avambraccio
e l'odore pungente, salmastro del Bosforo nelle narici.
Sul ciglio della strada crescevano spontanei fiori viola e
le nuvole in cielo erano bianche come zucchero filato.
Incroci le mani in grembo seguendo la processione di
moschee, edifici municipali, dimore eleganti, fontane,
platani e pescatori. Sorpassarono un asino che trainava
un carretto carico di mucchi di nespole arancio vivo,
una fila di tende del ramadan e i resti dei festeggiamenti
della notte prima. Eleonora si guard le mani, i palmi
aperti. Si prese il viso e inspir il delicato profumo di sapone.
Qui dobbiamo scendere disse il Bey mentre la carrozza rallentava e si fermava. Pi avanti le strade sono troppo ripide.
La stazione della funicolare di Galata era a due passi
dal punto in cui si era fermata la carrozza. All'ombra di
un'aurea volta piastrellata di rosa e giallo, signore europee
coi loro portantini e un assortimento di uomini in
uniforme aspettavano a gruppetti di due o tre. Lanciando
di tanto in tanto un'occhiata alla cupa caverna
da cui sarebbe emerso il treno, i passeggeri parlavano
sommessi e si guardavano l'un l'altro con sospetto. Dopo
qualche minuto, sopra la galleria si accese una luce a
gas. Con uno stridore pneumatico, il convoglio laccato
di rosso si arrest a scossoni davanti a loro. Eleonora e
il Bey salirono sul primo vagone e, sebbene al buio ci
fosse poco da vedere, Eleonora rimase per tutto il tragitto
con il naso appiccicato al finestrino, sforzandosi
di scorgere cosa c'era davanti.
Eccoci arrivati annunci il Bey quando la funicolare
si ferm, e uscirono in buon ordine dalla stazione.
Pera era proprio come Eleonora ricordava. Sotto i
portici che ospitavano i negozi erano appese bandierine
di tessuto dipinte. Le vetrine facevano a gara per pubblicizzare
le nuove linee estive. E le signore eleganti risalivano
il boulevard nei loro graziosi abitini color crema.
Eleonora aveva la sensazione di tornare a galla dopo
una lunga immersione nelle silenziose, liquide profondit
di se stessa, di emergere in un mondo caldo e
salino. Ai piedi della Grand Rue de Pera, ammirandola,
si sent schiacciare dal peso di una nuova tristezza.
Solo qualche mese prima ci era stata con suo padre.
Suo padre le aveva tenuto la mano e aveva percorso
il boulevard con lei. Al ricordo del suo profumo, del
tocco della sua mano sulla nuca, le vennero le lacrime
agli occhi. Restarono un attimo in silenzio, Eleonora e
il Bey. Quando fu passato, Eleonora si asciug le lacrime.
Il Bey le offr due dita. Lei le afferr e insieme si
avviarono in salita, verso il Caf Europa.
Aperta la doppia porta rossa per lasciar entrare Eleonora,
il Bey la guid oltre il vociare della fumosa sala
principale del caff, fuori da una porta sul retro e gi
da una ripida scala di legno, fino a un angolino di verde
che chiam il giardino. Mentre scendevano,
Eleonora not brandelli di tessuto verde e bianco che
sventolavano dalla ringhiera, forse vestigia dei festeggiamenti
del ramadan. Due vecchi avvizziti con il fez
in testa fumavano il narghil all'ombra di un mandorlo
e proprio sotto la scala un giovane europeo occhialuto
leggeva il giornale mentre il suo accompagnatore prendeva
appunti su un quadernetto. Il Bey scelse un tavolo
in fondo al giardino, vicino a una vaschetta per i passeri
vuota, e ordin al cameriere: due t e un croissant.
Quando il cameriere si fu allontanato, il giovane che
prendeva appunti si avvicin al loro tavolo con una
scacchiera da backgammon sotto il braccio. Era esile
e nervoso, vestito con una redingote blu, pantaloni grigio
chiaro e una papalina di velluto ricamata a minuscoli
fiori. Eleonora non riusc a identificare il suo accento
ma le faceva pensare al Caucaso. Dopo un rapido
scambio di saluti con il Bey, avvicin una sedia e cominci
ad allestire la scacchiera. Nel frattempo, un gatto
bianchissimo con un occhio azzurro e uno giallo gli
salt in braccio. Lui lo accarezz sovrappensiero con
una mano mentre con l'altra continuava a preparare la partita.
Guardando negli strani occhi spaiati del gatto, Eleonora
si sedette sulle mani, il metallo freddo, nero della
sedia a contatto con i palmi. Non era cos che si aspettava
il Caf Europa: sonnolenta composizione di arredi
di ferro e viticci. Non avrebbe saputo dire cosa aveva
immaginato con esattezza, ma non quello. Comunque
era piacevole stare all'aperto. C'erano tante cose che
aveva dimenticato. Il tepore del sole sul collo, il profumo
dell'uva. Mentre osservava e interiorizzava l'ambiente
circostante, il richiamo alla preghiera riecheggi
in citt come un basso bioccolo di nube e un uccello
del suo stormo si pos sul bordo del tavolino. Ci rimase
per un attimo, mosse la testa di scatto alla vista del
felino e vol via, ma n il Bey n il suo avversario lo notarono.
Tre quattro disse il giovane e fece cadere dalla
scacchiera una delle pedine del Bey.
Il Bey raccolse i dadi e si soffi nell'incavo del palmo.
Gli serviva un cinque o un uno per rimettere in gioco la pedina eliminata.
Il vicer disse l'avversario del Bey, apparentemente
riferendosi a qualcosa che era stato detto in precedenza.
Gli si presentano parecchie alternative.
Senz'altro disse il Bey. Lanci, un tre e un cinque,
e riposizion la pedina sulla scacchiera. Ma forse la migliore  l'attesa.
Non si pu attendere all'infinito.
Continuarono a giocare in silenzio per qualche lancio.
Il Bey vinceva. Le sue pedine non erano mai scoperte
e avanzavano con regolarit verso la casa. Eleonora
si sporse sulla scacchiera e si lasci andare al ritmo
della partita, al ticchettio delle pedine e all'acciottolio
dei dadi. Vi si rifugi come avrebbe potuto rifugiarsi
in una fitta discussione filosofica, lasciando che le pareti
della semplice scacchiera di legno si chiudessero attorno
a lei. I tralci frusciarono nella brezza ed Eleonora
sent il tepore della sedia sulle spalle.
Vedo che non digiunate per il ramadan disse il
giovane, indicando il t e il croissant.
Il Bey mescol il suo t e ne bevve un sorso.
No disse. Ho abbandonato la pratica molti anni
fa. Ma preferirei che non ne faceste parola con nessuno
dei colleghi. Digiunare per il ramadan  come pagare le
decime. Nessuno lo fa veramente ma la societ  fondata
sull'illusione che tutti lo facciano.
I ceti proletari digiunano sul serio.
Pu essere disse il Bey pensieroso, strofinando i
dadi. Ma vi assicuro che nessuno dei vostri conoscenti lo fa.
E la vostra giovane amica?
Eleonora stava portandosi un pezzo di croissant alle labbra.
Cosa intendete?
Non  musulmana?
No disse il Bey.  ebrea.
Si sofferm a pensare se quella spiegazione sarebbe
stata sufficiente. Resosi conto che non lo sarebbe stata,
continu.
 la figlia del mio ex socio in affari, Yakob Cohen.
Vi ricordate l'incidente marittimo di qualche mese fa?
Quello per cui lo zar  tanto turbato?
Il Bey annu. A quanto pareva, non c'era bisogno di
aggiungere altro. La conversazione prosegu per qualche
lancio, tra affondi e schivate evasive, attorno alle
cause dell'incidente. Quando arrivarono a un punto
morto, il giovane si rivolse direttamente a Eleonora.
Come si chiama?
Lei si guard attorno alla ricerca di un pezzetto di
carta ma sul tavolo non ce n'erano.
La signorina Cohen non ha pi parlato dopo l'incidente
spieg il Bey. Comunica per iscritto.
Sa scrivere?
S disse il Bey e, con evidente orgoglio, cominci
a elencare le lingue in cui Eleonora era in grado di scrivere:
Latino, greco, francese, turco...
Addirittura fece il giovane e, toltosi di tasca il
quadernetto, lo diede a Eleonora insieme alla penna.
Scrivete qualcosa.
Cosa volete che vi scriva?
Quello che volete voi le rispose. Un passo di
Virgilio, magari. Conoscete l'Eneide!
Eleonora annu e cominci dall'inizio.
Armi canto e l'uomo che primo dai lidi di Troia / venne
in Italia fuggiasco per fato e alle spiagge / lavinie, e
molto in terra e sul mare fu preda / di forze divine, per
l'ira ostinata della crudele Giunone.
Gli ripass il quadernetto perch giudicasse. Nel farlo,
not il nome del reverendo, James Muehler, scritto
in piccolo e sottolineato, in cima alla pagina a fronte.
Bravissima disse il giovane leggiucchiando i versi
che aveva trascritto. Notevole, davvero.
Si rivolse al Bey.
Quanti anni avete detto che ha?
Otto disse il Bey. Quasi nove.
Il giovane scosse il capo incredulo.
Voi non smetterete mai di stupirmi, Moncef Bey.
Quindi si alz, piazzando il gatto ai piedi di Eleonora.
La partita non era ancora finita ma a nessuno dei
due sembrava importare.
Il nostro amico disse il giovane, alzando la papalina
vi incontrer domani a mezzogiorno al Petit
Champ des Morts.
Il Bey annu e gli pass una busta sopra il tavolo.
Senza aggiungere una parola il giovane se la infil in
tasca e lasci il giardino.
A quel punto Eleonora fin il suo t e fece qualche
partita a backgammon con il Bey. Non fece domande
sullo strano giovane. Non chiese perch il nome del reverendo
era scritto sul suo quadernetto. Non chiese chi
il Bey avrebbe incontrato l'indomani al Petit Champ
des Morts. Non chiese nulla, sebbene si interrogasse
su molte cose. In particolare, si interrogava sul possibile
legame tra il giovane e il biglietto che il reverendo le
aveva mostrato, le lettere greche che dicevano: Mercoled
a mezzogiorno. Nel retro del Cafe Europa. Non era
mercoled, per si trovavano nel retro del Caf Europa.
Forse c'era un nesso. Per quante cose capisse del mondo,
per quante cose sapesse, ce n'erano sempre tante che non intendeva.
Allung la mano per accarezzare il gatto, che passeggiava
ai suoi piedi, e lo guard negli occhi. Era distaccato,
come spesso sono i gatti, ma c'era un che di strano
nel suo comportamento, nel modo in cui le salt in
braccio e si mise a fare le fusa con intenzionalit. Sembrava
quasi che la stesse esortando a smettere di farsi
domande, a smettere di interrogarsi e a perdersi nella sua immacolata pelliccia bianca.
...
.
...
CAPITOLO 14.
...
.
...
La guida dei credenti, sua eccellenza il sultano Abdul
Hamid II pos il libro e guard fuori, oltre la soglia
piastrellata di verde degli appartamenti di sua madre.
Il cortile era molto pi tranquillo del normale. Una
giovane odalisca stava esercitandosi al kemenge in una
nicchia tra due colonne e l'acqua gorgogliava alla bocca
della fontana di marmo nel centro dello spiazzo. Mentre
il sultano guardava l'acqua tracimare dalla vasca pi
alta, un'upupa viola e bianca atterr sul bordo, bevve
un sorso e vol via. La livrea era la stessa dell'uccello
che aveva notato qualche mese prima. O forse era lo
stesso uccello. In ogni caso, si trattava di un colore
piuttosto insolito.
Lanciando un'occhiata a sua madre, il sultano cerc
di leggere ancora qualche pagina del libro, un romanzo
poliziesco inglese intitolato La donna in bianco, ma il
gorgoglio del suo stomaco lo distraeva. Era solo il secondo
giorno del ramadan e gi la fame gli era insopportabile.
L'ironia della cosa lo fece sorridere. Era il califfo
dell'Islam, servitore delle due citt sante, eppure
durante il ramadan gli brontolava lo stomaco come a
chiunque altro. Gli venne in mente la sura di Maria:
Saremo noi a ereditare ci di cui parla, e si presenter
da solo dinnanzi a noi.
Il sultano appoggi di nuovo il libro e guard sua
madre esercitarsi nell'arte della calligrafia. La penna
stretta tra pollice e indice, sedeva a un tavolino basso
di noce, le spalle rigide e le gambe incrociate sotto.
Aveva cominciato a dilettarsi di calligrafia appena arrivata
alla corte di suo padre, il sultano Ahmed IV. Mentre
le altre ragazze ammazzavano il tempo strimpellando
l'ud e spettegolando, lei rimaneva nelle sue stanze
private a esercitarsi in un'interminabile serie di cerchi
e puntini, nella speranza di migliorare se stessa e la propria
posizione. Ormai non aveva pi bisogno di far colpo
su nessuno, ovviamente. Era la madre del sultano.
Quando parlava lei, le ragazze dell'harem si sparpagliavano
come cerbiatte. Era incredibile pensare che una
donna di simili natali, una contadina circassa strappata
alla sua famiglia e portata a palazzo all'et di dodici anni,
fosse riuscita coi soli mezzi della sua forza di volont
e della sua bellezza a diventare uno dei personaggi pi
importanti dell'impero. Era riuscita a cancellare quasi
del tutto la rozzezza dell'ambiente in cui era cresciuta,
ma Abdul Hamid ne riconosceva ancora gli umili antenati
in alcuni tratti della personalit, per esempio l'irritabilit.
Dalla sua postura cap che ce l'aveva ancora
con lui e la lunga esperienza precedente gli aveva insegnato
che per rappacificarsi avrebbe dovuto farle una
concessione.
Se ci tenete tanto le disse, rompendo un lungo silenzio,
posso revocare.
Sua madre termin la parola a cui stava lavorando
prima di alzare la testa.
Non ci tengo affatto, vostra eccellenza. Non potrebbe
importarmi di meno di chi invitate a palazzo.
Sono solo preoccupata dell'impressione che i vostri inviti
potrebbero fare ad altri. Una volta che certi pettegolezzi
sono in circolazione,  molto difficile fermarli.
Di certo vi ricorderete le traversie dello zio Cehangir.
Il sultano annu, accigliato, come sempre quando si
nominava suo zio. Voracissimo, libertino e fonte di
tanti pettegolezzi maliziosi, Cehangir era morto a tavola
con un boccone di agnello bloccato nell'esofago.
Madre, concordo che i pettegolezzi siano pericolosi
ma farsi leggere la mano non  come mangiarsi una pecora
intera.
Passi la lettura della mano disse sua madre. Ma
ci sono anche gli incantatori di serpenti, i mistici sufi, il
cane con due code, il pappagallo parlante. La gente dice
che voi preferireste ricevere un mendicante che l'ambasciatore
genovese.
Non  cos che  andata.
Lei sollev il foglio ed esamin l'accuratezza della
propria calligrafia.
Madre, lo sapete che non  andata cos.
Non importa cos' accaduto disse lei, rimettendo
gi il foglio. Vi sto riferendo cosa dice la gente.
Abdul Hamid si alz e and a esaminare l'opera terminata.
Sua madre aveva reso un verso di al-Mutanabbi
famoso per l'asprezza - I re che sono conigli dormono
con gli occhi aperti - nello stile cufico nordafricano, una
grafia delicatamente squadrata. L'esecuzione era impeccabile,
come sempre.
Molto bello, madre.
Grazie, vostra eccellenza.  per voi.
Il sultano pieg le labbra in un sorriso amaro. I re
che sono conigli dormono con gli occhi aperti. Era una
frecciatina niente affatto velata. Al-Mutanabbi era noto
per i suoi versi subdoli e offensivi che non risparmiavano
nessuno, nemmeno i suoi mecenati.
L'allusione non mi  sfuggita.
Vostra eccellenza disse lei, alzandosi. C' un'altra
cosa che vorrei chiedervi prima di congedarvi.
Il sultano annu incoraggiandola a continuare.
Di recente ho riflettuto su quel terribile incidente
in mare.
Abdul Hamid annu ancora. Nell'ultima settimana
l'incidente aveva assunto un nuovo significato. L'indagine
condotta in privato dallo zar aveva portato alla
conclusione che molto probabilmente la causa dell'incidente
era stata un sabotaggio. Sebbene il suo rapporto
non facesse il nome di alcun possibile sabotatore, lo
zar pretendeva un risarcimento economico da parte di
Istanbul - per non aver assicurato protezione adeguata
ai sudditi russi presenti nei suoi domini - nella misura
di cinquantamila lire. E minacciava di prendere provvedimenti
se gli fosse stato negato. In privato il sultano
sarebbe stato disposto a pagargli anche il doppio della
somma. Ma in qualche modo la notizia della richiesta
dello zar era arrivata ai giornali. Acconsentire al risarcimento
adesso, pubblicamente, sarebbe stato un segno
di debolezza. E avrebbero fatto la fila per chiedergli denaro.
D'altro canto, non pagare avrebbe dato allo zar
l'ennesima scusa per affilare le armi.
 stata una terribile tragedia disse il sultano.
Una tragica perdita di vite umane. Ma cosa possiamo
farci, ormai? Cosa avremmo potuto fare, di pi? Ho
mandato le mie condoglianze personali alle famiglie
delle vittime e ai rispettivi governi. Jamaludin Pasci
ha partecipato al funerale del viceconsole americano e
dell'ambasciatore francese. Abbiamo anche permesso a
un contingente navale americano di entrare nel Bosforo
per riportare il corpo del viceconsole a New York. Ai
russi  stata offerta la stessa possibilit per il loro generale
ma hanno declinato.
Ovviamente si  trattato di una tragedia disse sua
madre. E ovviamente voi avete fatto tutto il possibile.
Ma vi sto chiedendo se pensate davvero che sia stato un
incidente.
C'erano numerose teorie della cospirazione che circolavano
a palazzo. Il sultano aveva appena finito di
ascoltare l'opinione del gran visir - era una cospirazione
britannica per intimorire gli americani e distogliere
l'attenzione dalla Prussia - e non era dell'umore giusto
per stare a sentire anche quella di sua madre. Doveva
ammettere che a puntare nella direzione del sabotaggio
c'erano prove schiaccianti, ma non voleva contraddire
il proprio rapporto ufficiale, in cui si indicava un malfunzionamento
quale causa dell'incidente. Concedere
che fosse stata una cospirazione, perfino a sua madre,
avrebbe solo rafforzato gli argomenti dello zar e per
contro indebolito la sua posizione.
S rispose, senza sforzarsi di nascondere il proprio
fastidio. Penso che sia stato un incidente. Che altro
potrebbe essere stato?
Ritengo disse sua madre, guardandosi le spalle
che sia stato un sabotaggio, un sabotaggio progettato
e messo in atto dal console americano in persona.
Il sultano sbuff, incredulo. Era abituato alle teorie
della madre ma quella era davvero assurda.
E perch gli americani avrebbero dovuto affondare
la loro nave? E uccidere il loro viceconsole?
Non gli americani disse lei, con un sorriso ritroso.
Il console americano.
Ma...
Come sapete, il console americano non  solo americano.
 anche membro del popolo ebraico.
Abdul Hamid sbatt le palpebre. La sfiducia materna
negli ebrei non era un segreto. E considerato come
la pensava sull'argomento in generale, il sultano era
propenso a liquidare la teoria sui due piedi. Comunque,
come teoria, aveva una certa eleganza.
Pensateci disse sua madre e, appoggiando il suo
dipinto sul tavolo, usc.
Abdul Hamid rimase in piedi sulla soglia degli appartamenti
privati di sua madre a guardare l'incessante
fluire dell'acqua che sgorgava dalla cima della fontana.
Era una teoria accattivante, tuttavia mancava di un
movente. Mentre cercava di figurarsi come il sabotaggio
avrebbe potuto favorire la causa degli americani o
degli ebrei, lo stomaco gli gorgogli ancora e sent una
fitta alle reni. Afferrandosi il fianco, prov una nuova
ondata di dolore nei visceri e cerc di ricordare in quali
condizioni era concesso interrompere il digiuno del ramadan.
Non era infermo n in viaggio n incinta, ma
che fare se il digiuno avesse ostacolato la sua capacit di
giudizio? Se avesse compromesso la sua capacit di ottemperare
ai propri doveri? Era obbligatorio interrompere
il digiuno rituale se facendolo si salvava una vita.
E di certo sulla bilancia delle gravi decisioni che il sultano
prendeva ogni giorno c'erano anche delle vite
umane. Forte di quella giustificazione, diede una rapida
occhiata al cortile vuoto e si infil nella cucina l accanto.
Era una stanza spoglia, con pentole e padelle riposte
negli armadietti e taglieri lindi. La cena dell'iftar veniva
preparata nella cucina principale del palazzo, perci le
cucine ausiliarie come quella di sua madre restavano
inutilizzate per tutto il mese. Senz'altro, per, doveva
esserci del cibo nella dispensa. Magari non un pollo,
ma qualche tozzo di pane, un'albicocca essiccata, un
dattero, qualcosa che gli avrebbe permesso di tirare il
tramonto riuscendo a svolgere i suoi compiti come si
doveva. Dando un'altra occhiata al cortile vuoto, apr
le porte della dispensa e frug tra le spezie, una scatola
di sardine e un pezzetto di pane azzimo raffermo. Era l
l per mangiare il pane con le sardine quando, in fondo
in fondo alla dispensa, scov una scatola di baklava.
Lucide di sciroppo, le paste erano spolverate con pistacchi
macinati di un bel verde brillante. Sua madre
era golosa di dolci. Non si sarebbe meravigliato di scoprire
che aveva nascosto quella scatola proprio per consumarla
durante il ramadan. Non era pi giovane e ormai
da qualche tempo il diabete la affliggeva. In ogni
caso, non avrebbe mai saputo che era stato lui a trovare
la scatola. Guardandosi le spalle, si infil in bocca un
cubetto e lo ingoi in un sol boccone. Il secondo invece
lo mastic con tutta calma, assaporando la pastella dolce
e friabile e il particolare gusto intenso della granella
di pistacchio.
Leccandosi la punta delle dita, Abdul Hamid torn
di soppiatto negli appartamenti della madre, dove trov
il gran visir, Jamaludin Pasci, chino sopra l'esercizio
calligrafico. Si guardarono per un momento in silenzio,
entrambi con la piena consapevolezza di ci
che l'altro stava facendo.
Vostra eccellenza disse il gran visir. Stavo cercando
proprio voi.
Ottima esecuzione disse il sultano, indicando il
foglio. Non trova?
S, vostra eccellenza. Vostra madre ha sempre avuto
una splendida mano con i caratteri cufici. Si penserebbe
quasi che sia nata a Fez.
Si sofferm a studiare la frase con pi attenzione.
Sebbene, forse, avrei scelto un altro verso.
Abdul Hamid non raccolse l'invito di Jamaludin Pasci
a cavillare su sua madre, cos il gran visir continu
sulla linea originaria. Si ricompose e port le mani dietro
la schiena.
Stamattina ci  stato riferito che il Bey del Sangiaccato
di Novi Pazar ha soffocato un'altra rivolta fiscale.
Purtroppo il villaggio che ha scelto perch fosse di
esempio agli altri era abitato soprattutto da cristiani ortodossi.
Vostra eccellenza immagina come la prenderanno
i russi. Appena tre giorni fa, il loro ambasciatore
ha detto a Hisham Pasci che lo zar  determinato a difendere
i sudditi ortodossi del nostro impero come se
fossero sudditi suoi.
Un tempismo a dir poco infelice comment il
sultano, facendo schioccare l'unghia del pollice sullo
stipite della porta. C' nulla che possiamo fare per
ammorbidire lo zar?
Potremmo pagare il risarcimento che hanno richiesto
disse Jamaludin Pasci. Ma a questo punto dubito
che serva a placarli. Immagino che saranno piuttosto
alterati. E se i giornali europei venissero a sapere cos'
successo a Novi Pazar si ripeterebbe quanto accaduto
con gli 'orrori bulgari'.
Il sultano rimase in silenzio per un momento e dal
suo stomaco provenne un distinto gorgoglio.
Aspettiamo di vedere quale sar la reazione dello
zar disse alla fine, e cambi argomento. Adesso datemi
qualche buona notizia. Come procedono le nostre
spie?
I servizi segreti erano una prefettura personale di
Jamaludin Pasci, che non perdeva occasione di vantare i
suoi successi su quel fronte.
In effetti qualche buona notizia c' disse il gran
visir. Giusto la settimana scorsa i nostri uomini hanno
sventato una riunione rivoluzionaria a Beyoglu.
Il sultano annu senza grande interesse. Gli uomini di
Jamaludin Pasci sventavano almeno un paio di presunte
riunioni rivoluzionarie alla settimana. Nella maggior
parte dei casi, gli agitatori si rivelavano essere intellettuali
viziati o poco pi, che bevevano t e pronunciavano
discorsi retorici a proprio esclusivo beneficio.
Un elemento interessante continu il gran visir
potrebbe essere il fatto che il codice grazie al quale i
nostri uomini sono arrivati alla riunione  stato decifrato
da una bambina, un'orfana di otto anni.
Una bambina?
Una certa Eleonora Cohen disse Jamaludin Pasci.
La figlia di un ebreo, commerciante tessile di
Costanza. Pare che sia una bambina prodigio. Comunque,
suo padre  deceduto nell'incidente marittimo e
lei al momento vive in casa di Moncef Barcous Bey.
Moncef Bey? ripet il sultano. Era una delle sue
riunioni?
Esatto. Jamaludin Pasci sorrise. Una coincidenza.
O forse no. Purtroppo l'irruzione non ha fornito
ulteriori informazioni su di lui n sui suoi fini. Ha
insistito a dire che il suo unico intento  la lettura di
Rousseau e che il codice era soltanto un gioco. In ogni
caso, abbiamo preso nota dell'episodio nel suo fascicolo.
Il sultano non era in vena di discutere con Jamaludin
Pasci delle sue tecniche di sorveglianza fin troppo zelanti quindi cambi argomento.
Come ha fatto la bambina a decifrare il codice se vive in casa sua?
Ah disse il gran visir, lisciandosi i baffi, uno dei
nostri uomini  il suo precettore. Le ha portato il codice
a lezione e le ha detto che era un rompicapo.
Il sultano rimase in silenzio per qualche momento.
Cos'altro sappiamo di questa bambina? Come avete detto che si chiama?
Eleonora Cohen. Vi ho riferito tutto ci che sappiamo
di lei. Se lo desiderate, posso tentare di raccogliere
altre informazioni. Non dovrebbe essere difficile.
S disse il sultano. Lo desidero.
...
.
...
CAPITOLO 15.
...
.
...
Con il protrarsi del ramadan in un inizio d'estate caldo
e sempre pi rarefatto, un inquieto torpore avvolgeva
la citt. I piroscafi nello stretto rallentavano e ne abbracciavano
le sponde ombrose, la voce del muezzin
era roca per la mancanza d'acqua ed Eleonora sedeva
al davanzale della finestra facendosi aria con un libro.
La tensione di ogni nuova giornata ribolliva, montava e
si rilasciava con la cannonata serale. Anche chi non digiunava
- gli armeni, i greci, gli europei e gli ebrei -
avvertiva la stessa ondata di sollievo al tramonto, quando
le strade si riempivano di gelatai, chiromanti e polverose
tende rosse. Ogni notte fra i minareti della moschea
Nuova venivano appese le lanterne che auguravano
a tutti un felice ramadan. E i fuochi d'artifcio continuavano
di buona lena, sebbene su scala un po' pi
ridotta. Il Bey interrompeva quasi sempre il digiuno
fuori casa, con amici, colleghi o lontani cugini. Pi
di una volta si era offerto di portare con s Eleonora,
ma lei aveva sempre declinato. Il pensiero di tanta gente,
tanto cibo e rumore era troppo per lei. Era appagata
dalla tranquilla routine delle sue lezioni, delle letture e
dei pasti consumati da sola in camera sua. Le cose cambiarono,
per, il marted della terza settimana di ramadan.
Quel pomeriggio il reverendo Muehler arriv a
casa del Bey con qualche minuto di ritardo. Sembrava
pi animato del solito, il viso rosso come una mela e
lanuginoso di barba.
Eccola qui, la nostra signorina disse, scompigliandole
i capelli. La famosa Eleonora Cohen.
Rise senza spiegare il perch e pos una pila di libri
sull'angolo della scrivania del colonnello.
Oggi pensavo di farvi fare una cosa leggermente diversa
dal solito.
Le fece cenno di sedersi e tir fuori un libro verde
scuro, molto consunto. Eleonora lo prese in mano e
ne esamin il dorso. Erano le Metamorfosi di Ovidio.
Conoscete la mia opinione su romanzi e poesia
amorosa disse il reverendo. Tuttavia al dolce, arguto
Ovidio  impossibile muovere alcun rimprovero. E se
non erro, credo che abbia trascorso gli ultimi anni della
sua vita a Costanza.
Ancora cullando il libro, Eleonora apr la prima pagina.
C'era una dedica in una grafia sicura, inclinata: Al
mellifluo e sdolcinato Jimmy, maggio 1865, New Haven.
S disse il reverendo, prendendole di mano il volume
e sfogliandolo. Un regalo dei tempi dell'universit.
Quel pomeriggio interruppe la lettura silenziosa di
Eleonora solo per ripetere un verso a voce alta, sentirne
il rollio sulla lingua. Passeggiando avanti e indietro alle
sue spalle, ne seguiva l'indice sotto le parole, mormorando
fra s cose incomprensibili. All'inizio della storia
di Callisto, il frusciare dei suoi pantaloni cess. Pensando
che forse aveva una domanda per lei, Eleonora riguard
le righe appena lette - le bastava tenere la veste
con una fibbia, cingere la chioma scomposta con una
bianca fascia e poi, con un giavellotto levigato in mano e
un arco, diventava subito un soldato di Febo - e si volt.
Il reverendo era assorto nei suoi pensieri. Aveva le braccia
incrociate sul petto, gli occhi serrati e le labbra appena
socchiuse. Dopo un attimo apr gli occhi e vide
che Eleonora lo stava osservando.
Senza dubbio disse. Per favore, continuate.
Nonostante quel comportamento fosse inusuale,
Eleonora non gli diede peso e non ebbe ragione di sospettare
nulla quando il reverendo disse che si sarebbe
fermato dopo la lezione per annotare alcune riflessioni.
Capitava spesso che dopo la lezione si fermasse qualche
minuto. In quelle occasioni, di solito Eleonora leggeva
su una delle poltrone all'altro capo della stanza ma quel
pomeriggio, dato che in biblioteca l'afa era insopportabile,
decise invece di esplorare i corridoi sopra gli appartamenti
delle donne. Erano sempre al buio, perci
rimanevano molto pi freschi del resto della casa e
spesso Eleonora ci trascorreva le ore pi calde della
giornata, a girovagare.
Pur essendoci stata una decina di volte, a ogni passo
strascicato sui pavimenti di legno grezzo sentiva ancora
un tuffo al cuore. Teneva sollevato l'orlo della gonna e
si chinava perch il soffitto sembrava abbassarsi man
mano che avanzava. In quei passaggi scuri, che davano
l'impressione di sfaldarsi, intrisi com'erano dell'odore
sudicio di legno marcescente, non riusciva a vedere
molto pi in l del suo braccio allungato e delle pareti
convergenti verso l'alto. Aveva in mente di tornare alla
porticina di ferro che aveva scoperto durante la sua prima
esplorazione dei corridoi, ma vedendo la chiazza di
luce sopra la biblioteca, si ferm. Inginocchiatasi, infil
le dita nei buchi del pannello intagliato e si mise a
guardare la stanza da cui era appena uscita.
Il reverendo Muehler era ancora seduto alla scrivania
del colonnello. Da quel punto di osservazione privilegiato,
Eleonora vedeva il rossore causato dal sole sulla
sua nuca e la piccola chiazza calva in cima alla sua testa.
All'inizio non riusc a capire cosa stesse facendo ma
quando si sporse in avanti si accorse che aveva aperto
uno dei cassetti e ci stava frugando furtivo. Dopo un
momento sembr aver trovato ci che cercava e lo infil
nella sua cartella. Eleonora allung il collo per vedere
meglio. Nel farlo, per, fu sopraffatta da un potentissimo starnuto acquoso.
Il reverendo alz gli occhi e pass in rassegna la stanza.
Segu un lungo silenzio.
C' qualcuno? chiam il reverendo. Signorina Cohen?
Eleonora sentiva il sangue pulsarle nelle orecchie,
sentiva il respiro intrappolato in fondo alla gola. Avrebbe
voluto correre via, svignarsela al pi presto, ma sapeva
che era meglio restare ferma e zitta. Respirando con
la bocca aperta, guard il reverendo alzarsi, chiamare il
suo nome ancora una volta e controllare sotto i tavoli e
le sedie. Quando il precettore ebbe constatato che non
c'era nessuno, prese la sua cartella e se ne and. Eleonora
rimase a lungo dov'era prima di tornare sui propri
passi e lasciare gli appartamenti delle donne.
Per il resto del pomeriggio, fino a dopo cena, Eleonora
ripercorse l'episodio nella memoria: il cassetto
aperto, la cartella, il suono del proprio nome. C'erano
un gran numero di spiegazioni plausibili per ci che
aveva visto - forse il Bey aveva chiesto al reverendo
Muehler di prendergli un documento, oppure il reverendo
cercava una penna che aveva perduto o un foglio
bianco - ma per quante possibilit riuscisse a farsi venire
in mente, era difficile convincersi di una spiegazione
diversa da quella pi ovvia. Il reverendo stava rubando
in casa del Bey. Dal punto di vista etico, il vero
interrogativo non era che cosa fosse successo ma se riferire
a qualcuno ci che aveva visto. Secondo Platone,
sarebbe stato meglio farlo. La verit  a capo di tutti i
beni per gli di e gli uomini. Tuttavia, bisognava tener
conto anche di Tertulliano. La verit ha avuto origine
insieme con l'odio contro di essa: appena appare,  nemica.
Eleonora rimugin sulla faccenda per tutta la cena,
durante i fuochi d'artificio e perfino in sogno.
Quando scese a colazione la mattina dopo, il problema
non era ancora risolto. Come al solito, le comunicazioni
tra lei e il Bey non andarono oltre i saluti e i
convenevoli di rito. Monsieur Karom le port il cibo
come sempre e lei lo mangi come sempre. Eppure
la percepiva, quella domanda sospesa nella stanza come
una testa imbalsamata di rinoceronte. Non aveva mentito.
Non aveva tradito la fiducia di nessuno; eppure
sentiva di aver fatto qualcosa di sbagliato. O piuttosto,
sentiva di non aver ancora fatto la cosa giusta. C'era
differenza tra quelle due mancanze? Mangiarono in silenzio,
mentre Eleonora fissava le fragole a fettine che
tingevano il piatto di rosso sangue. Aveva bisogno di
dire qualcosa, di fare quel che era giusto, ma non voleva
testimoniare il falso contro il reverendo. Infilz una
fettina di fragola e la mastic finch non le si sciolse in bocca.
Signorina Cohen disse il Bey alzandosi da tavola.
Questa sera rientrer tardi. Sono stato invitato a casa di Haci Bekir.
Il ricordo che Eleonora aveva di Haci Bekir, della
sua venale disonest e del suo brutto carattere, sistem
la faccenda una volta per tutte. Prese carta e penna dalla tasca del grembiule.
Avete un momento per me? C' una cosa che vorrei chiedervi.
Ma certo rispose il Bey, sempre in piedi. A cosa pensavate?
Ieri, cominci Eleonora dopo una lunga esitazione, ero nei corridoi delle donne.
Lo guard, misurandone la reazione. A quanto ne
sapeva, il Bey non aveva idea che stesse esplorando la
casa. Comunque, non si lasci sorprendere da quella rivelazione.
Ci sono arrivata per caso. Ci vado qualche volta quando
ho voglia di stare da sola. Se non avrei dovuto andarci, mi dispiace.
Lo capisco disse il Bey. Era questo che volevate dirmi?
Eleonora guard Monsieur Karom, che era in piedi
con le mani dietro la schiena accanto al buffet.
Ero su nel corridoio. E ho visto il reverendo. La mia
lezione era terminata e lui era rimasto in biblioteca per
annotare alcune riflessioni. Non intendevo spiarlo ma,
quando ho guardato, l'ho visto frugare in uno dei cassetti
della scrivania del colonnello.
Il Bey serr le labbra.
Tutto l?
Non posso esserne certa, per via della prospettiva, ma
penso di averlo visto prendere qualcosa dal cassetto e infilarlo
nella sua cartella.
Cos'era? chiese il Bey, animato come non l'aveva
mai visto. Una penna, una lettera, un foglio di carta?
Eleonora sent i primi formicolii di rammarico nelle
dita dei piedi. Vedeva davanti a s una montagna di
conseguenze non previste e non volute, una montagna
che franava. Per un momento desider ritirare la confessione,
ma non poteva. Ormai l'aveva liberata, bisognava
che dicesse tutto al Bey.
Sembrava un foglio di carta. O forse due, un mazzetto.
Senza dire una parola, il Bey imbocc il corridoio
principale, diretto alla biblioteca. Eleonora lo segu
qualche passo indietro.
Che cassetto era? le chiese, sedendosi alla scrivania
del colonnello. Ve lo ricordate?
Gli indic il cassetto pi in alto a sinistra e il Bey ci
rovist. Non trovando quello che cercava, tolse tutto
quello che c'era dentro. Appoggi le carte sul tavolo
e le esamin una per una. Quando arriv in fondo alla
pila, si prese la testa fra le mani.
Non avrei mai dovuto fidarmi di lui disse. Il rettore
del Robert College che si offre di fare da precettore
a una ragazzina.
Eleonora rimase in piedi vicino alla scrivania mentre
il Bey borbottava nell'incavo delle braccia. Si sentiva
sprofondare, per causa sua il mondo si disintegrava.
All'improvviso il Bey alz gli occhi e, afferrandola per le
spalle, guard dritto in quelli di Eleonora.
Siete assolutamente certa di averlo visto prendere
un foglio di carta da questo cassetto?
Lei annu, evitando la durezza del suo sguardo.
 gravissimo. Se quello che dite  vero, non possiamo
pi farlo venire a casa, per nessun motivo. Le vostre
lezioni dovranno terminare e dovremo troncare ogni
rapporto con lui.
Il Bey fece una pausa e lasci la stretta, ricomponendosi.
Dal canto vostro, dovete assicurarmi di non aver
reso falsa testimonianza poich, almeno secondo Maometto,
 uno dei quattro peccati pi gravi.
Ve lo assicuro.
Allora ci resta una sola via da prendere.
Se posso chiedere, scrisse Eleonora timidamente, cos'era
quel foglio?
Il Bey chiuse gli occhi e fece un paio di respiri profondi
prima di prendere dal primo cassetto della scrivania
un foglio bianco e una penna.
Ci che il reverendo ha sottratto non era di grande
importanza disse. Ma non possiamo fidarci di lui, 
questo che conta.
Con Eleonora che guardava sopra la sua spalla, il
Bey stese una breve lettera.
Illustre reverendo James Muehler,
mi duole informarvi che le lezioni da voi impartite alla
signorina Eleonora Cohen non potranno continuare.
A causa di circostanze indipendenti dalla nostra volont,
che sfortunatamente siamo impossibilitati a riferirvi, ci
vediamo costretti a revocare il vostro incarico con effetto
immediato. La signorina Cohen ha gradito moltissimo le
vostre lezioni e, come me, vi augura tutto il bene possibile
per il futuro. Speriamo entrambi che la decisione
non vi arrechi disturbo n danno alcuno.
Cordialmente
Moncef Barcous Bey
Il Bey rilesse la lettera e guard Eleonora per avere la
sua approvazione prima di ripiegarla e infilarla in
una busta. E cos, di punto in bianco, le sue lezioni erano
finite. Aveva fatto la cosa giusta, lo sapeva, e invece
le sembrava un'ingiustizia. Una grossa ingiustizia. Dopo
aver cercato di leggere in biblioteca per qualche ora,
Eleonora pranz, torn di sopra in camera sua e si infil
a letto, pensando alle parole del generale Krzab alla
moglie, sulla natura della verit: Un pesciolino guizzante,
scaglie luccicanti nell'acqua, resiste strenuamente alla
lenza ma sul fondo della barca  scialbo e greve come
piombo. Era proprio cos. Per quanto Eleonora ammirasse
l'idea della verit da lontano, metterla in pratica
non era altrettanto soddisfacente.
Si svegli il mattino dopo al rumore della porta e alla
dolce voce della signora Damakan che canticchiava
una melodia familiare. I suoi sogni corsero a rifugiarsi
negli angoli della stanza, sotto il mobilio e nelle fessure
tra le assi del pavimento. Sfregandosi gli occhi, scivol
fuori dal letto e segu la signora Damakan in bagno.
L'aria era pesante di condensa e del profumo del sapone.
Il mattino premeva il viso contro la finestrella sopra
il lavabo come un mendicante. Immergendosi nella vasca,
sent tendersi e innalzarsi i monticelli della pelle
d'oca. Un brivido le balz gi lungo la schiena e lei
tracci una S sulla superficie di una piastrella azzurra.
Appoggiate le braccia sul bordo della vasca, chin
indietro la testa e lasci che la signora Damakan le
massaggiasse i capelli con la schiuma saponosa. Di cosa
avrebbe fatto ora, non aveva idea. Senza le sue lezioni,
il futuro si allungava davanti a lei come una distesa infinita
di onde, settimane e mesi che salivano e scendevano
come un oceano indifferenziato di tempo. Non
era pentita di ci che aveva fatto - era la cosa giusta
da fare - ma il termine delle sue lezioni la addolorava
e temeva che le sue accuse potessero essere false. Forse
aveva solo immaginato il reverendo che apriva il cassetto.
Forse il reverendo era solo curioso. Rilassandosi al
movimento della frizione, Eleonora lasci ricadere le
spalle in avanti e si prese le ginocchia con le braccia.
Nella semitrasparenza del bagno riusciva a vedere il
proprio riflesso indistinto, la pelle arrossata per lo sfregamento
e una torre di capelli bianchi di sapone alta
come una torta austriaca. Pens alle ninfee e tocc la
superficie dell'acqua con il mento.
Eleonora.
La signora Damakan pronunci il suo nome con
cautela, neanche fosse un'iscrizione incisa sul retro di
un amuleto. Umettandosi le labbra spost lo sgabello
sul davanti della vasca. Il fazzoletto che portava in testa
era tirato pi indietro del solito, a scoprire una striscia
di capelli bianchi intessuti di ciocche nere.
Hai fatto quello che era giusto fare le disse. Hai fatto la cosa giusta.
Eleonora non aveva idea di come facesse a sapere cos'era
successo. L'affermazione, comunque, era stata
pronunciata con tale sicurezza da spazzare via tutti i
suoi dubbi, almeno per il momento.
Hai fatto la cosa giusta ripet la signora Damakan
ed Eleonora sapeva che era vero. Aveva fatto la cosa giusta.
Dopo averle risciacquato i capelli, l'anziana domestica
si alz, apr il tappo della vasca e raccolse le sue cose
in tutta fretta, lasciandola sola a guardare i resti dell'acqua
del bagno mulinare e tossicchiare dentro lo scarico.
Eleonora apr la bocca come per parlare, ma si trattenne.
Quando la torbida acqua grigia fu scomparsa, un
brivido la percorse dalle spalle alle ginocchia e sulla pelle di tutto il corpo la peluria le si rizz.
...
.
...
CAPITOLO 16.
...
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...
L'interruzione delle lezioni non apport grandi cambiamenti
nelle abitudini quotidiane di Eleonora. Si alzava
sempre alla stessa ora, faceva il bagno e scendeva a
colazione con il Bey. I pomeriggi li passava ancora quasi
tutti sulla sua poltrona o alla scrivania del colonnello,
a rigirarsi una ciocca di capelli sul dito mentre leggeva.
La biblioteca del Bey era abbastanza fornita da tenerla
occupata almeno per qualche anno ma senza il reverendo
Muehler alle sue spalle, senza il continuo incitamento
del precettore, senza il rumore dei suoi passi,
trovava difficile concentrarsi. Mentre leggeva, avanzando
a spizzichi e bocconi attraverso gli annali della storia
antica e della retorica, riesumando banali rivalit e dispute
di secoli addietro, capitava che i suoi pensieri vagassero
e si allontanassero dal testo che aveva sotto mano.
Anche letture pi amene, come la sfilza di romanzi
polizieschi che aveva trovato accanto all'opera completa
di Honor de Balzac, faticavano a catturare la sua attenzione.
Sebbene la faccenda del reverendo Muehler fosse a
tutti gli effetti conclusa, Eleonora di tanto in tanto ci
tornava sopra. Fissando la carta da parati davanti a
s, indugi sul ricordo dell'episodio: il cassetto aperto,
il reverendo che la chiamava prima di uscire dalla stanza.
Il proprio comportamento, lo sapeva benissimo, era
stato ineccepibile. Non c'era dubbio che avesse visto il
reverendo frugare nella scrivania del colonnello; non
c'era dubbio che lui avesse messo nella sua cartella
un foglio o addirittura un mazzetto di carte; n che
lei avesse fatto la cosa giusta dicendolo al Bey. Non
era una situazione complicata, si disse. Il reverendo
Muehler aveva rubato e di conseguenza il Bey non lo
voleva in casa sua. Eppure c'era ancora qualcosa che
la turbava. Tanto per cominciare, non capiva come
mai il reverendo volesse rubare qualcosa al Bey, n perch
la reazione del Bey fosse stata cos decisa. Forse era
l'influenza dei polizieschi che si era messa a leggere;
forse la sua naturale curiosit. A prescindere dall'origine
di quell'idea, comunque, Eleonora non riusciva a
non pensare che la faccenda del reverendo Muehler
fosse in qualche modo legata allo strano giovane del
Caf Europa e magari anche al messaggio cifrato che
il reverendo le aveva mostrato solo qualche settimana
prima di essere licenziato. Ma quale fosse il legame,
non lo sapeva.
Fu in quel periodo, tra l'interruzione delle sue lezioni
e la fine del ramadan, che il Bey cominci a proporle
varie escursioni. Se parlavano di Omero, le citava le rovine
di Troia che erano state scoperte di recente a meno
di una giornata di viaggio da Istanbul. Se lei gli domandava
dell'architetto Sinan, lui esaltava gli interni
della moschea del sultano Ahmed. Pi di una volta le
aveva parlato della splendida vista della citt dalla cima
di Rumeli Hisari, aggiungendo che a Istanbul non c'era
posto migliore per fare un picnic. Tuttavia, non volendo
forzarla a fare nulla, Moncef Bey non proponeva
mai apertamente di andarci ed Eleonora non rifiutava
mai apertamente. Per allusioni ed esitazioni, ritornavano
sempre sulle stesse posizioni, come un re e una torre
in eterno scacco. Il Bey lodava la bellezza della giornata
ed Eleonora annuiva, con la testa altrove.
Un pomeriggio, verso la fine del ramadan, Eleonora
era seduta alla scrivania del colonnello in biblioteca, a
leggere Aristofane. La notte prima aveva piovuto, un
breve temporale estivo. In conseguenza di ci, la signora
Damakan aveva aperto le tende e la luce del tardo
pomeriggio si diffondeva nella stanza dando al mobilio
e alle pagine del suo libro una tinta malinconica a cui
non erano abituati.
Quante volte ho sentito una fitta qui, al cuore! Gioie,
ne ho provate poche, anzi pochissime: un paio in tutto;
dolori, invece, infiniti: come i granelli di sabbia.
Eleonora espir e alz gli occhi sulla distesa di carta
da parati davanti a s. Era lo stesso motivo di sempre,
un cachemire rosso scuro con strisce dorate. Mentre lo
fissava, tuttavia, not per la prima volta una serie di
minuscole spade d'oro disseminate fra le volute rosse.
Spinse indietro la sedia, in equilibrio su due gambe,
per osservare meglio la distesa della tappezzeria e con
il ginocchio gratt sul fianco della scrivania. Abbass
gli occhi, che si posarono sulla ricurva maniglia di ottone
del cassetto a sinistra. Sfregandosi il ginocchio,
Eleonora si domand, come le capitava spesso, che cosa
cercasse il reverendo e se l'avesse trovato. Quel pomeriggio,
per ragioni che non riusc a spiegare nemmeno a
se stessa, non si limit a porsi la domanda. Allontanata
la sedia dalla scrivania, infil due dita nella maniglia
del cassetto e tir. Si era aspettata che fosse chiuso a
chiave, invece cedette subito e dentro, come un nido
di uccelli nascosti in un abbaino, ci trov un mazzetto
di lettere ordinate, legate con un nastro.
Con una rapida occhiata alla porta del corridoio,
Eleonora slacci il nastro e sollev la prima lettera in
cima. Era una busta quadrata, spessa, un invito indirizzato
al signor Moncef Barcous. Il mittente era stampigliato
sull'aletta posteriore: Consolato Americano, Beyoglu.
Sotto la scritta c'era l'immagine di un'aquila che
afferrava il mondo con gli artigli. Eleonora sollev l'aletta
e, spingendo la busta dai due lati, fece scivolar
fuori l'invito. Il consolato americano ha l'onore di invitarla
al ballo in costume. In fondo al cartoncino c'era
una data dell'ottobre 1883, quasi due anni prima. Mettendo
da parte l'invito, Eleonora tolse dal cassetto tutto
il mazzetto delle lettere. Era un miscuglio di corrispondenza
personale, qualche invito e due fogli che sembravano
essere comunicazioni ufficiali da palazzo, nulla di
particolarmente interessante. Stava per tornare ad Aristofane
quando trov, sotto a tutte le altre, una lettera
affatto diversa.
Coperta di ditate untuose e di polvere, emanava
un'aria di provincialismo. Non c'era il timbro n l'indirizzo
del mittente e l'unico indizio della sua destinazione
erano le parole Moncef Barcous Bey, c/o signora
Damakan. Eleonora se la port alle narici e inal quel
che restava di un odore familiare, una strada di campagna
sepolta in fondo alla sua memoria. Di certo non
era quella che il reverendo cercava ma il suo odore
smosse qualcosa dentro di lei, come la grafia minuta,
incerta, sul davanti della busta. Rimesso il resto della
corrispondenza nel cassetto, lo chiuse e si raddrizz,
poi avvicin la sedia alla scrivania. Tolse la lettera dalla
busta e la lasci cadere sul sottomano. Era ingiallita ai
margini e piegata in un quadrato, due fogli coperti davanti
e dietro di scarabocchi ansiosi.
Signorina Cohen.
Prima che pronunciasse il suo nome, Eleonora aveva
sentito Moncef Bey schiarirsi la gola. E la forma di quel
suono le aveva fatto capire immediatamente che la stava
osservando da parecchio. Il Bey si avvicin alla scrivania
del colonnello e vi si appoggi. Vide la lettera. Ce
l'aveva proprio sotto gli occhi. Tuttavia, se non con
quello sguardo, non sembr prendere atto della sua
presenza.
Che cosa state leggendo? le chiese, indicando il libro.
Lei gir il dorso verso di lui.
Aristofane lesse il Bey.
In mancanza di un altro modo per occupare le mani,
Eleonora raddrizz il libro e lo spost in mezzo alla
scrivania.
Stavo pensando disse il Bey che una gita a Rumeli
Hisari non sarebbe una malvagia idea.
Eleonora annu, pur non immaginando dove volesse
andare a parare ma felice che la conversazione non vertesse
sulla lettera appoggiata sul sottomano.
 il periodo in cui sbocciano i fiori di campo continu
lui. Questo pomeriggio non ho altri appuntamenti.
Il tragitto  breve e potremmo cenare con un
picnic.
Eleonora diede uno sguardo alla biblioteca, con le
sue polverose tende di velluto rosso, i mappamondi, i
tappeti e scaffali su scaffali di libri. Quante ore aveva
passato in quella stanza? Quante pagine aveva letto?
Era ovvio che il Bey ci teneva molto a portarla a Rumeli
Hisari. Almeno quello glielo doveva.
Cosa ne pensate? le chiese lui. Avreste voglia di
andare a Rumeli Hisari quest'oggi?
S. Ho voglia di fare un picnic.
Ripose il libro di Aristofane sulla mensola e nel giro
di un'ora erano partiti, in carrozza lungo la sponda occidentale
del Bosforo verso l'imbocco dello stretto. Era
proprio una giornata magnifica. Il sole del tardo pomeriggio
stava impallidendo, un coniglio bianco e marrone
saltellava sul ciglio della strada e, con il viso contro il
pannello intagliato, Eleonora riusciva a vedere sprazzi
del suo stormo in volo. Come promesso dal Bey, il tragitto
fu breve.
Ci siamo disse mentre si fermavano rumorosamente.
Questa  Rumeli Hisari. Fu da questa torre
che, pi di quattrocento anni or sono, il sultano Mehmet
il Conquistatore pose l'assedio a Istanbul e la
strapp ai bizantini.
Rumeli Hisari, una goffa torre di pietra che sorgeva
a casaccio sopra un ammasso di macerie ed erba, a prima
vista non sembrava granch. Quando scesero dalla
carrozza, pagarono la guardia e salirono la scala curva
che portava alla cima merlata, per, Eleonora si rese
conto che non si trattava della torre in s. L'importanza
di Rumeli Hisari era data dalla posizione all'imbocco
del Bosforo e dal vantaggio che garantiva. In quel
periodo dell'anno la vedetta era ammantata di fiorellini
azzurri e dalle crepe dei massi spuntavano ciuffi d'erba.
La calura del giorno si era dissipata e una brezza leggera
soffiava da mare. Mentre il Bey disponeva il loro picnic
- carne fredda, pane, formaggio e olive - le upupe
scendevano in picchiata dal minareto di una moschea
di quartiere e sorvolavano lo stretto. Una striscia viola
contro il cielo di un arancione brillante, si contraeva,
poi si espandeva, come un etereo polmone. Pur non essendo
sicura del loro messaggio, Eleonora aveva la netta
impressione che il suo stormo le stesse parlando. Dopo
qualche passaggio sull'acqua, gli uccelli si dispersero
in un boschetto di pini dietro Uskildar.
Eleonora inspir e si lasci permeare dalla citt.
Contrariamente al paesaggio senza vita che guardava
nella cornice del suo bovindo, quella citt era viva, brulicante
di persone, con grida, musica e il profumo del
pane appena sfornato. C'era la cupola a forma di tartaruga
della moschea Nuova, i minareti aghiformi di
quella del sultano Ahmed. C'era la casa bianca e gialla
del Bey. E poi, alla confluenza delle acque, c'era il palazzo
del sultano, il gioiello sulla punta del Corno d'Oro,
con le sue mura di marmo lustro, le torri cristalline
e i giardini di glicini. Eleonora si morse l'interno della
guancia mentre l'ultimo palpito del sole si soffermava
proprio sopra la curva della collina tingendo i muri del
palazzo di un arancio tendente al rosa. Nell'attimo in
cui l'ultima luce scompariva, un colpo di cannone risuon
sulla sponda opposta del mare.
Numerosi anni addietro disse il Bey indicandole
di sedersi e cominciare il picnic, ho avuto l'onore di
visitare il palazzo.
Le prepar un piatto e glielo allung sulla coperta
stesa a terra.
Ma forse lo saprete gi, dopo aver letto quelle lettere
oggi pomeriggio.
Fece una pausa, durante la quale si infil in bocca
un'oliva.
Quando mi sono offerto di ospitarvi in casa mia,
signorina Cohen, ero motivato dal semplice senso del
dovere e dalla fedelt alla memoria di vostro padre,
non posso dire il contrario. Gli ultimi mesi, per,
per quanto difficili sotto molti aspetti, si sono dimostrati
fra i pi gratificanti che un vecchio scapolo possa
ricordare. Vale a dire continu che non ho gradito il
vostro ficcanasare nella mia corrispondenza ma capisco
l'impulso. Capisco che abbiate numerose domande sulle
lettere e sulla faccenda del reverendo Muehler. Prima
che me le poniate, comunque, vorrei cercare di spiegarvi
il mio punto di vista.
Diede un morso al panino che si era preparato e deglut.
Avrete letto Jean-Jacques Rousseau.
Eleonora annu.
Da giovane cominci a spiegare il Bey, ero molto
preso dalle idee di Rousseau: il contratto sociale, la
societ civile, la volont generale e cos via. Si potrebbe
dire che le sue idee furono per me una rivelazione. E
non ero il solo. A quell'epoca c'era un gran numero
di giovani come me - figli di uomini d'affari, burocrati,
ufficiali dell'esercito ed esattori delle tasse - che aveva
abbracciato appieno le idee di Rousseau. Io avevo
organizzato un gruppo di lettura che si riuniva una volta
al mese e aveva raccolto non pochi consensi. Avevo
anche pubblicato sui giornali alcuni articoli dai toni un
po' accesi, in cui patrocinavo la causa dei diritti dell'uomo.
Il Bey incroci lo sguardo di Eleonora per assicurarsi
che lo stesse seguendo.
Il mio dislocamento a Costanza  stato la conseguenza
diretta di Rousseau e della mia militanza per
le sue idee. A quell'epoca ero parlamentare e mio padre
era un uomo d'affari molto importante, uno dei maggiori
fornitori di prodotti tessili dell'esercito. Cos, invece
di incarcerarmi, come senza dubbio avrebbe desiderato,
il sultano mi ha onorato di un incarico diplomatico
ai confini dell'impero.
Eleonora annu, segno che aveva capito.
 stato a Costanza che ho incontrato vostro padre e
che ho stabilito molte delle mie relazioni commerciali
pi importanti. Ma per quanto gradevole sia stato quel
soggiorno, la mia casa  Istanbul. E cos, quando il clima
politico si  raffreddato, ci sono tornato. A condizione
di non prendere parte all'attivit politica. E non
l'ho fatto. Le mie convinzioni sono rimaste le stesse ma
i miei metodi sono cambiati. Da quando sono tornato,
il gran visir tiene sotto sorveglianza i miei movimenti.
Vi assicuro che i suoi sospetti sono infondati. Non sono
fautore, n lo sono mai stato, di una rivoluzione costituzionale.
Ma capisco che voglia tenermi d'occhio,
con il mio passato e con il clamore suscitato dall'incidente
in mare. Devo dire di non aver mai sospettato
del reverendo. Non so perch. Col senno di poi, sarebbe
stato pi che logico. Non so se lavora per il palazzo,
per gli americani o per entrambi, ma in ogni caso le sue
lezioni non potevano continuare. Lo capite, vero?
Eleonora deglut e guard il Bey. Capiva quello che
le stava dicendo. Eppure nella sua testa ronzavano tante
domande, come uno sciame di insetti intrappolati in un vasetto di conserve.
Tutto questo per arrivare a dire concluse il Bey
che ho vissuto una bella vita ma sono stato solo, ho
avuto tutto, tranne un tocco femminile e dei figli. Finora,
almeno. Voi sapete che ho preso molto sul serio
le mie responsabilit di tutore. Ed  per questo che devo
chiedervi di non sbirciare fra i miei documenti. 
nel vostro interesse che ve lo chiedo. Un giorno ve li dar, ma non ora.
...
.
...
CAPITOLO 17.
...
.
...
Quando fu in prossimit della porta del Saluto, il reverendo
prese un fazzoletto dal taschino della giacca e si
asciug il sudore dalla fronte. Era la prima volta che
andava a palazzo e, malgrado i suoi sforzi per non lasciarsi
impressionare, non pot fare a meno di restarne
ammirato. L'immensit della porta, fiancheggiata sui
due lati da enormi torrette di pietra, e la delicatezza degli
intarsi che la adornavano comunicavano sia ospitalit
sia ostilit inespugnabile. Non era illogico, pens il
reverendo. Sebbene personalmente ritenesse di godere
del favore del palazzo, c'era sempre la possibilit di cadere
in disgrazia. Ripieg il fazzoletto in quattro e lo
ripose nel taschino. Intanto una delle guardie del palazzo
in divisa viola gli si avvicin e gli present le armi.
La porta del Saluto  chiusa ai visitatori borbott,
all'apparenza ignaro dell'ironia della sua affermazione.
Quando per il reverendo fece il nome di Jamaludin
Pasci, la guardia abbass la baionetta e si fece da parte.
Non era il caso, a quanto pareva, di offendere uno straniero
che stava per essere ricevuto dal gran visir. La
guardia fece segno al suo collega, di stanza sotto i bastioni,
e il reverendo Muehler venne scortato, attraverso
una serie di pesanti portoni di legno, fino al sancta
sanctorum del secondo cortile.
Una volta dentro il baluardo, il trambusto cittadino
svaniva. La presenza della citt si avvertiva ancora, come
la luna sospesa nel cielo pallido, ma il palazzo viveva
in un'altra sfera, pi delicata. Il reverendo Muehler
fece propri il fresco sgocciolio dell'acqua sul marmo,
un uccello che si posava per la notte e il lieve profumo
dei fiori di ibisco. Nel secondo cortile il traffico pedonale
di fine giornata era scarso: diplomatici, cuochi e
musici diretti a casa, alle loro famiglie, ai caff o ad altri
divertimenti notturni. La guardia che l'aveva condotto
fin l disse qualche parola a un araldo, il quale lo guid
lungo uno dei molti sentieri frondosi che si irradiavano
dalla porta del Saluto. Fino a quel momento, gli incontri
del reverendo con il gran visir si erano tenuti al termine
di ogni mese, in un luogo clandestino come un
cimitero o un bagno deserto. Non aveva idea del perch
Jamaludin Pasci l'avesse convocato a palazzo di
persona. Forse era venuto a sapere del suo allontanamento
dalla casa del Bey. Forse gli alti papaveri del dipartimento
l'avevano depennato. Forse era per via dei
suoi recenti abboccamenti coi russi. O magari non c'era
nessun motivo in particolare; magari il gran visir era
troppo pigro per lasciare il palazzo. Con un cenno, l'araldo
sciolse un altro nodo di guardie e condusse il reverendo
Muehler in un androne marmoreo fiancheggiato
da armi antiche. A quanto disse, si trattava della
sala del Consiglio. La sala delle udienze di Jamaludin
Pasci era situata in fondo a sinistra.
La riconoscerete disse l'araldo prima di sgattaiolare
dietro un angolo.
E il reverendo la riconobbe. Avviluppata di maioliche
rosse e verdi, la sala delle udienze non era pi grande
di un'aula del Robert College ma il soffitto si innalzava
come quello di una chiesa. Contro il muro di fondo
c'era un'ottomana quadrata di mogano e, adagiato
su di essa, il gran visir. Uomo nervoso in cafetano di
seta bianca e turbante verde, aveva l'aspetto di un roditore
ben nutrito e gli occhi del colore dell'uva acerba.
Quando il reverendo Muehler entr, si sollev appena
in segno di saluto.
Salve, amico mio. Confido che abbiate trovato la
strada senza troppe difficolt.
S, grazie disse il reverendo. I vostri araldi sono
stati molto solleciti.
Il gran visir giunse le mani e arricci il naso, come se
stesse considerando i sottintesi di quella risposta. Si
concentr appieno sul suo ospite ma non gli offr di sedersi.
Anche perch, not il reverendo, non c'erano sedie.
Se fosse un affronto intenzionale, il reverendo non
avrebbe saputo dirlo n gli importava.
Gradite un bicchiere di t? chiese Jamaludin Pasci.
O di caff?
No, grazie.
Il caff della cucina di palazzo  il migliore del
mondo insistette il gran visir. Vi assicuro che non
ve ne pentireste.
Senz'altro disse il reverendo, sistemandosi il colletto.
Lo immagino. Ma sono costretto a declinare.
Faccio fatica a dormire. Se bevo caff troppo tardi
non c' speranza che riesca a prendere sonno. Non offendetevi.
Niente affatto.
Picchiettandosi il naso, il gran visir si rivolse a una
delle guardie, che scomparve dietro una porta nascosta
nella parete. Restarono in silenzio finch la guardia
non torn, qualche attimo dopo, con un unico bicchiere
a calice su un vassoio d'argento.
Allora disse Jamaludin Pasci, mescolando un
cucchiaino di zucchero. Immagino che siate al corrente
della nostra situazione coi russi.
S rispose il reverendo. Leggevo un articolo sul
giornale proprio ieri.
Senz'altro immaginate che le insinuazioni contenute
nel rapporto dello zar ci impensieriscono. Nel complesso,
per, non si tratta di una faccenda di importanza
capitale e vorremmo risolverla il prima possibile.
Il reverendo mugugn il suo assenso.
Ovviamente non possiamo acconsentire alle richieste
dello zar nei termini in cui sono formulate.
Ovviamente concord il reverendo.
Le sue minacce sono inconsistenti disse il gran visir,
ma con una lieve sfumatura interrogativa.
Sembrerebbe cos.
Vorremmo esserne certi. Parto dal presupposto che
voi non siate in possesso di informazioni che potrebbero
aiutarci a stimare le probabilit di una rappresaglia
nel caso rifiutassimo di accogliere la richiesta di risarcimento.
No disse il reverendo. Purtroppo no.
Non avete contatti con i russi che potremmo sfruttare
per ottenere maggiori informazioni?
Il reverendo cambi posizione e incroci le braccia.
Dunque Jamaludin Pasci sapeva del suo avvicinamento
ai russi. Ma l'ultima cosa che il reverendo desiderava
era fare da negoziatore tra quei due imperi intrattabili.
Aveva abbastanza difficolt a destreggiarsi con gli obblighi
che si era gi assunto. Sarebbe bastata un'altra
pallina e il giocoliere le avrebbe fatte cadere tutte.
Nulla che potrebbe essere utile al palazzo.
Jamaludin Pasci sorrise e si accarezz la punta del
naso.
Molto bene soggiunse. E ditemi, il resto come
va?
Non mi lamento rispose il reverendo. Il Robert
 il Robert. Il mio articolo sui riti religiosi degli yazidi
procede spedito e presto dovrebbe uscire un nuovo volume
di mie traduzioni.
Annuendo, pi fra s che a James, Jamaludin Pasci
si mise a fissare le pieghe del cafetano. Fece boccuccia,
come se stesse considerando una difficile questione
morale, poi torn a guardare il reverendo Muehler.
Ne deduco che non avete novit per me, al di l dei
vostri impegni accademici.
No disse il reverendo. Non ne ho.
E cosa mi dite di Moncef Barcous Bey?
Il reverendo riport le braccia lungo i fianchi.
Ah, certo. In quel frangente c' stato uno sviluppo
inopportuno.
Sarebbe?
Poco tempo fa Moncef Bey e la signorina Cohen
hanno deciso che un precettore era diventato superfluo.
Per quale motivo?
Il reverendo si prese qualche momento per riflettere
prima di rispondere.
Circostanze indipendenti dalla loro volont. L'hanno
messa cos.
Non avete idea di quali circostanze potrebbe trattarsi?
Non avete insistito per saperne di pi?
Mi hanno informato per lettera, dichiarando in
termini molto espliciti di essere impossibilitati a discutere
delle circostanze che hanno portato alla decisione.
Ho immaginato che fosse una questione economica.
Il gran visir si premette la base del naso fra i pollici.
Non vi vengono in mente altri motivi per cui potreste
essere stato licenziato?  possibile che Moncef
Bey avesse dei sospetti sulle vostre intenzioni, reverendo?
L'avevo immaginato anch'io, all'inizio disse il reverendo.
Ripens all'episodio di quel pomeriggio in biblioteca.
C'erano diverse persone che avrebbero potuto vederlo
prendere le carte dal cassetto della scrivania - la
signorina Cohen, Monsieur Karom, la signora Damakan
- ma pur ammettendo che fosse stato visto, se anche
avesse saputo per certo di essere stato licenziato per
spionaggio, non l'avrebbe mai detto al gran visir.
Tuttavia, dopo aver attentamente riflettuto sulle
mie attivit continu il reverendo, ho concluso
che non c' ragione di ritenere che Moncef Bey abbia
alcun sospetto.
Insomma, non vi viene in mente nessun motivo.
No disse il reverendo dopo una pausa abbastanza
lunga da far pensare che ci avesse ragionato bene.
Non me ne viene in mente nessuno.
 un vero peccato disse Jamaludin Pasci. Per
fortuna abbiamo altre persone che tengono d'occhio
Moncef Bey, altre persone che gli sono molto vicine.
Si interruppe per bere un sorso di t, lasciando il reverendo
a domandarsi chi fossero gli altri informatori.
Adesso ditemi, della vostra allieva cosa sapete?
La signorina Cohen?
S, lei. Mi avevate detto che  una specie di genio?
Il reverendo sciolse le mani sudate, ben contento che
l'interrogatorio avesse cambiato direzione.
La signorina Cohen ha fenomenali doti linguistiche,
una memoria praticamente infallibile e una capacit
di comprensione storica e filosofica di molto superiore
a quella dei coetanei.  davvero straordinaria. Solo qualche settimana fa mi ha recitato l'intero primo
canto dell'Iliade a memoria. Vi ho gi detto, credo,
che ho intenzione di scrivere un articolo su di lei.
S, credo anch'io che me l'abbiate detto.
Sar pi difficile adesso che le lezioni sono state sospese
ma ritengo di avere abbastanza informazioni per
procedere.
Il gran visir bevve un altro sorso di t.
Vi viene in mente qualche modo in cui la signorina
Cohen potrebbe rendersi utile a palazzo?
Il reverendo Muehler cambi posizione, guardando
il pavimento per riflettere. Non voleva immischiare
Eleonora nelle faccende di palazzo ma doveva anzitutto
tutelare i propri interessi. Aveva visto cosa accadeva alle
spie che perdevano la loro utilit e nel suo armadio c'erano
fin troppi scheletri per rischiare che Jamaludin
Pasci ci ficcasse il naso.
Magari... cominci, senza sapere come avrebbe
terminato la frase. Magari potreste impiegarla nel settore
delle traduzioni.
Abbiamo tanti interpreti da non sapere cosa farcene.
Allora magari... disse il reverendo. Crittografi ne
avete?
Certamente.
Ci sono per caso codici che non sono stati in grado
di decifrare?
Il gran visir si appoggi sui cuscini dell'ottomana,
come se stesse riflettendo sulla proposta.
Ce ne sono alcuni che ci hanno dato del filo da torcere.
Con una preparazione adeguata, la signorina Cohen
potrebbe diventare un'eccellente crittografa. Per
lei decifrare un codice sarebbe facile come imparare
una nuova lingua.
Interessante disse Jamaludin Pasci e scrisse qualcosa
sul taccuino nero che portava sempre in tasca.
Cosa mi dite della sua parentela? So che vive con
Moncef Bey. Ma ha dei familiari a Costanza?
Suo padre  deceduto disse il reverendo Muehler.
Credo che una volta mi abbia parlato di una zia o di
una matrigna, ma sembra rivestire un ruolo secondario.
C' altro che dovremmo sapere di lei? chiese il
gran visir. Sulle sue simpatie politiche, per esempio.
A quanto ne so, non ne ha disse il reverendo. In
fondo,  solo una bambina.
Certo, capisco.
Ma c' un'altra cosa che vale la pena sapere riguardo
alla signorina Cohen disse il reverendo. Preferisce
tenere per s i propri pensieri e sentimenti;  un
tratto che risulta accentuato dal suo rifiuto di parlare.
Jamaludin Pasci inarc le sopracciglia, incoraggiando
il reverendo a continuare.
Non parla dalla morte del padre, nell'incidente.
Muovendo appena le labbra, Jamaludin Pasci annot
ancora qualcosa sul suo taccuino e poi si alz. Pareva
che il colloquio fosse concluso. Il gran visir tir
fuori dalla tasca del cafetano un borsellino e lo pass
alla guardia pi vicina a lui, che attravers la stanza e
lo diede al reverendo.
Spero che basti a ricompensarvi per il vostro disturbo
disse il gran visir. Dovrebbe essere pi che sufficiente
a integrare il mancato guadagno delle lezioni private.
Il piccolo borsellino di pelle era molto pi pesante del solito.
Vi ringrazio, Jamaludin Pasci.  stato un piacere.
Se doveste avere contatti con Moncef Bey o la signorina
Cohen continu il gran visir, comunicatecelo
immediatamente. In caso contrario, saremo noi a
contattarvi se dovesse rendersi necessaria la vostra collaborazione.
Mentre digeriva quelle parole, il reverendo venne
scortato fuori dalla porta e oltre la sala del Consiglio,
fino a un'uscita segreta che lo deposit appena fuori
dalle mura del palazzo. Nascondendosi dietro la bottega
buia di un pescivendolo che aveva gi chiuso, apr il
borsellino e cont quindici lire, tre volte la sua tariffa
normale. A quanto pareva, Jamaludin Pasci era rimasto soddisfatto delle informazioni ricevute.
...
.
...
CAPITOLO 18.
...
.
...
Nel sogno, sta remando. Le nuvole sono di un viola
polveroso e, dietro, le stelle luccicano come meduse.
Sulla spiaggia c' folla. Cercano di dirle qualcosa ma
lei non si volta. Se si voltasse, non farebbe che rallentare
ed  gi abbastanza lenta. Ha un messaggio per la
persona dentro la torre. Il messaggio  scritto sul foglietto
di carta che ha in mano. Rema.
La stazione Haydarpasa  un gigante addormentato
sul ciglio dell'orizzonte, un ciclope all'imbocco della
sua caverna. Sollevandosi in tutta la sua altezza, sbadiglia.
Le rotaie sono vene che collegano le dita al cuore.
I treni sono braccia. L'orologio, il suo occhio. Dietro la
stazione c' un'isola con una torre bianca, squadrata,
come una prigione.  l che sta portando il suo messaggio.
La luna ammicca. Lei capisce.
Kiz Kulesi, pensa. La torre della Ragazza. Non riesce
a levarsi dalla testa quel nome,  appiccicato come una
caramella gommosa. Cerca di ricordare la storia della
torre. C'erano una ragazza e suo padre, che era il sultano.
C'erano una maledizione, un aspide e un cesto di
uva. La ragazza era rinchiusa nella torre. Forse c'entrava
anche Afrodite. Oppure quella era un'altra storia? E
poi cosa importa? Adesso che sta remando tra le frastagliate
coste dello stretto sulle onde screziate di meduse,
che importanza ha la storia?
La cosa strana  che non ricorda il messaggio. Non
ricorda cosa dovr dire alla persona nella torre, n perch.
Eppure sa che  importante. Sa che il messaggio 
scritto sul foglietto che ha in mano. Rema oltre la stazione
Haydarpasa e un pesce guizza fuori dall'acqua
schizzando goccioline con la coda. Poi un altro pesce
e un altro ancora. Poi l'acqua  piena di vita, brulicante
di pesci. La schizzano, ricadendo in acqua di peso come
gomme per cancellare, ma lei procede oltre. Rema pi
forte che pu oltre la stazione ferroviaria, solcando le
acque lente gonfie di pesci.
La sua barca si arena sulla riva stridendo. La torre vacilla,
pallida e madida, un ubriaco che pugnala la notte
con il bastone. Quando sente lo stridio della barca che si
arena, vede gli uccelli. E il suo stormo, centinaia di upupe
viola e bianche svolazzanti come archetti di violino.
Stanno ingoiando le stelle. Stanno dicendo qualcosa.
Stanno cercando di dire qualcosa a lei. Ma se anche riuscisse
a sentirle, se anche riuscisse a capire, non vorrebbe
sapere. Non  per questo che  venuta. E venuta a consegnare
un messaggio alla persona nella torre.
Apre la porta della torre e la scalinata  piena di uccelli.
 un umido frullio viola, un ansioso chiacchiericcio
di voci spiraleggianti. Abbassa il cappuccio della
mantella e scuote la chioma. Le parlano tutte insieme,
cercano tutte di dirle qualcosa. Parlano o cantano?
Non riesce a capire. Sale i gradini a fatica, in mezzo agli
uccelli, verso la stanza pi alta della torre.
In cima alle scale si ferma. Gli uccelli sono spariti. Al
loro posto c' una folla, una foresta di gambe e tronchi.
 radunata nella stanza pi alta della torre, ad aspettare
l'arrivo del messaggio. Lei glielo mostra. Sventola il foglietto
davanti ai loro occhi e dice di essere colei che
porta il messaggio. Eccolo qui, grida. Ecco il messaggio
che stavate aspettando. Io sono il messaggero! Ma nessuno
la ascolta. E anche se la ascoltassero, non avrebbe
importanza. Perch il foglietto che ha in mano  bianco.
Al risveglio, Eleonora era sudata lungo l'attaccatura
dei capelli e la sua federa era umida di saliva. L'alba
ammantava la citt come un telo di garza, le punte delle
sue dita tra il rosa e l'arancio avviluppavano ciuffi di
nebbia e guardiani notturni addormentati. Rigirandosi
sulla schiena, Eleonora guard il baldacchino di pizzo
sopra il letto. Di solito i suoi sogni non erano che incoerenti
brandelli di ricordi - l'odore della candeggina,
un cervo ferito, il panorama di un porto lontano - per
nulla simili a quello. Quel sogno era stato completamente
diverso. Come la visione delle oche di Penelope,
il sogno di Pip in cui  nei panni di Amleto o Giacobbe
che lotta contro gli angeli, quel sogno era stato reale,
qualcosa a cui aggrapparsi. Sentiva che aveva un significato.
Ma quale fosse non lo sapeva proprio.
Incapace di riaddormentarsi, Eleonora scivol fuori
dal letto e si infil la vestaglia. Tastando la trama del
tappeto con i piedi nudi, si trascin fino al bovindo
e guard la citt prendere vita. In confronto all'immagine
che ne aveva visto in sogno, Kiz Kulesi sembrava
massiccia e triste. Una squadrata torre di pietra sovrastata
da una garitta e da una sottile guglia di rame, che
era stata usata in vari modi: come prigione, come faro e
come stazione doganale. Ormai, a quanto ne sapeva,
era vuota e il suo isolotto era disabitato, a eccezione
degli uccelli. Una coppia di cicogne nere ficcava il becco
nell'acqua bassa l attorno e un cardellino solitario sostava
sul davanzale della garitta. Osservando il cardellino
saltellare da un capo all'altro del davanzale, a Eleonora
parve di vedere un lampo viola dentro la torre.
Strizz gli occhi per la luce troppo forte, si chin in
avanti e socchiuse la finestra per dissipare il riflesso,
ma non riusc a vedere altro che il cardellino. Se anche
fosse stato un uccello del suo stormo, quello nella torre,
doveva esserne uscito.
Mentre il cardellino prendeva il volo, Eleonora not
una carrozza avvicinarsi alla casa del Bey. Era insolito.
Il Bey raramente riceveva visite a casa e mai cos presto
al mattino. Stringendo la cintura della vestaglia, guard
la vettura dall'elaborata decorazione viola e oro rallentare
e fermarsi sul ciglio dell'acqua. Quando i cavalli
furono tranquilli, la portiera si apr dall'interno. Senza
neanche guardarsi intorno, un uomo in uniforme viola
si diresse sicuro alla porta principale e buss. Vinta dalla
curiosit, Eleonora indoss un vestito come si conveniva
e si precipit sul pianerottolo sopra l'ingresso.
Sbirciando tra le sbarre della balaustra, vide Monsieur
Karom aprire la porta con il suo solito contegno altezzoso.
Tuttavia, quando vide di chi si trattava, fece un
passo indietro e si inginocchi.
Eleonora non sentiva cosa dicevano ma quando
Monsieur Karom si rialz guard indietro, in direzione
della sua stanza. Vedendola sul pianerottolo, la chiam.
Signorina Cohen. Potreste scendere un attimo, per
cortesia? C' una persona che desidera parlarvi.
Mentre scendeva, Eleonora ebbe modo di guardare
bene, per la prima volta, l'uomo in uniforme viola. Era
sull'attenti, il busto irrigidito, il cappello sulle ventitr
e portava un manto di raso viola forato da bottoni di
cristallo. Diffondeva nell'aria un sentore di lavanda e
nella mano sinistra teneva un tubo d'argento delle dimensioni
di un cetriolo. Per non fissarlo, Eleonora attravers
l'androne con gli occhi sul tappeto. Arrivata
alla porta, Monsieur Karom la present formalmente.
Questa  la signorina Eleonora Cohen, figlia di
Yakob Cohen, originaria di Costanza ma residente a
Istanbul, attualmente sotto la tutela di Moncef Barcous Bey.
Raddrizzando la schiena perfino di pi, il visitatore
si schiar la voce.
Signorina Cohen disse. Il servitore delle due citt
sante, califfo dell'Islam, guida dei credenti e supremo
sci di vari regni, sua eccellenza Abdul Hamid II
vi chiede di recarvi in udienza a palazzo.
Le porse il tubo d'argento e lei lo prese.
Vi manderemo una carrozza domani mattina a
quest'ora continu. Confido che stiate bene.
Eleonora guard il raffinato oggetto che le era stato
consegnato. Teneva il tubo, su cui era inciso un intricato
motivo floreale, chiuso da un cappuccio di avorio
imperniato, con entrambe le mani, come una spada.
Era simile, per fattura e concezione, al portadocumenti
da cui il reverendo aveva estratto il suo rompicapo.
Eleonora sent un torrenziale fiotto di sangue inondarle
le tempie e l'ingresso richiudersi su di lei.
Certamente sent dire a Monsieur Karom.
Il maggiordomo si affrett a prendere il portadocumenti
dalle mani di Eleonora, a togliere l'invito che
conteneva e a restituirlo vuoto all'araldo.
Ne siamo onorati disse, scorrendo l'invito con gli
occhi. La signorina Cohen  onorata delle attenzioni
di sua eccellenza.
Il pomeriggio pass nell'ansiosa foschia dell'incredulit.
Come faceva il sultano a sapere chi era? E perch
voleva incontrarla, proprio lei, con le migliaia di persone
che c'erano a Istanbul, con i milioni di persone che
popolavano l'impero ottomano? Eleonora non ne aveva
la pi vaga idea. Quel pomeriggio, l'aria della sua stanza
era carica di domande a cui era impossibile rispondere,
o almeno lei non ci riusciva. Andando dal com al letto
e dal letto alla scrivania, sfogliando distrattamente un
libro, sedendo sulla poltrona vicino al bovindo con le
mani giunte in grembo, cerc come meglio pot di assimilare
la notizia. L'indomani avrebbe incontrato il
sultano. Il sovrano di milioni di sudditi, il governatore
delle terre da Salonicco a Bassora, colui che poteva convocare
chiunque desiderasse incontrare, aveva chiesto
un'udienza con lei, Eleonora Cohen.
Quella sera la cena fu in tavola presto. Eleonora sedeva
al suo solito posto e Moncef Bey al proprio. Monsieur
Karom serv un piatto di stufato di manzo con le
fave. Eleonora pensava di non essere affamata ma
quando tagli un pezzo di carne e se lo port alla bocca,
il suo stomaco gorgogli forte.
 un onore le disse il Bey, spiegando il tovagliolo
sulle gambe. Vi hanno fatto un grande onore.
Eleonora annu mentre masticava. Se c'era una cosa
che aveva capito dell'invito, era quella.
Io sono stato invitato a palazzo due volte. Mai, per,
a un'udienza formale con sua eccellenza.
Il Bey tagli un pezzo di carne e lo infilz con la forchetta.
Mi domando, comunque, quali siano le motivazioni
di sua eccellenza.  noto che ha un grande interesse
per...
Si interruppe per cercare la parola giusta.
Per il fenomenale: chiromanzia, uccelli parlanti e
cose simili. Inizialmente avevo sospettato che potesse
essere questa la motivazione dietro il suo invito, che
avesse sentito delle vostre abilit mnemoniche, che sono
senza dubbio fenomenali, e volesse discuterne con voi.
Eleonora deglut e appoggi la posata al bordo del
piatto, in attesa che il Bey proseguisse.
Mi domando, per, se non possano esserci anche
altre motivazioni disse lui. Magari  curioso del nostro
rapporto. Magari vuole sapere se avete notato
qualcosa di sospetto in casa.
Eleonora non aveva pensato a quella possibilit. Anzi,
non aveva pensato affatto alle motivazioni del sultano.
Sapete che non ho nulla da nascondere continu
il Bey allargando le braccia come a invitare chiunque a
perquisirlo. Ne abbiamo parlato l'altro giorno a
Rumeli Hisari. Vorrei solo accertarmi, per il bene di entrambi
noi, che domani facciate attenzione a quello che
dite al sultano. Badate, non sto dicendo che dobbiate
mentire, meno che mai a sua eccellenza o al gran visir.
Per siate prudente e pensate bene alle conseguenze che
le vostre parole potrebbero avere sugli altri.
Eleonora annu. Aveva capito.
Vi renderete senz'altro conto che le nostre sorti sono legate.
Eleonora prese la forchetta e si port alla bocca un
unico fagiolo verdastro. Si rendeva conto benissimo
che la sua sorte era legata a quella del Bey. Lui, la
sua cameriera e il suo maggiordomo erano quanto di
pi simile a una famiglia avesse. Come la signorina
Ionescu aveva detto di suo padre, lui era il castello di pietra
che sovrasta i miei frutteti, la pioggia che li nutre e il
tiro di cavalli che traina il mio aratro. L'ultima cosa che
voleva era condizionarne sfavorevolmente la sorte. Le
sembrava curioso che il Bey insistesse tanto su quel
punto ma era comprensibile che, essendo stato vittima
di un'ingiusta persecuzione politica, le motivazioni del
sultano lo rendessero inquieto.
Dopo cena Eleonora si scus e and al piano di sopra,
in camera sua. Era presto e non era per nulla stanca,
ma voleva restare sola con i suoi pensieri. Aveva gi
deciso che abito indossare ma era ancora incerta sui
gioielli. Aprendo il cassettino della toletta, pass in rassegna
la sua piccola collezione di braccialetti e collane.
C'era un pendente di smeraldo a forma di goccia che il
Bey le aveva comprato il suo terzo giorno a Istanbul.
C'erano i bracciali dell'orafo paralitico del mercato tessile.
Mentre se li infilava, lo sguardo le cadde sul segnalibro
di legno che si era portata da Costanza, il segnalibro
di sua madre, con cui aveva forzato la serratura
del baule di suo padre. Lo prese in mano, lo alz come
una lente di ingrandimento e studi il proprio riflesso
attraverso gli spazi vuoti. Apr la bocca e ispezion
l'iridescente spazio giallo-rossastro dove riposava la sua
lingua. L'indomani sarebbe andata in udienza dal sultano.
Sapeva da Machiavelli di non dover offrire consigli a
meno che fossero espressamente richiesti. Se il sultano
le avesse fatto domande, comunque, nei limiti del possibile
gli avrebbe detto la verit. Riguardo a come comportarsi,
invece, non aveva idea. Nessuno dei personaggi
della Clessidra aveva mai avuto l'onore di essere ricevuto
dal loro re, per quanto la signorina Holvert fosse
stata invitata a fare una passeggiata a cavallo con un
principe asburgico. L'episodio, ovviamente, aveva avuto
un esito disastroso - i rimasugli della giornata: una
scatola di fiori di campo secchi, lacrime e una pila di lettere
non spedite - ma almeno era utile come controesempio.
Sapeva di non doversi aspettare troppe attenzioni
da parte del sultano durante l'incontro. Probabilmente
sarebbe stato distratto da altre preoccupazioni.
Eleonora era in piedi davanti allo specchio, non sapeva
nemmeno lei da quanto tempo, quando la porta si
apr ed entr la signora Damakan. Non aveva asciugamani
o lenzuola, n altre scuse per la sua visita. Eleonora
appoggi il segnalibro sulla toletta e chiuse il cassetto.
Domani andrai a palazzo le disse la signora
Damakan posandole una mano sulla spalla con delicatezza.
 un onore.
Eleonora guard l'anziana domestica e not una
scintilla maliziosa nell'angolo dei suoi occhi.
 un onore ripet la signora Damakan. Ma mi sembri nervosa.
Perch non so...
Le parole uscirono con facilit, Eleonora quasi non
se ne accorse finch non fu accaduto. Era da un po' che
non si poneva pi il problema di parlare o non parlare.
Il silenzio era un'abitudine comoda - ascoltare, annuire,
scrivere le risposte quando erano assolutamente necessarie
- ma ormai aveva perso la sua efficacia. Se ne
rese conto proprio nel momento in cui si sbarazz del
mutismo, come un manto lasciato cadere a terra. Aveva
il potere di spezzare l'incantesimo; l'aveva sempre avuto.
La signora Damakan annu e aspett che lei continuasse la frase.
Non so cosa devo dire sussurr Eleonora. Dopo
tanti mesi di silenzio, la sua voce era flebile e graffiante.
La signora Damakan lasci scivolare la mano sul
braccio di Eleonora e glielo strinse appena.
Come fai a sapere la risposta se non hai ancora sentito
la domanda? disse. Abbi fiducia in te stessa. Sai
molte pi cose di quanto pensi.
L'anziana domestica si chin in avanti e baci Eleonora
in fronte. Quindi si volt e, con la sua andatura dondolante, si diresse alla porta.
...
.
...
CAPITOLO 19.
...
.
...
Guarnita di gomma dorata e nera, la vettura imperiale
era ferma sul ciglio dell'acqua, le porte, il tetto e la
scocca lucenti del viola brillante di una melanzana acerba.
Eleonora segu l'araldo sul vialetto acciottolato sollevando
l'orlo del vestito. Indossava un abito di seta azzurra
con scarpe di vernice nera, i capelli raccolti in
un'acconciatura a ciocche. Aveva passato la mattina a
prepararsi, lavarsi, scegliere i gioielli e stare immobile
mentre la signora Damakan le puntava i capelli. Solo
in quel momento, per, la realt della situazione la invest.
Lei, Eleonora Cohen, stava andando a palazzo
per un'udienza con il sultano. Posto che ci fosse mai
stata la possibilit di declinare, ormai era troppo tardi.
A met del vialetto, vide il pelo dei cavalli luccicante
dell'opaco splendore della sepiolite e i loro occhi tristi
simili a biglie nere. Mentre si avvicinava le bestie imponenti
si irrigidirono e, come soldati che presentano le
armi per la rassegna, sollevarono tutti la zampa anteriore
sinistra. Lei annu in segno di apprezzamento per il
loro omaggio e il cavallo di testa sbuff dalle narici, segno
che gli altri potevano mettersi a riposo. Il cocchiere
le tenne aperta la portiera ed Eleonora sal in carrozza.
In quella un gabbiano strill sul tetto della casa del Bey
e si alz in volo sul Bosforo, il becco arancione puntato
in direzione del palazzo.
L'interno della carrozza era tappezzato di velluto
viola scuro, con finiture d'avorio e una bordatura d'oro
in basso. Eleonora si lisci la gonna e si sedette di fronte
all'araldo, contromarcia. Accompagnata dallo zoccolio
dei cavalli sul lungomare, osserv la casa del Bey
scomparire alla vista, rimpicciolire nel finestrino posteriore
finch spar dietro una curva della strada. Si guard
le scarpe, la tomaia di vernice nera che le serrava le
dita, e inspir a fondo per calmarsi.
Avete avuto un enorme privilegio.
Eleonora guard l'araldo. Il suo naso era fiancheggiato
da occhi incavati e appena sopra la narice sinistra
aveva un grosso neo. All'inizio aveva pensato che fosse
lo stesso uomo del giorno prima ma non ne era pi
tanto sicura. In ogni caso, si aspettava una risposta da lei.
Certo gli disse. Parl piano perch non si era ancora
riabituata alla sensazione della voce che le vibrava
in gola. Sono molto onorata.
 un grande onore andare in udienza dal sultano.
Ne sono onoratissima.
Attraversarono il ponte di Galata con uno sbatacchiare
di assi di legno, poi al bazar egiziano svoltarono
a sinistra e dispersero un assembramento di piccioni radunati
sotto l'arcata esterna della moschea Nuova. Sulla
sponda opposta Eleonora vide la torre di Galata incombere
sulla citt come un dito ammonitore. Ed ecco
Besiktas, languidamente adagiata lungo la riva: l'imbarcadero,
la moschea e le case del lungomare, in mezzo
alle quali era facile individuare la facciata gialla di
quella del Bey. Si avvicin al finestrino finch la punta
del suo naso tocc il vetro. Al secondo piano c'era il
bovindo, il terzo da sinistra, dietro il quale aveva passato
tanti pomeriggi a leggere, a guardare le navi passare
e a immaginare la vita delle persone sull'altra riva. Se
mai a qualcuno da questo lato dello stretto - un pescivendolo,
un servitore uscito per comprare la curcuma
al bazar delle spezie o un bottegaio devoto che faceva
le abluzioni nella fontana fuori dalla moschea Nuova
- fosse capitato di alzare lo sguardo e speculare sulla
sua vita, Eleonora non avrebbe potuto saperlo.
Avete dimestichezza coi protocolli di corte?
No rispose lei, sollevando il mento.
L'araldo emise un rumorino gutturale e il suo viso
assunse una patina di grande solennit.
Alla corte del sultano ci sono regole che bisogna seguire.
Sono stati scritti interi libri sull'argomento. Purtroppo, adesso non c' tempo per tutto.
Eleonora annu.
Le tre regole pi importanti da ricordare sono le seguenti:
primo, inchinarsi appena entrati nella sala delle
udienze. Quando vi inchinerete, toccate terra con la fronte.
Eleonora si tocc la fronte con il pollice per mostrare
che aveva capito.
Secondo, rivolgersi sempre al sultano, posto che lo
si faccia, come sua eccellenza.
Sua eccellenza ripet Eleonora.
Vostra eccellenza la corresse l'araldo. Se ci si rivolge
al sultano, lo si chiama vostra eccellenza. Se se ne
parla con una terza persona, il che non  raccomandabile,
si dice sua eccellenza.
Vostra eccellenza.
Terzo, ricordarsi di stare sempre voltati verso il sultano.
Anche se si sta parlando con altri, non si danno
mai le spalle al sultano.
Eleonora ripet le tre regole fra s.
Questi sono i tre pilastri del protocollo di corte. Ci
sono molte altre regole. Per esempio, mai contraddire
il sultano. Mai interrompere sua eccellenza quando
parla. E mai dargli consigli, a meno che vengano
espressamente richiesti. Comunque, non c' il tempo
per queste regole.
Ormai la carrozza aveva preso una strada tutta curve,
in ripida salita, chiusa sui due lati da negozi e soffocata
da una polverosa sfilza di supplici. I cavalli rallentarono
passando attraverso la moltitudine - il copricapo bianchissimo
del beduino, coltelli caucasici infilati in fusciacche
con ricami dai colori vivaci e tatuaggi geometrici
sul mento e la fronte delle donne berbere - un clamore
unico fino in cima alla collina del palazzo. La
porta del Saluto era uno spettacolo. Sovrastata da un
tetto di tegole simile a un'onda, era protetta da sei
guardie, due per aprire il cancello e quattro per trattenere
i pellegrini. In prima fila, Eleonora not un vecchissimo
contadino con un malconcio fez rosso. Una
pecora sotto il braccio, agitava in aria il bastone e ripeteva
la stessa parola di continuo, neanche la ripetizione
potesse riparare al torto subito, quale che fosse.
Cosa vuole? chiese Eleonora quando scesero dalla carrozza.
L'araldo la guard per un attimo con espressione assente.
Quando cap a chi si riferiva, sbuff con disprezzo.
La gente pretende le cose pi disparate da sua eccellenza.
Eleonora avrebbe anche portato avanti la conversazione,
ma in quel momento i cancelli interni si aprirono
e una guardia li condusse dentro il palazzo vero e
proprio. Odorosi di gelsomino, i suoi giardini erano
disposti in cerchi concentrici in lieve pendenza, ciascuno
piantumato con una diversa variet di albero da
frutto. L'araldo condusse Eleonora lungo un ampio
viottolo fiancheggiato da cespugli sagomati, fra pasci
e giannizzeri che scivolavano silenziosi come serpenti
attraverso l'acqua. Camminava rapido, senza lasciarle
il tempo di ammirare la grande fontana piastrellata
di bianco e blu al centro dei giardini n di attardarsi
a guardare gli edifici che spuntavano dal fogliame. Alla
fine si ferm proprio in fondo ai giardini, davanti a un
cancello largo quasi come quello da cui erano appena
passati. Di sentinella c'erano quattro uomini che indossavano
un'uniforme dello stesso viola acceso della
carrozza imperiale. Erano senza dubbio gli uomini
pi corpulenti che Eleonora avesse mai visto, alti come
cavalli, i muscoli delle gambe evidenti sotto l'uniforme.
Questo vessillo disse l'araldo, indicando una pezza
di tessuto verde piuttosto logoro, appoggiata su un
blocco di arenaria vicino al cancello  la bandiera del
profeta Maometto, la pace sia con lui.
Eleonora si avvicin alla bandiera, che era ricamata
con una scritta d'argento. In nome di Dio, misericordioso
e magnifico.
Segna l'ingresso alle stanze private di sua eccellenza.
Io non posso oltrepassare questo punto.
Fece un gesto a una delle guardie, poi la salut e si
incammin rapido lungo un viottolo secondario. Eleonora
rimase qualche momento accanto alla bandiera
del profeta prima di parlare.
Scusate disse, all'indirizzo delle guardie in generale.
Devo stare qui o andare ad aspettare da qualche
altra parte?
Le guardie, che fissavano dritto davanti a s, un punto
indefinito non troppo lontano, rimasero in silenzio.
Ancora un po' insicura della propria voce, Eleonora
pens che forse non aveva parlato abbastanza chiaramente.
Devo andare ad aspettare da qualche parte? ripet,
stavolta a volume ben pi alto.
Eppure, le guardie la ignorarono. Fu come se non
avesse detto nulla.
Scusate.
Fece un passo avanti e sventol la mano davanti alla
guardia pi vicina. Aveva gli occhi azzurro scuro, come
piccoli gioielli, e una spessa cicatrice gli segnava la
guancia dalla tempia alla bocca. Abbassando gli occhi,
la guard, poi si mise le mani sulle orecchie e scosse la
testa. A quanto pareva, era sordo. Indicatale una panca
sull'altro lato del cancello, riprese la postura di prima.
Eleonora non se la sentiva di sedersi. Era troppo nervosa
per stare seduta. Ciononostante and alla panca di
marmo che la guardia le aveva additato e si volt a
guardare il giardino. Fu allora che not un piccolo
contingente del suo stormo appollaiato sulla vasca
pi alta della fontana principale. Eccole l, quattro
upupe viola e bianche, a vigilare su di lei in quella giornata
memorabile. La loro presenza bast a rinnovare la
sua sicurezza. E quando la scortarono oltre il cancello,
fino alla sala delle udienze del sultano, sapeva che la
stavano aspettando appena fuori dalla porta.
Le pareti della sala erano decorate con stucchi verdi,
rossi e blu. Fasci di luce ricadevano dall'alto, penetrando
attraverso pannelli intarsiati appena sotto un soffitto
color pavone. C'era un delicato profumo di lill. La
stanza era molto pi piccola di quanto Eleonora si
aspettasse, circa come la sua camera da letto a casa
del Bey. Una fila ordinata di visir e di loro araldi tappezzava
la parete di destra. Alla sua sinistra Jamaludin
Pasci, il gran visir, era seduto su una seggiola di legno
di dimensioni spropositate. E al centro della parete in
fondo, adagiato su un'enorme ottomana cremisi, c'era
il sultano in persona, sua eccellenza Abdul Hamid II.
Fisicamente il sultano era di corporatura minuta, con
sopracciglia scure e cespugliose, baffetti e labbra come
due ciliegie sovrapposte. Eleonora sent la pelle contrarsi.
Ecco il sultano dell'impero ottomano, il califfo
dell'Islam. Uno degli uomini pi potenti del mondo.
Eppure, era un uomo come tutti gli altri.
Si inginocchi e, secondo le istruzioni dell'araldo,
premette la fronte sul fresco pavimento di marmo.
Quando si rialz, il gran visir sorrise e cambi posizione
sulla sedia. Si sistem la fascia del turbante, quindi
estrasse un taccuino dalle pieghe del cafetano.
Signorina Cohen, come potete immaginare, c'
una gran quantit di faccende di cui dobbiamo occuparci
ogni giorno. Nonostante ci, sua eccellenza si 
incuriosito molto sentendo parlare di voi, dei vostri
studi, della storia della vostra vita...
Moltissimo.
Eleonora aveva a malapena udito la voce del sultano,
eppure era bastato che aprisse bocca per far sprofondare
la sala nel silenzio. Si inchin di nuovo e si sent arrossire
in tutto il corpo. Stava parlando con lei, si disse.
Si accorse che le sudavano le mani.
Vi dispiacerebbe cominci il sultano rispondere
a qualche mia domanda? Abbiamo sentito cose meravigliose
su di voi. Ma spesso  difficile capire cosa  vero
e cosa non lo .
Certo disse Eleonora. La sua voce gracchi. Grazie,
vostra eccellenza.
 vero che sapete leggere in cinque lingue?
Eleonora cont mentalmente. Non voleva contraddire
il sultano, ma la verit era che sapeva leggere in
sette lingue: rumeno, greco, latino, turco, francese, inglese
e arabo.
Con permesso, vostra eccellenza. Non  vero.
Il gran visir appunt qualcosa sul suo taccuino.
In quante lingue sapete leggere?
Sette, vostra eccellenza.
Ed  vero continu il sultano, con un sorriso malizioso
che avete letto tutti i libri della biblioteca del
vostro tutore, il nostro amico Moncef Barcous Bey?
Vostra eccellenza, ho letto molti libri della sua biblioteca,
ma non tutti.
Il sultano annu.
E quale, fra quelli che avete letto,  il vostro preferito?
La clessidra, vostra eccellenza.
Eleonora lanci un'occhiata al gran visir, che stava
registrando le risposte sul suo taccuino.
La clessidra ripet Abdul Hamid, meditabondo.
Non credo di conoscerlo.
 un libro stupendo, vostra eccellenza.
Il sultano si rivolse al gran visir.
Voi l'avete letto?
No, vostra eccellenza, non l'ho letto.
Quindi il sultano si rivolse alla fila di visir alla sua
sinistra.
Qualcuno di voi l'ha letto?
Ci fu una pioggia di mormorii nervosi, poi uno dei
ministri parl.
Vostra eccellenza, non credo che il libro sia stato
tradotto in turco.
Allora bisogner farlo tradurre...
Un araldo entr nella sala e and a sussurrare qualcosa
all'orecchio di Jamaludin Pasci. Lui annu e l'araldo
usc, silenzioso com'era entrato.
Io, personalmente continu il sultano, sono appassionato
di racconti del mistero. Gli autori sono soprattutto
britannici. Edgar Allan Poe e Wilkie Collins
sono i migliori, sebbene ammiri anche qualche francese.
Fece una pausa e guard il soffitto.
E poi, come non amare i grandi poeti arabi e persiani?
Prima che Eleonora avesse modo di replicare, un altro
araldo entr e diede un telegramma al gran visir.
Vostra eccellenza disse Jamaludin Pasci, dopo
averlo letto. Sono molto spiacente di interrompere la
conversazione con la signorina Cohen, ma  stata appena
sottoposta alla mia attenzione una faccenda della
massima urgenza.
Una delle guardie si fece avanti per accompagnare
Eleonora fuori dalla stanza ma il sultano alz una mano
per fermarla.
La signorina Cohen pu restare disse. Non ci
vorr che qualche minuto, presumo, e non mi sembra
il caso di lasciare la nostra ospite ad aspettare fuori.
Certo, vostra eccellenza disse Jamaludin Pasci.
Naturalmente.
Appiatt il telegramma sul suo taccuino e lo rilesse
fra s prima di riassumerne il contenuto a beneficio
della corte.
L'ammiragliato imperiale tedesco ci informa che le
torpediniere russe continuano a bersagliare la Mesudiye,
anche dopo il ritiro verso Sinop. Affermano di aver fatto
numerosi tentativi di contattare il comando navale
russo sia di Sebastopoli sia di San Pietroburgo, ma senza
riuscirci. Dal silenzio dei russi si direbbe che si tratti
di un atto ufficiale di belligeranza.
Abdul Hamid sospir e si strinse il naso tra pollice e
indice.
Il telegramma viene dal generale von Caprivi in
persona. Dice di comprendere la delicatezza della situazione
e di nutrire il massimo rispetto per la nostra sovranit.
Tuttavia, rinnova la raccomandazione di rispondere
con risolutezza.
E voi cosa raccomandate? chiese il sultano.
Io raccomanderei di dare carta bianca al capitano
della Mesudiye, che risponda come ritiene opportuno.
Queste nuove torpediniere russe dispongono di una
sottile blindatura ma non possono opporre resistenza
al fuoco di una corazzata.
Abbiamo alternative?
Non che mi risulti. Capisco la vostra esitazione sulle
torpediniere russe, vostra eccellenza, ma sono senz'ombra
di dubbio in acque ottomane. Se non reagiamo
alle azioni aggressive nelle nostre acque territoriali,
la posizione ottomana nel mar Nero ne risentir ulteriormente.
Non fare nulla equivarrebbe ad ammettere
di aver paura, sia con San Pietroburgo sia con Berlino.
Il sultano riflett sul consiglio del gran visir per un
momento e poi si rivolse alla fila di ministri alla sua sinistra.
Concordate tutti con Jamaludin Pasci?
I visir annuirono in un coro di assensi mormorati.
Corrugando le sopracciglia, Abdul Hamid si mise a
giocherellare con l'orlo del cafetano. Sembrava perso
nei motivi del tessuto. Poi guard Eleonora.
Voi cosa ne pensate? le chiese. Cosa raccomandereste,
voi?
Io?
S disse il sultano. Avete vissuto nelle province
del mar Nero e avete studiato la storia. Cosa raccomandereste?
Il gran visir scherm un forte colpo di tosse con la
mano e annot qualche parola sul suo taccuino.
Non posso dire... cominci Eleonora. Non posso
dire di aver capito appieno la situazione.
A quanto le aveva detto l'araldo, si potevano offrire
consigli al sultano solo se lui lo richiedeva espressamente
e sua eccellenza l'aveva fatto. Tuttavia, Eleonora non
sapeva nulla di politica, tranne quello che aveva letto
nei libri. Mordendosi l'interno della guancia, ripens
a tutti i libri che aveva letto nel tentativo di ricordare una situazione analoga.
Forse disse alla fine, forse la situazione, vostra
eccellenza,  in qualche modo simile a quella della Bitinia
dopo l'ascesa del re Mitridate.
Continuate disse il sultano.
Secondo Appiano, il re Mitridate minacciava sia la
Bitinia sia Roma. Tuttavia, la minaccia contro i bitini
era pi immediata. Sapendolo, Roma fu in grado di
istigarli alla battaglia contro Mitridate. I bitini furono
sconfitti e subirono gravi perdite, dando per ai romani
il tempo di radunare le loro forze.
Il sultano riflett un momento prima di parlare.
Aprendo il fuoco sulle torpediniere russe, fomenteremmo
una battaglia che  pi nell'interesse tedesco...
Vostra eccellenza lo interruppe il gran visir. 
appena giunta alla mia attenzione una faccenda della
massima importanza e segretezza. Potrei dirvi una parola in privato?
...
.
...
CAPITOLO 20.
...
.
...
Quando la sala delle udienze si fu svuotata, Jamaludin
Pasci si alz dalla sedia e si avvicin all'ottomana del
sultano.
A cosa stavate pensando, Jamaludin Pasci?
Vostra eccellenza disse. Spero non vi dispiaccia
se parlo francamente.
Tutt' altro.
Chiedo scusa se ho interrotto la vostra udienza con
la signorina Cohen. Ma lasciatemi dire, vostra eccellenza,
che non mi pare molto saggio farsi consigliare da
una bambina.
Abdul Hamid si accarezz i capelli sulla nuca.
E per quale motivo?
Il primo, e il pi importante,  che la signorina Cohen
non capisce la nostra situazione politica n i nostri
rapporti coi russi, o coi tedeschi. L'ha ammesso lei stessa.
Secondo,  indecoroso per un monarca richiedere il consiglio
di un bambino, a prescindere dalle circostanze. E
terzo, non sappiamo nulla delle sue inclinazioni politiche.
In questo momento potrebbe aver gi passato informazioni
a Moncef Bey o al reverendo Muehler. Potrebbe
essere anche lei una spia, per i russi, i rumeni, i francesi...
Grazie disse il sultano. Grazie per il vostro punto
di vista. Come sempre, apprezzo il vostro consiglio,
ma in questo caso specifico devo dissentire.
Jamaludin Pasci guard di nuovo il telegramma.
La signorina Cohen prosegu il sultano non ha
sentito nulla che non avrebbe potuto apprendere domani
dai giornali. E ha dimostrato, con la sagacia del
suo consiglio, di capire molto bene la situazione politica.
Per quanto riguarda invece l'opportunit di farsi
consigliare da un bambino, sono incline a ritenere
che un buon consiglio sia tale indipendentemente da
chi lo d. Credo che voi siate in grado di capire la
mia posizione quanto chiunque altro.
Certo, vostra eccellenza.
Inoltre, si d il caso che la signorina Cohen abbia
espresso alla perfezione il mio pensiero sull'argomento.
Se fosse una mendicante, una scimmia o lo zar di Russia
in persona, ne ascolterei comunque il consiglio.
Vostra eccellenza ricominci il gran visir. A prescindere
dalla questione della provenienza del consiglio,
devo pronunciarmi con decisione contro la strategia
del non-interventismo.
Si ferm per soppesare la reazione del sultano prima
di precisare meglio.
Se non spariamo almeno qualche colpo di avvertimento,
di fatto cederemo il controllo del mar Nero ai
russi. Inoltre, temo che il generale von Caprivi interpreterebbe
la nostra passivit come un affronto diretto
all'alleanza con il Kaiser.
Amico mio, a cosa ci serve un'alleanza che ci costringe
ad agire contro il nostro interesse?
Come sapete, vostra eccellenza, i tedeschi sono tra
gli alleati pi importanti dell'impero. Possiedono la
seconda flotta pi potente del mondo e hanno giurato di
tutelare i nostri interessi ovunque siano minacciati.
Allora perch adesso non ci proteggono dai russi?
Senza aspettare risposta, Abdul Hamid diede l'ordine
definitivo.
Comunicate al capitano della Mesudiye che ha l'ordine
tassativo di non sparare se non per rispondere al
fuoco e di fare del suo meglio per evitare scontri diretti.
Il gran visir rimase in silenzio a lungo prima di rispondere.
Vostra eccellenza, capisco che il ricordo dell'Intikbah
possa scoraggiare ad aprire il fuoco contro una torpediniera
russa...
L'Intikbah disse Abdul Hamid, alzandosi dall'ottomana
non ha nulla a che vedere con la mia decisione.
Senza aggiungere altro, il sultano usc dalla sala delle
udienze. Sbattendo le palpebre alla spietata luce del sole,
passeggi lungo il viottolo dell'Enderun, dalla biblioteca
di Ahmet III alla scuola dei Paggi e ritorno.
Prescindendo dal suo punto di vista sulle aggressioni
navali, era chiaro che i russi stavano cercando di provocarli
per poi servirsi della loro reazione come pretesto
per una battaglia su scala pi ampia. Era chiaro anche,
nonostante Jamaludin Pasci sostenesse il contrario,
che i tedeschi avrebbero enormemente beneficiato di
una scaramuccia fra russi e ottomani nel mar Nero.
Il generale von Caprivi poteva raccomandare quel
che voleva, ma almeno per il momento il non-interventismo
era la risposta migliore. Non che Abdul Hamid
si tirasse indietro volentieri, niente affatto, ma come
aveva detto il saggio Dario I: Non c' bisogno di ricorrere
alla forza se si pu usare l'astuzia.
Anche se avesse voluto rispondere con la forza, Abdul
Hamid sapeva che l'impero era troppo debole per
sostenere una guerra prolungata contro i russi. Il sultano
aveva a malapena le risorse per mantenere il personale
del palazzo, figurarsi i governi provinciali. Le minoranze
domandavano a gran voce di essere pi rappresentate,
in alcuni casi pretendevano l'autonomia. E il
suo esercito, un tempo terrore di Vienna e Budapest,
veniva riaddestrato da generali di origine straniera. Nonostante
la grande fioritura di traduzioni, la modernizzazione
dei corpi dei funzionari, la ferrovia, e nonostante
fosse stata introdotta la costituzione, l'impero
era sull'orlo del disastro. Ogni giorno che passava, Abdul
Hamid sentiva stringersi le pastoie. Se fosse riuscito
a sottrarre l'impero al controllo delle grandi potenze, a
soddisfare i suoi debitori, a conseguire nuove vittorie
sul campo e a liquidare i consiglieri militari stranieri,
magari avrebbe potuto ristabilire il dominio navale
nel mar Nero. Al momento, comunque, era meglio essere
cauti.
Fermatosi alla meridiana accanto alla scuola dei Paggi,
il sultano pass il dito sulle scanalature che rappresentavano
le ore del giorno. L'ombra del sole si piegava
sopra le sue nocche e continuava per la propria strada.
Per quanto fosse potente, sapeva che erano moltissime
le cose su cui non aveva controllo. Bisognava fare del
proprio meglio entro i limiti imposti dalla storia. Se solo Jamaludin Pasci fosse stato in grado di capirlo. Se
solo i suoi consiglieri fossero stati pi simili alla signorina
Cohen, che non era guastata dalle convenzioni e
non temeva di dar voce alla propria opinione. Si ferm
a osservare un'upupa viola e bianca appollaiata sul tetto
aggettante della sala delle udienze. L'uccello pieg il capo
da una parte e poi si alz in volo sul mare. Tanto
bast. Passando le nocche sullo gnomone della meridiana
il sultano si diresse senza indugio alla biblioteca
di Ahmet III.
Quando entr, per poco il bibliotecario non cadde
dalla scala per lo stupore.
Vostra eccellenza disse, dopo essere sceso con cautela
ed essersi inchinato. Che piacevole sorpresa. Come
posso servirvi?
Ho una richiesta disse il sultano. Una richiesta
che necessita di essere evasa con la massima riservatezza.
Ma certo, vostra eccellenza. Qualsiasi cosa voi desideriate.
Anzitutto, ho bisogno che raccogliate tutti i decreti
e la corrispondenza relativa ai nostri rapporti con le
grandi potenze, Russia e Germania nello specifico.
Quindi fatene una copia e recapitateli alla signorina
Eleonora Cohen, presso l'abitazione di Moncef Barcous Bey.
Il sultano si interruppe per dare tempo al bibliotecario
di trascrivere le istruzioni.
Quando avrete terminato di raccogliere il materiale,
venite da me e vi dar un biglietto di accompagnamento.
 tutto chiaro?
S, vostra eccellenza. Ho un'unica preoccupazione:
che il volume del materiale da voi richiesto potrebbe
eccedere la capienza di una carrozza.
Limitatevi a sei casse e date la priorit ai documenti
pi rilevanti.
S, vostra eccellenza. Provvedo subito.
Lasciati gli ordini al bibliotecario e al gran visir, il
mattino dopo Abdul Hamid part all'alba per la sua annuale
escursione ornitologica al lago Manyas. In quella
regione l'estate non era il momento migliore per l'osservazione
dei volatili ma il dottor Benedict, l'eminente
ornitologo britannico che era stato invitato a guidare la
spedizione, aveva fatto un programma molto fitto e il
sultano intendeva sfruttare al meglio il tempo. La traversata
del mar di Marinara prese quasi tutta la prima
giornata e quella sera si accamparono vicino a un villaggio
di pescatori cosacchi sulla sponda settentrionale
del lago. Al risveglio lo aggirarono per raggiungere la
sponda meridionale e piantarono un campo meno
provvisorio, a qualche chilometro da un villaggio di rifugiati
tartari. Sia i cosacchi sia i tartari mandarono doni
per onorare la visita del sultano. Ma in linea di massima
Abdul Hamid e il suo seguito non ebbero contatti
con gli abitanti della regione. E se si eccettua il sonno
agitato della prima notte, la parentesi nel mar Nero
non diede al sultano troppi pensieri. Dopo essersi accampati,
lui e il suo seguito passarono la maggior parte
del loro tempo con gli occhi al binocolo.
Sebbene la migrazione primaverile fosse terminata
qualche settimana prima, riuscirono a osservare diverse
specie impegnate nella nidificazione e nella cova. Man
mano che le acque del lago si ritiravano, capinere,
garzette e cigni facevano il nido nelle vaste strisce di canne
e fiori selvatici rimaste scoperte. Guidando la compagnia
lungo la riva, Benedict indic il nido di un pendolino,
un elaborato aggeggio periforme appeso ai rami
di un pino. Intessuto di ragnatele in disuso, pelo di
animali e pianticelle, il nido aveva un falso ingresso e
una botola per confondere i potenziali predatori. Nel
corso della spedizione, il sultano vide pi di cinquanta
specie di uccelli: oche lombardelle, rigogoli, nitticore,
mignattai, spatole in quantit e tre coppie di pellicani
ricci dal becco arancione. Tuttavia fu il pendolino, con
il suo nido arzigogolato, messo insieme a spizzichi, ad
affascinarlo di pi.
La quinta e ultima sera della spedizione, appena prima
del tramonto, il sultano era nella sua tenda a riflettere
sulla possibile similitudine tra la situazione politica
dell'impero e il nido del pendolino, quando un cinghiale
attacc il campo. Prima che i dragomanni avessero
la prontezza di reagire, il dottor Benedict spar all'animale
con la sua pistola e lo uccise. Abdul Hamid,
pur non mangiando carne suina, ordin che fosse
scuoiato e arrostito in onore dell'ornitologo, delle sue
conoscenze e del suo eroismo. Fu una splendida conclusione
per il viaggio. Oltre al cinghiale, alla compagnia
furono serviti mele cotogne ripiene, agnello arrosto
e una ruspante zuppa di orzo.
Di ritorno a palazzo, la notte successiva, Abdul Hamid
si accorse subito che qualcosa non andava. Tuttavia,
siccome era molto tardi, fil dritto a letto. Al risveglio
constat che il suo istinto non si era sbagliato. La
prova era sua madre, pazientemente seduta su una poltrona
accanto al letto.
Buongiorno, madre.
Ho sentito che la vostra escursione  andata a meraviglia
disse lei, alzandosi per inchinarsi.
S. Il sultano sorrise. Proprio a meraviglia. Ho
visto tre coppie di pellicani ricci e un nido di pendolino.
Pendolino ripet sua madre. Eccellente.
Immagino che non siete stata a sedere tutta la mattina
accanto al mio letto solo per chiedermi com' andata
l'escursione.
No, vostra eccellenza. Lo ammetto, no.
Che cosa vi preoccupa, madre?
Non vorrei guastarvi la prima mattina di ritorno da
un viaggio con le mie preoccupazioni.
Se mia madre  preoccupata disse il sultano, mettendosi
a sedere sul letto, lo sono anch'io.
Lei si risedette e si volt verso di lui.
Ieri mi  giunta una voce che mi ha turbato profondamente,
al punto da sentirmi in dovere di svegliare
il mio figlio primogenito e preferito dal suo sonno.
Ditemi, madre.
Si dice che abbiate chiesto a quella ragazzina, Eleonora
Cohen, di consigliarvi su una delicata situazione
militare e che abbiate intenzione di inviarle materiale
riservato perch lo esamini.
Il silenzio del sultano era la conferma che la voce di
corridoio diceva il vero.
Da chi vi fate consigliare non  affar mio continu
sua madre. So di avervi allevato abbastanza bene
da distinguere i buoni consigli dai cattivi. A preoccuparmi
per  la vostra reputazione. All'interno del palazzo
si  gi cominciato a parlare della situazione in
termini sprezzanti.
Lasciate che parlino disse il sultano. Tanto parlano
sempre.
E comunque, che a questa ragazzina venga dato accesso
alle delibere interne del palazzo, che informazioni
potenzialmente delicate vengano fornite a una bambina
- ebrea, per giunta - di cui non sappiamo nulla,
francamente anche questo mi preoccupa.
Il sultano si sdrai sulla schiena. La notizia si era
sparsa piuttosto in fretta, anche per gli standard del palazzo.
Chi ve l'ha detto?
Jamaludin Pasci.
E lui da chi l'ha saputo?
Pensavo che gliel'aveste detto voi.
No rispose il sultano, voltandosi sul fianco. Non
gliel'avevo detto.
Alzatosi e congedata sua madre, Abdul Hamid disse
all'araldo pi a portata di mano di voler fare colazione
nella biblioteca di Ahmet III. Era una richiesta del tutto
inusuale ma l'araldo non batt ciglio: si inchin e
and di corsa a informare il personale di cucina. Nel
frattempo, il sultano si diresse alla biblioteca. Come
sperava, la trov vuota. L'unico movimento era quello
della polvere dentro un raggio di luce, l'unico rumore
il fruscio costante dei pesciolini d'argento. Abdul Hamid
si sedette alla scrivania del bibliotecario, attese, e
nel giro di qualche minuto gli venne servita la colazione.
Intanto che mangiava, sfogli il grosso libro mastro
al centro della scrivania. Era il registro di tutti i volumi
che erano stati richiesti e prelevati dalla biblioteca nell'ultimo
mese. Vide che buona parte delle delibere ufficiali
e della corrispondenza riguardante i rapporti dell'impero
con Berlino e San Pietroburgo era stata richiesta.
Tuttavia dal libro mastro non risultava che fosse
stato lui, il sultano, a richiedere i documenti. Il bibliotecario
si era cautelato almeno in quel senso. Il sultano
chiuse il libro. Mentre stava finendo di bere il suo t, il
bibliotecario entr.
Vostra eccellenza disse, pallido in viso come un
pesciolino d'argento. A cosa devo l'onore della visita?
Volevo solo controllare come procede la richiesta
che vi ho fatto la settimana scorsa.
A quella spiegazione il bibliotecario si tranquillizz,
ma non del tutto.
Abbiamo quasi terminato, vostra eccellenza. Spero
di riuscire a fornirvi i risultati domani mattina. Sei casse
piene di lettere e decreti ufficiali.
Molto bene disse Abdul Hamid con un'occhiata
al libro mastro chiuso. Ho anche un'altra domanda.
S, certo, vostra eccellenza.
Non vi avevo detto che la richiesta era riservata?
S, vostra eccellenza, me l'avevate detto.
E allora perch stamattina mia madre  venuta a
svegliarmi dicendomi che la notizia  diventata di pubblico
dominio?
Con le ginocchia che gli tremavano, il bibliotecario
si prostr davanti al sultano e ai piatti vuoti della sua
colazione.
Non ne ho fatto parola con nessuno. Ve lo giuro,
vostra eccellenza.
Il sultano studi la schiena del bibliotecario per un
momento, poi gli fece cenno di alzarsi.
Voi siete un uomo devoto, non  vero?
S, vostra eccellenza. Faccio del mio meglio.
Allora portatemi un Corano.
Il bibliotecario lo fece e Abdul Hamid apr il libro
alla prima sura.
Giurate sul Corano, sulla memoria del profeta
Maometto, la pace sia con lui, e dei califfi ben guidati
di non aver parlato con nessuno della faccenda.
Il bibliotecario mise la mano sul Corano.
Forse, vostra eccellenza disse, con le narici dilatate
per la paura,  possibile che non abbia riferito il carattere
confidenziale della richiesta all'archivista di palazzo
o ai copisti che mi stanno coadiuvando. Se cos fosse,
me ne assumo la piena responsabilit. E sono pronto
a rassegnare le dimissioni, se vostra eccellenza lo ritiene
opportuno.
Oltre all'archivista e ai copisti, avete riferito ad altri
della mia richiesta?
No, vostra eccellenza, lo giuro sul Corano e sulla
memoria del profeta Maometto, la pace sia con lui.
A nessun altro.
D'accordo disse il sultano e si alz. Portate le
casse nelle mie stanze non appena saranno pronte.
Mentre Abdul Hamid usciva dalla stanza, il bibliotecario
croll in ginocchio e appoggi la fronte sul pavimento.
...
.
...
CAPITOLO 21.
...
.
...
Eleonora sedeva sola a capo del lucidissimo tavolo da
pranzo del Bey e studiava le briciole della colazione.
Era passata pi di una settimana dall'udienza con il sultano
ma il ricordo non la abbandonava, era sospeso ai
limiti della memoria come una mongolfiera. Mescol
l'ultimo goccio di t ormai tiepido con il mignolo e
se lo port alle labbra. La mattina dopo l'udienza,
Eleonora e il Bey avevano discusso parecchio dell'esperienza.
Lei gli aveva descritto il giardino del palazzo, le
guardie, i visir e gli araldi, raccontandogli infine dell'impasse
nel mar Nero e del consiglio dato al sultano.
Il Bey aveva ascoltato il resoconto con orgoglio e attento
interesse, soprattutto una volta chiarito che il sultano
aveva agito secondo il suo consiglio. La sua preoccupazione
principale, per, era sapere se il sultano o il
gran visir le avessero fatto domande su di lui, sulle sue
abitudini o cose del genere. Quando lei gli aveva assicurato
che non le avevano chiesto nulla, il suo viso si
era rilassato. E alla fine le domande si erano esaurite.
Eleonora si pul l'angolo della bocca con un tovagliolo.
Radunando con il pollice le briciole sul bordo del piatto,
tent di richiamare alla mente alcuni dettagli minimi:
la delicata curvatura del tetto della sala delle udienze,
il profumo di lill e lavanda, i triangoli d'argento
intrecciati ricamati sul collo del cafetano del gran visir
e i giochi della luce che penetrava fra i rami dei noci
attorno alla grande fontana.
Era persa in quei ricordi quando sent dei colpi alla
porta principale e passi sicuri che entravano in casa. Vide
che a produrre i rumori era stato un drappello di
facchini imperiali. Nascosta dietro lo stipite, li osserv
entrare tutti in fila come tanti scarafaggi viola, ciascuno
caricato di una cassa di legno grande quanto un baule
da viaggio. Il tappeto dell'ingresso era stato arrotolato e
le casse impilate a due a due tra il tavolino e la porta.
Monsieur Karom e un araldo di palazzo osservavano la
processione in silenzio. Quando l'ultima cassa fu al suo
posto, l'araldo tir fuori un portadocumenti d'argento
da dietro la schiena.
Questo  per la signorina Cohen.
Glielo consegner senz'altro disse Monsieur Karom.
L'araldo guard il guanto che il maggiordomo gli
aveva teso.
Sua eccellenza ha ordinato che la lettera sia consegnata
alla signorina direttamente, e a nessun altro.
Eleonora si fece avanti.
Prego.
Tutto il gruppo si volt a guardarla attraversare la
stanza in pantofole e vestito da casa. Quando fu vicina
all'araldo, lui abbass la testa come se non fosse sicuro
se inchinarsi o no.
Faccio presente disse, intanto che apriva il tubicino
d'argento e spiegava un foglio di carta pesante che
il biglietto  stato scritto dalla mano di sua eccellenza in
persona.
Eleonora tenne la lettera alle due estremit. Era scritta
in francese, con una calligrafia elegante e sicura.
Cara signorina Cohen,
permettetemi di dirvi che  stato un vero piacere avere
l'opportunit di fare la vostra conoscenza. Si capisce a
prima vista che siete una persona davvero fuori dal comune,
per la vostra intelligenza e per la vostra personalit.
Confido che la visita a palazzo sia stata di vostro gradimento
e auspico che ci sia la possibilit di incontrarci
ancora in futuro.
Per quanto riguarda le casse, che senza dubbio saranno
gi impilate lungo una parete dell'ingresso del Bey, al
loro interno troverete dieci anni di rapporti ufficiali, trattati,
rendiconti finanziari e corrispondenza diplomatica
relativa ai nostri rapporti con gli imperi russo e tedesco,
ma anche con le altre grandi potenze, Francia, Gran Bretagna
e impero asburgico. Vi prego di analizzarli con attenzione.
Tra due settimane avr il piacere di discuterne
con voi.  superfluo specificare che i suddetti documenti
sono strettamente riservati e che nessuno dovr venire a
conoscenza del loro contenuto, per nessun motivo.
Attendo con ansia il nostro prossimo incontro.
Abdul Hamid II
Alla fine le casse trovarono la strada della biblioteca e
vennero allineate in bell'ordine sotto le finestre che
guardavano sul porto di Besiktas. Oltre i vetri soffiava
un vento di mare insolitamente forte per la stagione,
che sferzava i rami degli alberi e faceva piroettare gli uccelli
marini. Dentro, per, si stava tranquilli. Dense
zaffate di fumo di sigaro e aroma di cognac erano striate
dell'odore stantio della pelle di vecchie rilegature,
mentre le frange dei pesanti tendaggi sfioravano i coperchi
delle casse. Alzando quello numerato con uno,
Eleonora si chin sopra l'apertura e ci frug. Tir fuori
un mazzetto di svariate lettere tenute insieme con un
cordino di seta e lo sleg. La prima lettera era contenuta
in una grande busta quadrata. Indirizzata al maggiore
Nikolaj Karakozov, era macchiata in un angolo di
quella che sembrava marmellata di fragole. Mancava
l'indirizzo del mittente. Eleonora strinse la busta ai
due lati e la missiva sgusci fuori. Era un invito manoscritto
a una festa in occasione del rinnovo della residenza
dell'ambasciatore francese. Non avendo trovato
nulla di particolarmente interessante in quel mazzetto
di lettere, lo ripose nella cassa e si port i primi due fascicoli
alla scrivania del colonnello.
La cassa numero uno era un guazzabuglio di corrispondenza
tra Istanbul e San Pietroburgo: biglietti personali,
inviti, velate minacce, minacce meno velate, rimostranze,
scuse e qualche richiesta di asilo. La maggior
parte era scritta in francese, frammisto di parole
in turco e in russo al posto giusto. Il senso delle lettere
era abbastanza chiaro, sebbene a tratti il console russo
si riferisse ad accordi, conversazioni e personalit che
Eleonora non conosceva. A eccezione di una breve pausa
per il pranzo, Eleonora lesse ininterrottamente per
tutto il giorno. Quando Monsieur Karom buss per
annunciare la cena, aveva letto quasi met del contenuto
della cassa numero uno. Pur con tutte le grosse lacune
del caso, ormai aveva cominciato a farsi un'idea dei
rapporti tra russi e ottomani.
Per due settimane Eleonora si immerse quotidianamente
nel mondo delle casse, il mondo delicato ed effimero
della diplomazia, della reciproca acrimonia e
delle alleanze instabili. Man mano che leggeva, espandeva
la sua comprensione della situazione geopolitica.
La guerra del 1878 e il conseguente trattato di Berlino
avevano costretto gli ottomani a rinunciare al controllo
su gran parte dell'Europa sudoccidentale. I porti della
Crimea erano stati riconsegnati ai russi, la Bosnia era
andata agli Asburgo ed erano state create nuove nazioni,
tra cui i regni di Bulgaria e Romania. Nel frattempo,
Francia e Gran Bretagna si erano tenute fuori dal
macello, ad attendere il loro momento come corvi appollaiati
su una staccionata.
Presi com'erano tra Mosca e Vienna, Londra e Parigi,
gli ottomani si erano rivolti a Berlino. Su richiesta
del gran visir, erano stati assoldati ammiragli tedeschi
come consiglieri militari, il Kaiser era stato accolto a
Istanbul con una parata imperiale e l'impero aveva
messo all'attivo un cospicuo prestito della Deutsche
Bank inteso in gran parte a finanziare il ramo Istanbul-Baghdad
della ferrovia Berlino-Baghdad. Tale arteria,
aveva scritto il Kaiser in una delle lettere personali
al sultano Abdul Hamid II, avrebbe rafforzato entrambi
gli imperi e rinsaldato i rapporti tra loro per gli anni
a venire. La lettera si chiudeva con un sigillo ufficiale e
un congedo stranamente informale: Saluti dal tuo alleato Guglielmo.
Nelle prime dodici notti, Eleonora dorm profondamente,
la mente al lavoro in un ronzio di nessi e possibilit.
L'ultima notte, per - quella prima della visita
al sultano - non riusc a addormentarsi. Il cielo era di
un nero setoso, senza fine, spruzzato di stelle come zucchero
rovesciato da un barattolo, e del tutto silenzioso,
non fosse stato per qualche solitario gatto randagio che
si aggirava furtivo sul lungomare. Le navi scivolavano
attraverso lo stretto alla spicciolata e la luna era pregna
di bagliore riflesso. Eleonora si gir sulla pancia e si tir
la coperta attorno alle spalle. Aveva letto dell'insonnia
nel trattato aristotelico Il sonno e i sogni e nella Clessidra.
Nei libri la parola evocava scene romantiche come
il girovagare del giovane colonnello Raicu nel giardino
della casa del padre recentemente deceduto, una tazza
di latte tiepido in mano e il germe di una sonata ancora
nascente sulle labbra. L'insonnia vera, per, era un'esperienza
ben diversa e niente affatto piacevole. Eleonora
sentiva un misto di stanchezza e terrore alla base
del collo, come un enorme peso. Desiderava alla follia
di dormire, ma pi lo desiderava e meno la sua mente
si abbandonava, e pi le sue membra si agitavano in un'ansiosa attesa del mattino.
Aveva passato in rassegna le casse, tutte e sei, centinaia
di pagine di minacce guerresche e caute riconciliazioni.
Eppure non aveva idea di cosa pensare, di cosa
dire quando il sultano le avrebbe chiesto consiglio. Inesorabilmente
connessi dalla geografia, gli imperi russo
e ottomano erano rimasti bloccati in un sanguinoso
stallo per secoli, a contendersi gli stessi territori relativamente
insignificanti, ad armare i propri eserciti e a
placare le grandi potenze. Non aveva idea di cosa dire.
E anche se l'avesse saputo, com'era possibile che lei,
Eleonora Cohen, esercitasse un'influenza su forze tanto indocili e soverchianti?
Quella notte la sirena della nebbia suon tre volte,
guidando le insonni navi da carico attraverso il Bosforo
e facendo rigirare nel letto gli abitanti di Istanbul. Appena
dopo l'alba, il quarto squillo svegli Eleonora da
un sonno in cui era caduta pochi attimi prima. Mancavano
ancora ore alla colazione, ma in cucina il fuoco
era acceso. I venditori ambulanti di pane andavano su e
gi per la via come gabbiani separati dal loro stormo. E
i felini, dopo gli agguati notturni, si rifugiavano in fetidi
vicoli con il loro bottino. Alla fine Eleonora concluse
che se non riusciva a dormire, tanto valeva dare un'ultima occhiata alle casse.
Non che fosse sorpresa di trovare il Bey in biblioteca,
ma al vederlo sussult. Era addormentato sulla poltrona
accanto al fuoco, l'abito sgualcito e le palpebre
cascanti come cani impigriti. Sul tavolino a fianco della
poltrona c'era un bicchiere da t vuoto, insieme a una
lampada a cherosene e a un mazzetto di lettere. Le casse,
apparentemente, non erano state toccate e riposavano
silenziose sotto le tende. Eleonora si chiuse la porta alle spalle e, sedutasi sulla poltrona davanti al Bey, raccolse
le ginocchia al petto. Mentre lo guardava dormire,
le braci scricchiolavano nel focolare e un vago alone
di luce solare si infiltrava tra i drappi. Alla fine il Bey si mosse e apr gli occhi.
Signorina Cohen.
La sua voce si affievol mentre guardava la stanza.
 mattina?
Quasi.
Il Bey si alz e sistem il vestito: tir gi i gambali
dei pantaloni e pass la mano sulle maniche dall'alto in
basso.
Non riuscivo a dormire disse, osservando la disposizione
degli oggetti sul tavolo accanto a s.
Eleonora si copr le gambe con il vestito da casa.
Nemmeno io.
Nel silenzio che segu il Bey estrasse da una tasca interna
il suo pince-nez e si guard attorno alla ricerca di
un fazzoletto. Non trovandolo, pul gli occhiali con
l'angolo della camicia. Quindi prese le prime due lettere
di un faldone posato al suo fianco e le porse a Eleonora.
Che le prese.
Avrei voluto aspettare che voi foste pi grande le
disse. Ma il momento  arrivato.
Grazie sussurr lei, pur non sapendo per cosa.
Vi lascio ai vostri pensieri disse il Bey e, prendendo
il resto delle lettere, usc.
Risistematasi sulla poltrona, Eleonora si chin sopra
le lettere che il Bey le aveva dato. La prima era la stessa
che aveva trovato qualche mese prima nella scrivania
del colonnello. Coperta di impronte digitali e di polvere,
non aveva francobollo, n timbro n indirizzo del
mittente, solo le parole Moncef Barcous Bey, presso signora
Damakan scritte sul davanti. Se la avvicin al naso
e inspir. La carta era ingiallita ai bordi e piegata in
quattro, due fogli coperti davanti e dietro da una grafia
piccola e ansiosa. L'inchiostro cominciava gi a imbrunire
ma alla luce sorgente del mattino si leggeva senza
difficolt.
Caro Moncef Bey,
spero sinceramente che la mia lettera vi trovi in buona
salute e felicit, sebbene debba ammettere di avere qualche
dubbio sul fatto che la riceverete. Non perch nutra
sfiducia nella lealt della vostra latrice n nel suo ardente
desiderio di recapitarla. Anzi,  dietro suo sprone che vi
scrivo. Tuttavia, si tratta di una donna che ha intrapreso
un lungo viaggio da sola e nel pieno della battaglia. Ecco
perch nutro qualche riserva. Ciononostante, sono fiducioso;
non ho altra scelta. I fili del telegrafo sono ancora a
terra e il servizio postale  sospeso.
Come sapete, Costanza  stata presa dalla cavalleria
dello zar quasi due settimane fa. In questo lasso di tempo
ho visto orrori che non avrei mai immaginato: saccheggi,
incendi, vandalismi e il brutale, ripetuto oltraggio della
popolazione femminile della nostra citt. Non posso dilungarmi
a descrivere tali eventi, impressi nella mia memoria
per sempre. Vi basti sapere che la reputazione dei
cosacchi non  un'esagerazione. Sono villani e rudi, violenti,
spietati e ubriaconi. Purtroppo, i soldati ottomani
non sono molto migliori. Le poche centinaia di codardi
stanziati a Costanza sono fuggite la notte prima dell'attacco,
lasciando la citt priva di difese. Ma non vi annoier
con questi particolari. Senza dubbio avete gi sentito
molti resoconti simili; inoltre dispongo di uno spazio
limitato per sottoporvi una questione che, come vedrete,
 della massima importanza. Permettetemi allora
di venire al dunque.
Mentre si scatenava l'inferno, la mia cara moglie Leah
 andata in travaglio. Poco dopo aver dato alla luce una
bambina, una forte emorragia l'ha stroncata. Il duro colpo
della sua morte ha adombrato la gioia per la nascita
della mia primogenita. Solo ora, settimane dopo gli eventi
che vi ho descritto, ho trovato la forza per scrivere una
lettera di una certa lunghezza. Non serve a nulla, lo so,
speculare su come avrebbero potuto andare le cose, ma
non posso fare a meno di domandarmi cosa sarebbe accaduto
se al parto avesse assistito il medico della citt, il
dottor Husic. Al posto del dottore, che era impegnato a
curare i feriti, alla nascita di Eleonora sono state presenti
due levatrici tartare, comparse come per miracolo sulla
soglia di casa nostra non appena cominciato il travaglio.
Mi hanno detto di essere state guidate da un'antica
profezia, preannunciata da una convergenza di segni: uccelli,
frotte di cavalli, la fase lunare o qualcosa di simile.
Devo ammettere di non aver capito di che natura fossero
tali segni n di riporvi grande fiducia. So per che l'aiuto
datomi dalle due donne, una delle quali  la latrice di
questo messaggio,  stato impagabile. Non so come avrei
fatto senza di loro. Hanno accettato di restare con me, di
aiutarmi a mandare avanti la casa, fino alla partenza per
Istanbul. Come anticipato nel telegramma di una settimana
fa, giunte a Istanbul, entrambe si metteranno alla
ricerca di un'occupazione e ve le raccomando caldamente
per un eventuale impiego domestico in casa vostra.
E in chiusura di questa lettera, devo avanzare anche
una piccola richiesta che riguarda me stesso. Siccome
mia figlia  venuta al mondo con un solo genitore e pochissimi
altri familiari, mi sento in obbligo di lasciare disposizioni
nel caso mi capitasse qualcosa. Ho gi avuto
modo di dirvi che vi considero uno degli uomini pi
onorevoli, onesti e moralmente integri che conosca; sarei
quindi onorato di affidarvi mia figlia se mi accadesse
qualcosa. Spero che prenderete in considerazione la
mia richiesta, a prescindere dalle circostanze in cui vi sar
recapitata. E spero sinceramente di rivedervi presto, in
tempi pi sereni.
Fino ad allora rimango il vostro fedele amico,
Yakob Cohen
Quando ebbe finito di leggere la lettera, Eleonora la ripieg
come prima e la infil nella busta. Riallacciandosi
il vestito da casa, guard le braci grigie del fuoco della
sera precedente. La sua mente fu attraversata da almeno
dieci pensieri diversi che non riusc a trattenere.
C'erano cos tante cose da prendere in considerazione:
la violenza della sua nascita, la profezia, i cavalli e gli
uccelli. Suo padre non sembrava riporre molta fiducia
nei segni della signora Damakan ed Eleonora si fidava
del padre pi di chiunque altro. Eppure era l, nero su
bianco, un destino gi scritto, un fato antico di cui non
conosceva la natura. Aveva cos tante domande, su se
stessa, suo padre, il suo stormo, la signora Damakan
e il Bey; sulla sua nascita, le levatrici, la profezia e sul
perch nessuno gliene avesse mai parlato. Era talmente
assorbita da quelle domande che per poco non si dimentic
della seconda lettera. Anche quella era indirizzata
a Moncef Barcous Bey e il timbro riportava una
data di met febbraio; era molto pi breve della precedente.
Eleonora la sfil dalla busta e la lesse in fretta.
Moncef Barcous Bey,
vi ringrazio per le vostre sentite condoglianze. Sono
accolte e apprezzate. Yakob mi diceva spesso quanto affetto
e rispetto nutriva per voi. Ora capisco il motivo
di tali sentimenti. Yakob mi aveva anche riferito di avervi
chiesto di prendervi cura di Eleonora nel caso gli accadesse
qualcosa. Sebbene io sia, come voi scrivete, zia e matrigna
della bambina, purtroppo devo chiedervi di sollevarmi
dai miei doveri. Mi addolora doverlo fare ma al momento
non mi trovo nella posizione di occuparmi di
Eleonora. Per quanto riguarda le preoccupazioni finanziarie
suggerite dal vostro telegramma, avvaletevi pure liberamente
dei guadagni di Yakob a Istanbul. Dovrebbero
essere pi che sufficienti per coprire le spese del mantenimento
di Eleonora. Vi ringrazio per la comprensione.
Ruxandra Cohen
Eleonora si alz e appoggi entrambe le lettere sul tavolo
davanti a s. Sent un pizzicore acido in gola, seguito
da un retrogusto torbido. Allora Ruxandra aveva
risposto ai telegrammi del Bey. Saperlo era stranamente
confortante. Sebbene il contenuto della lettera la ferisse,
sebbene la lettera dimostrasse senza ombra di
dubbio che Ruxandra l'aveva abbandonata per cinismo,
essersi svincolata dalla speranza era di per s un
sollievo. N Eleonora poteva dire di avercela con il
Bey per averle nascosto la lettera. Era logico che volesse
risparmiarle la ferita di una lettera simile subito dopo la
morte di suo padre. E comunque, al momento aveva
ben altre preoccupazioni. La sua mente brulicava ancora
di cavalli, uccelli e antiche profezie. E c'era solo una
persona che poteva rispondere alle sue domande.
Con un giro al pomello della porta, Eleonora fu fuori
dalla biblioteca, in corridoio. Facendo del proprio
meglio per calmare i pensieri, per concentrarsi su quello che stava facendo, si ferm un attimo e si mise una
mano sul petto. Il battito del suo cuore era forte sotto il
tessuto leggero della vestaglia. Inspir, svuot la mente
e, un passo dopo l'altro, aggir il perimetro della sala
da pranzo, pass sotto la breve luce del lampadario e
varc la soglia della cucina. Il locale dal pavimento
grezzo era pieno di spifferi, odorava di olio di oliva e
cipolle. A parte una sfilza di pentole appese sopra la
stufa, non c'erano decorazioni di sorta. Sulla parete
di fondo si aprivano tre porte sostenute da spessi cardini
di ferro. Quella a sinistra portava all'esterno, in un
piccolo cortile. Quella a destra, alla dispensa. La porta
di mezzo, invece, appena due dita pi alta delle altre,
portava agli appartamenti della servit.
La porta si apr facilmente dando accesso a una ripida
scala di legno che si dissolveva nella nebbiosa e cupa
luce delle candele. Eleonora sal il primo gradino scricchiolante
e la porta si richiuse alle sue spalle. Appoggi
la mano sul logoro corrimano di ferro e cominci a salire,
un gradino alla volta, fino in cima. A quel punto
vide che la luce delle candele filtrava da sotto una delle
due porte. Sper vivamente che fosse la stanza della signora
Damakan. Se fosse stata quella di Monsieur Karom,
gli avrebbe detto di essere in cerca di qualcuno
che potesse aiutarla con una faccenda di donne. Cosa
si intendesse con quell'espressione non lo sapeva con
esattezza, ma sapeva che l'avrebbe condotta dalla signora
Damakan senza dover fornire ulteriori spiegazioni.
Eleonora fece qualche respiro ovattato davanti alla porta
prima di bussare pianissimo. Pass un lungo momento,
poi sent un colpo di tosse e un fruscio. La porta
si apr. Era la signora Damakan.
Mia cara esclam, mettendo la mano sulla spalla
di Eleonora. Cosa ci fai qui?
Eleonora cerc di rispondere ma fu sopraffatta. Cominci
tirando su con il naso, lasciandosi sfuggire un
flebile singulto e poi sgorgarono le lacrime. Sent lo
stomaco allentarsi e risalirle in petto, dal ventre fin
su nei polmoni e in gola, come una creatura marina dagli
occhi pallidi finalmente risalita in superficie dopo
anni di caccia nelle profondit. Quando apr bocca,
il suo corpicino rabbrivid. La pressione delle due settimane
passate, della profezia, del sultano e di tutte le
sue domande eruppero contemporaneamente. Eleonora
affond il viso in grembo all'anziana domestica e
pianse. Pianse per suo padre, per sua madre e per Costanza,
per la signora Damakan, per sua nipote e per
tutta la sofferenza di cui non sapeva nulla, ma soprattutto
pianse per se stessa, per la sua improbabile esistenza
e per la dura incertezza del proprio posto nel
mondo.
Quando fu sfinita, rimase a lungo seduta sul bordo del
letto, a fissare la nuda candela che tremolava sul tavolo
davanti a lei. La signora Damakan la abbracciava, le accarezzava
i capelli e sussurrava in una lingua che lei non
capiva. Alla fine Eleonora si alz e si scus sotto voce.
Chiedo scusa disse, asciugandosi le lacrime con la
manica. Spero di non avervi disturbata.
Niente affatto.
Eleonora si guard le mani, accoccolate tra le pieghe
della veste. La sola presenza della signora Damakan bastava
a calmarla.
Sei una bambina molto speciale disse l'anziana
domestica, accarezzandole i capelli. Lo sai, vero?
Eleonora mormor un s.
Sai di essere speciale ma forse non sei sicura del
perch.
Eleonora annu. In effetti, il nodo della questione
era proprio quello.
Per migliaia di anni continu la signora Damakan,
la mia gente ha tramandato una profezia - fatta dal nostro
ultimo grande re sul letto di morte - la promessa che
sarebbe venuta una bambina a respingere la marea della
storia e a rimettere in sesto il mondo sul suo asse. Alla sua
nascita ci sarebbero stati dei segni. Frotte di cavalli al galoppo,
stormi di uccelli riuniti a convegno, la stella polare
in allineamento con la luna. Da quei segni, aveva
detto il re, avremmo capito che era lei, la bambina.
La signora Damakan guard Eleonora con un misto
di paura e reverenza, sul viso le profonde ombre proiettate
dalla candela crepitante.
Quella bambina sei tu.
Eleonora distolse gli occhi da quelli della signora
Damakan e guard la pozza delle proprie lacrime.
Che decidesse di crederci o no, le sue parole, pronunciate
con tale incrollabile convinzione, la facevano tremare
fino al midollo.
E il sultano, e le sue casse? insistette. Cosa devo
fare domani? Non so cosa dirgli. Com' possibile che
sia io, se non so nemmeno cosa dire?
La signora Damakan deglut e chiuse gli occhi.
Fidati di te stessa. Ascolta la tua pancia. Non abbiamo altro.
...
.
...
CAPITOLO 22.
...
.
...
Mentre la signora Damakan le allacciava il vestito sulla
schiena, risalendo i gancetti uno a uno come i pioli di
una scala traballante, Eleonora si osservava nello specchio
della toletta. Lo sfinimento le si leggeva in viso
con chiarezza. Gli angoli delle palpebre erano grinzosi,
le gote pallide come porcellana e, per quanto cercasse
di tenerle sotto controllo, le mani le tremavano leggermente
lungo i fianchi. A colazione non aveva mangiato
nulla e sentiva il fondo dello stomaco liscio liscio, come
una vasca da bagno vuota. N lei n la signora Damakan
parlarono pi della conversazione di qualche ora
prima, sebbene fosse ancora viva nel ricordo di entrambe.
La lettera di suo padre, segno tangibile della sua assenza,
sarebbe bastata di per s a logorarle i nervi. Oltretutto
doveva anche fare i conti col traumatico racconto
della sua nascita; la profezia, vera o falsa che fosse;
e la lettera di Ruxandra. Il tutto mentre si preparava
a incontrare il sultano. Guardandosi nello specchio,
sentiva un formicolio di trepidazione sotto le piante
dei piedi e percepiva i propri nervi come tentacoli innumerevoli,
allungati a toccare il mondo circostante.
Non voleva andare a palazzo, non in quel momento,
non in quello stato, ma nessuno poteva dire di no al
sultano. E se anche avesse potuto, ormai era tardi.
Mentre la signora Damakan infilava l'ultimo uncino
nell'asola corrispondente, la carrozza imperiale si ferm
davanti a casa del Bey. Un attimo dopo bussarono alla
porta.
Eleonora e l'araldo del sultano passarono in silenzio
accanto a barcaioli sbadiglianti e guardie notturne che
accudivano le braci malaticce nei loro bracieri. Passarono
accanto a un capannello di giovani studenti di una
madrasa fuori dal bazar egiziano, attraverso un gruppo
distribuito di supplici e arrivarono alla porta del Saluto.
Mentre i cancelli interni del palazzo venivano aperti,
l'araldo le tocc il ginocchio.
Mi raccomando le disse, abbassando la palpebra
inferiore e scoprendo le venuzze del bordo orbitale.
Non abbiamo che voi.
Senza aggiungere una parola, senza nemmeno
un'occhiata dietro le spalle, l'araldo condusse Eleonora
attraverso i giardini del palazzo e la lasci davanti al
vessillo del profeta. La introdussero immediatamente
nella sala delle udienze. Inchinandosi, Eleonora not
che era quasi vuota. Oltre al sultano, a lei e a qualche
guardia, c'erano solo due persone. Uno era il gran visir,
lo riconobbe. L'altra era una donna attempata che non
aveva mai visto.
Buongiorno, signorina Cohen.
Quando il sultano parl, tutti i presenti smisero di
fare quello che stavano facendo e si voltarono verso
di lui.
Buongiorno, vostra eccellenza.
Confido che il tragitto fino a palazzo sia stato gradevole.
S disse Eleonora, moltissimo.
Mi fa piacere.
Indicandole il gran visir, il sultano prosegu.
Vi ricordate di Jamaludin Pasci?
S, vostra eccellenza.
Eleonora e il gran visir non erano stati presentati ufficialmente
ma lei se lo ricordava dall'udienza precedente.
Penso per di dovervi presentare mia madre disse
ancora il sultano, con un cenno alla donna attempata
alla sua sinistra. La Valide. Il resoconto della nostra
prima udienza l'ha molto affascinata e ha voluto incontrarvi
di persona.
La madre del sultano era una creatura elegante e aggraziata,
il collo circondato di gioielli e la pelle a mollo
in un profumo stordente.
 un piacere conoscervi disse Eleonora, inchinandosi
di nuovo, sebbene non profondamente quanto al
suo ingresso nella sala.
Il piacere  mio, cara.
Prima di cominciare a discutere di cose serie disse
il sultano, piegando le mani sotto il mento, pensavo
vi interessasse sapere che i nostri traduttori hanno finalmente
terminato di tradurre il primo volume della
Clessidra in turco. L'ho iniziato solo qualche giorno
fa ma mi sembra gi di capire come mai vi sia piaciuto
tanto.
Eleonora annu. Barcollante per essersi alzata troppo
in fretta dall'inchino, nella sua testa si avvicendavano
scene della Clessidra-, la signorina Holvert che si nascondeva,
rannicchiata nella cantina della fattoria del
cugino; il luogotenente Brashov che attraversava a
cavallo cittadine illuminate dal fuoco delle torce e dell'artiglieria
pesante; la risata incontrollabile del giudice
Raicu nell'aula affollata del suo tribunale. Tutte queste
cose le galoppavano nella testa ma non riusciva a pensare
cosa rispondere al sultano. Riusc a tirar fuori solo
una frase del quarto volume: La fune del destino l'aveva
trascinato attraverso fango e rovi, difficolt, tragedie e innumerevoli
notti insonni. A tratti gli era sembrata una
lotta impari, ma quando era finalmente giunto al termine
aveva capito che era stato tutto necessario. Forse la vita di
Eleonora non era stata altro che una preparazione per
quel singolo momento? Sbatt le palpebre e cerc di ritrovare
l'equilibrio.
Certo, vostra eccellenza.
C' un'altra cosa a cui volevo accennare prosegu
il sultano appoggiandosi su un gomito, prima di cominciare
a discutere di cose serie. Come forse saprete,
da molti anni mi interesso di ornitologia, sebbene a livello
amatoriale. Istanbul  un crocevia sulle rotte migratorie
e il palazzo  un punto di osservazione ideale.
Negli ultimi mesi ho notato pi di una volta un curioso
stormo di upupe viola appollaiate attorno alla casa
di Moncef Bey. Non vi annoierei con le mie osservazioni,
se non fosse che tali uccelli sono insoliti in questa
regione e oltretutto i testi indicano che sono animali
solitari. Vi domando cosa ne pensate perch pare che
lo stormo vi sia piuttosto affezionato.
Si ferm per darle modo di rispondere.
 il mio stormo disse Eleonora. Mi accompagnano
dalla nascita e mi hanno seguito qui da Costanza.
A quanto dicevano la lettera di suo padre e la signora
Damakan, anche il suo stormo era legato, almeno simbolicamente,
alla profezia. Comunque Eleonora ritenne
opportuno non renderlo noto, dal momento che
neanche lei capiva appieno quel legame.
Il vostro stormo ripet il sultano. Semplice.
Eleonora sorrise per confermare che era cos.
In ogni caso continu Abdul Hamid, cambiando
argomento, mi pare di capire che siate riuscita a leggere
i documenti che vi avevo inviato e che li abbiate
trovati interessanti.
S, vostra eccellenza.
Che impressione ne avete ricavato?
Eleonora sfreg il calcagno a terra.
Li ho trovati molto interessanti disse. C'era
qualche lettera che non ho capito fino in fondo, ma
per la maggior parte li ho trovati interessantissimi.
Quali lettere non avete capito?
difficile dirlo.
Si era rivolta al gran visir, che le aveva posto la domanda.
Poi, ricordando le regole del protocollo, torn
a voltarsi verso il sultano.
Per esempio, c'era una lettera del console russo in
cui si delineavano i termini di uno scambio di prigionieri
e poi anche una stesura non definitiva del trattato
di Santo Stefano. Credo di non aver capito del tutto il
contesto politico di nessuna delle due situazioni.
Con quella mole di documenti la rassicur il sultano
e con tante complicazioni politiche, non mi
aspettavo che comprendeste ogni particolare. 
comunque possibile fornirvi la documentazione necessaria
a contestualizzare quelle due situazioni.
Si rivolse al gran visir.
Volete provvedere voi?
Certo, vostra eccellenza.
Ora continu il sultano, rivolgendo di nuovo la
sua attenzione a Eleonora, sebbene non abbiate avuto
modo di leggere tutti i documenti di pertinenza, gradirei
sentire quali sono le vostre impressioni sulla situazione
nel complesso, oltre ai consigli che sarete eventualmente
in grado di dare.
Eleonora strinse i pugni, conficcandosi le unghie nei
palmi. L'enormit della richiesta del sultano la avvilupp
come una nuvola di moscerini. Apr la bocca con
l'intenzione di scusarsi, di dire che era molto stanca e
che, in tutta onest, non si era fatta una vera impressione
della situazione nel suo complesso. Prima che potesse
farlo, per, la madre del sultano intervenne.
Certamente saprete che il vostro precedente consiglio
a sua eccellenza  stato seguito. E che, almeno per
ora, ha funzionato.
No disse Eleonora. Non lo sapevo.
Era sui giornali locali.
Non leggo i giornali locali.
L'ha riportato anche la stampa internazionale insistette
il gran visir, annotando qualcosa sul suo taccuino.
Non leggo i giornali disse Eleonora. Se vi aspettavate
che lo facessi, domando scusa. Pensavo di dover
leggere solo il contenuto delle casse.
Il gran visir accanton il taccuino. Aveva l'aria di voler
fare una domanda, invece si limit ad arricciare il naso.
La strategia da voi proposta ha funzionato disse il
sultano. Capendo che non avremmo reagito, i russi
hanno smesso di infastidirci e sono tornati a Sebastopoli.
Quanto ai tedeschi, all'inizio erano abbastanza
seccati, ma poi mi sono sembrati contenti che abbiamo
ignorato il loro consiglio.
Il gran visir si schiar la voce.
Motivo per cui gradirei molto sentire le vostre impressioni
sulla situazione politica in generale.
Eleonora si asciug i palmi sul retro del vestito e deglut.
Era proprio come aveva detto la signora Damakan.
Doveva avere fiducia in se stessa. Non c'era altro
da fare. Nella sua testa era tutto un avvicendarsi di califfi
e muft, di re vissuti in un passato lontano e di capitali
abbandonate. Se solo fosse riuscita a pensare a
un'analogia appropriata.
La situazione dell'impero in generale disse, afferrando
il primo pensiero compiuto che le venne in mente
non  dissimile, direi, da quella degli ircani come la
descrive Senofonte nella Ciropedia.
Eleonora si sofferm a considerare l'effetto dell'analogia.
Sembrava per che nessuno dei presenti conoscesse
gli ircani, n Senofonte.
Gli ircani erano assoggettati ai loro vicini pi potenti,
gli assiri, che li sfruttavano sia politicamente sia
militarmente. Nella circostanza particolare descritta da
Senofonte, la cavalleria ircana aveva avuto l'ordine di
mettersi in coda a una colonna assira cosicch, nel caso
si presentasse una minaccia alle spalle, avrebbe parato il
colpo. Ma...
Eleonora si interruppe un momento per umettarsi le
labbra. In quella, tuttavia, le gir la vista. Il sole spunt
da dietro una nube e illumin la stanza, proprio il riquadro
di marmo dove lei si trovava.
Mentre loro disse, cercando di riordinare i pensieri.
Gli ircani...
Al che Eleonora croll. Prima in ginocchio. Poi, con
un tremito violento, si accasci e cadde a terra. L, sul
pavimento della sala delle udienze, l'attacco cominci
sul serio e la sua mente si svuot. L'ultima cosa che
avrebbe ricordato era la voce del sultano che gridava
di chiamare un dottore.
Sebbene Eleonora avesse letto per intero il Corano -
anzi, l'avesse memorizzato - le sue rivelazioni non avevano
trovato particolare risonanza dentro di lei. A meno
che le circostanze la stimolassero in tal senso, di rado
rifletteva sui suoi contenuti. Fu strano, perci, che
la prima cosa a venirle in mente quando apr gli occhi
e, strabuzzandoli, cerc di capire dove si trovava fosse
la sura dell'Avvolgente: Col vi  una fonte che scorre /
col alti divani / e coppe poste a portata di mano / e cuscini
assestati / e tappeti distesi. Attraverso una porta
aperta vedeva un vasto cortile popolato da belle giovani
che strimpellavano strumenti a corda e mormoravano
tra loro in toni tranquilli e allegri. Era il luogo della
fonte che scorre, dei tappeti distesi e dei cuscini.
Era sdraiata a pancia in gi su un'alta ottomana nel
mezzo di una piccola stanza affacciata sul cortile. Aveva
la testa affondata in un covo di cuscini di velluto e i
piedi nudi. Sentiva un formicolio alla mano destra
che, si accorse, era intrappolata fra il suo corpo e il materasso.
Con una certa difficolt, la sfil fuori e si gir
sulla schiena. Nel farlo, vide che a vegliarla c'era la madre
del sultano. Cerc di mettersi seduta ma quando
alz la testa una fitta dolorosa la trapass da una tempia
all'altra. In quel momento ricord anche la fine
della sura e le sembr aver senso. Ammonisci dunque,
che tu altro non sei che un ammonitore / e non hai autorit
alcuna su di loro.
Non muovetevi. Riposatevi, restate sdraiata.
La madre del sultano le tocc la fronte con il dorso
della mano e le port alle labbra un grosso calice.
Ecco disse. Beva.
Il contenuto era rosso scuro e aveva il sapore intenso
e dolciastro della melagrana. Quando Eleonora ebbe
terminato di bere, la madre del sultano pos a terra
il calice mezzo vuoto.
Ne avevate, di sete.
Eleonora annu e si port la mano sudata e formicolante
alla fronte. Avrebbe voluto chiedere dove si trovava,
cos'era successo e cos via ma era troppo stanca per
parlare. A dire il vero, era troppo stanca per pensare.
Il sultano  molto preoccupato per voi disse la
Valide. Quando le vostre condizioni si sono stabilizzate,
ha insistito per farvi portare qui, nei suoi appartamenti
personali. Abbiamo pensato che per voi sarebbe
stato il posto pi confortevole in cui riprendersi.
Eleonora cerc di nuovo di parlare, ma le parole non
vennero. Si persero sulla strada tra la mente e la bocca,
e nel tempo che impieg a rendersi conto che le erano
sfuggite, ormai aveva dimenticato cosa voleva dire.
Bevete un altro sorso di succo di melagrana. Vi dar
forza.
E mentre beveva, Eleonora sent davvero tornarle le
forze, man mano che gli zuccheri le entravano in circolo.
La sensazione, per, era accompagnata da una tremolante
svagatezza.
Cosa ricordate? le chiese la madre di Abdul Hamid,
accarezzandole il dorso della mano. Ricordate
cosa ci avete detto?
Eleonora alz il mento per scuotere la testa.
Non ricordate nulla di ci che ci avete detto? Sul
reverendo Muehler e il rompicapo? E su Moncef Bey
e lo strano giovane del Caf Europa?
No sussurr Eleonora, spingendo fuori la parola a
forza. Oltre gli ircani, non ricordava nulla. Cos'ho
detto?
Non ha importanza disse la madre del sultano.
Alzandosi, le scost dalla fronte una ciocca di capelli.
Anzi,  meglio che non ricordiate.
Eleonora appoggi la testa sul cuscino e guard fuori,
in cortile, le giovani coi loro strumenti a corde, cercando
di farsi venire in mente cosa avesse detto. Siccome
non ci riusciva, si concentr di nuovo sull'ambiente
circostante.
Chi sono quelle donne? chiese. Le musiciste del
sultano?
Per cos dire rispose la madre di Abdul Hamid,
voltandosi per nascondere un sorriso. La musica 
un'attivit molto coltivata dalle donne che vivono nell'harem.
Vivono qui? chiese Eleonora. Tutte quante?
S rispose la madre del sultano. Vivono tutte qui.
Dove sono i loro genitori?
La madre del sultano impieg un attimo a rispondere, come se non avesse mai considerato la cosa da quel punto di vista.
Sono quasi tutte orfane disse alla fine. Quelle
che hanno ancora i genitori sono state mandate qui
per migliorare la loro posizione sociale. Anch'io ero
una giovane odalisca, tanto tempo fa, alla corte di Ahmed
IV, il padre di Abdul Hamid. Si fa una bella vita.
Eravate orfana?
S rispose l'anziana dopo un momento. Ho perso i genitori da piccola, come voi.
Eleonora avrebbe voluto fare altre domande, sul palazzo
e le odalische, sulla musica che suonavano, ma in
quell'istante fu avvolta da una spossatezza irresistibile.
Pi tardi, quel pomeriggio, fu trasportata a casa del
Bey. Pass gran parte della settimana seguente a letto, a
riposare. Le cortine chiuse e le coperte tirate fin sotto il
mento, mangiava pane tostato intinto nel t e beveva
tali quantit di succo di melagrana che sul bordo dei
denti le rest un alone violaceo. Non era malata n infortunata.
Come aveva spiegato al Bey, alla signora Damakan
e all'interminabile sfilza di medici mandati dal
palazzo, aveva soltanto perso le forze. Era come, diceva,
se avessero aperto un rubinetto vicino al nucleo del suo
essere e tutte le sue forze fossero defluite. I medici avevano
altre teorie pi scientifiche, che andavano dall'epilessia
alla meningite al diabete, ma nessuno di loro
avrebbe saputo pronunciarsi con certezza. E del resto
non importava. Qualunque fosse la malattia che la affliggeva,
era in via di guarigione.
Nel frattempo, a Istanbul era tutto un vociferare.
Gi mentre la carrozza imperiale riportava Eleonora oltre
il ponte di Galata, la storia del suo attacco stava filtrando
sotto i cancelli del palazzo e rotolando gi per la
collina verso il cuore della citt. Tendendo l'orecchio
lo si sarebbe sentito, l'inconfondibile mormorio del
pettegolezzo. Come uno sciame di locuste, cal dall'alto
e, ronzando, pass di casa in casa. Trasportato dall'alito
lieve dei suoi ospiti, mut man mano che si diffondeva.
Eleonora non aveva fatto nulla di male, nulla di
sconveniente o immorale. Di conseguenza, non fu
uno scandalo in grande stile. Eppure era innegabile
che fosse una storia interessante. Nonostante Istanbul
fosse una citt di due milioni di persone, con decine
di quartieri e di lingue diverse, le voci circolavano rapide
come nella piazzetta di un piccolo paese. Quando
Eleonora si distese sul suo letto tiepido e candido e si
addorment, la storia si era gi spaccata in due filoni in competizione.
Il primo, secondo cui Eleonora sarebbe stata una veggente
o una profetessa, si diffuse lungo le sponde del
Bosforo, facendo tappa nelle case di villeggiatura dei
ricchi sulla via per le isole dei Principi. La storia sobboll
sulle isole per qualche giorno, partecipando a tutti i gala
e a tutte le cene di una certa importanza, prima di tornare
nel cuore di Istanbul in groppa alla servit. L'altro
filone, secondo il quale Eleonora sarebbe stata una spia
britannica inviata a insidiare l'alleanza tedesco-ottomana,
trov la strada del ponte di Galata e risal a Pera, dove
le comunit straniere se lo riferivano tra loro sottovoce.
Guardandosi le spalle di tanto in tanto per essere sicuri
che non ci fossero altre spie in ascolto, diffondevano
la storia dell'orfanella affidata a Moncef Barcous
Bey, che sobillava la ribellione al Kaiser.
All'interno del palazzo era la prima versione a dominare,
rafforzata dai racconti dei testimoni che avevano
assistito al drammatico attacco di Eleonora nella sala
delle udienze. Certe fazioni del governo, comunque,
compreso il gran visir, avevano sposato l'altra versione,
secondo cui Eleonora era un agente segreto straniero o
quanto meno una marionetta agli ordini di Moncef
Barcous Bey. Cosa ne pensasse il sultano era un mistero,
per quanto nelle settimane successive divenne evidente
che si era preso molto a cuore il consiglio di Eleonora.
...
.
...
CAPITOLO 23.
...
.
...
Il gocciolio e il ticchettio della pioggia continuarono
incessanti fino al limitare della mattinata, sciacquando
via la polvere dai tetti di tegole rosse del Robert College
e ridando al fogliame un certo lustro. Anche con le
finestre chiuse, lo studio del reverendo odorava di terra
umida e polline, lo stesso odore del campo di soffioni
dietro Sant'Ignazio. Il reverendo morse la punta della
penna e la picchiett sui denti, concedendosi di fantasticare
per un momento. Le grondaie gorgogliavano e
dal vetro colorato della finestra sopra la sua scrivania
entrava una luce dilavata, quasi fosse anch'essa sommersa.
Ma per quanto la luce fosse degna di nota, bisognava
concentrarsi su quel che c'era da fare. Appoggiando
i palmi ai due lati della lettera che aveva davanti,
rilesse quanto aveva scritto.
Mio caro Donald,
spero vivamente che la mia lettera ti trovi in buona salute
e su di morale, e che perdonerai la prolungata assenza
Rimettendo il tappo alla penna, il reverendo si diresse
all'altro capo dello studio, al caminetto. La parola giusta
era rinvio, non assenza, ma non aveva voglia di ricominciare
da capo. In fondo in fondo, non gli importava
nulla di cosa pensasse Donald Stork del suo stile
epistolare, n di niente altro, a dire il vero. La loro corrispondenza
era continuata tanto a lungo pi per una
questione di ossequiosit e cortesia che di amicizia. Il
reverendo non era affatto interessato agli exploit di Donald
a Wall Street, n alle feste a cui lui e la moglie erano
invitati. E del resto, James non riusciva a immaginare
che Donald nutrisse grande interesse per le complicazioni
sociali di Istanbul n per i costanti progressi del
Robert College. Probabilmente il ventre oscuro della
capitale avrebbe solleticato la sua curiosit ma perfino
James si rendeva conto che non era il caso di affidare
informazioni tanto delicate a una lettera. Appoggiandosi
alla pietra fresca del frontale, il reverendo Muehler
not che la sua aspidistra aveva bisogno d'acqua. Si ripromise
di spiegare alla signora Eskioglu qual era il modo
giusto di curare le piante in vaso. Ma gi mentre ci
pensava, sapeva che l'appunto mentale sarebbe andato
perso nel marasma delle cose di cui doveva occuparsi
prima di andare a cena con Fredrick quella sera.
Fredrick Sutton. Di tutti i suoi amici della Yale,
Fredrick era l'ultimo da cui James si sarebbe aspettato una
visita. Non che non fossero stati intimi. Entrambi provenienti
da famiglie di lavoratori, fra loro c'era sempre
stato un inevitabile misto di affinit e rivalit. Le maree
della vita, per, li avevano trasportati in direzioni quasi
opposte: il reverendo Muehler alla tonaca e Fredrick alle
ingrate fatiche del giornalismo. E come se non fossero
bastate le divergenze professionali, Fredrick non era
mai stato un buon corrispondente. Si erano mandati
cartoline negli anni subito dopo la laurea ma gli aggiornamenti
si erano presto esauriti. James aveva continuato
ad avere notizie di Fredrick attraverso altri amici pi
coscienziosi. Sapeva delle promozioni, delle relazioni
amorose, del trasferimento a New York, ma erano almeno
due anni che non avevano contatti diretti. Fino
a un mese prima, cio, quando James aveva trovato sulla
scrivania un telegramma giallo con il seguente messaggio:
Arrivo a Istanbul due agosto. Holland America
Lines. Ci vediamo presto. Fredrick Sutton.
Nonostante il Robert College disponesse di una foresteria
molto confortevole, Fredrick aveva insistito per
scendere al Pera Palace. James fu un pochino offeso per
la decisione dell'amico di andare in albergo ma alla fin
fine forse era la soluzione migliore. Aveva parecchio lavoro
da fare nelle due settimane successive e gli mancava
giusto un ospite da intrattenere. Gi solo quel pomeriggio,
aveva intenzione di finire la lettera a Donald
Stork, preparare una scaletta per il rapporto al console
americano e rivedere la bozza definitiva del suo articolo
sulle varie manifestazioni del genio infantile. Ma prima
di reimmergersi nel lavoro, pens che gli avrebbe fatto
bene una passeggiata, per schiarirsi le idee.
Fuori l'aria era carica di vapore acqueo e il sole sanguinava
attraverso uno strato di cirri in rapido movimento.
Sugli alberi il muschio era zuppo e appena fuori
dal suo studio un gruppo di alunni stavano giocando
a passarsi la palla in cerchio. La semplicit dell'infanzia,
riflett il reverendo, si apprezzava solo da lontano. Salut
gli studenti alzando la mano e si diresse verso il
suo punto di contemplazione preferito, una panca di
legno che guardava sul Bosforo. Vide che la tempesta
aveva liberato la vista fino alle isole dei Principi, dove
un banco di navi stava emergendo alla spicciolata da
una bassa cortina di nubi temporalesche. Si scherm
gli occhi dal sole e li socchiuse. Forse a bordo di una
di quelle navi c'era Fredrick. Chiss. Non si capiva
mai di che nave si trattava finch non usciva dalla luce diretta del sole.
Dopo circa un'ora di tortuosa contemplazione, il reverendo
si alz. Si era schiarito le idee e aveva ritrovato
la determinazione a portare a termine tutto ci che era
necessario. Stava camminando sul viottolo stretto tra la
cappella e il suo studio, buttando gi mentalmente il
paragrafo successivo della sua lettera a Donald Stork,
quando uno studente lo avvicin. Il ragazzino minuto,
furbetto, che aveva ingaggiato mesi prima per tenere
d'occhio i movimenti di Eleonora, ansimava e aveva
il colletto macchiato di sudore. Si ferm un attimo
per riprendere fiato.
Avete sentito? disse. Avete sentito la notizia, reverendo?
Con un cenno assente del capo, il reverendo diede al
ragazzo licenza di continuare.
La signorina Cohen disse quello. Ieri  stata al
palazzo del sultano ed  svenuta. Era a terra, in preda
alle convulsioni, e profetizzava.
Ragazzo mio gli disse il reverendo, con tono pi
che mai ammonitore. Pensa bene a quello che stai dicendo.
Aveva le convulsioni? Profetizzava? Mi riesce
molto difficile crederlo. Dimmi, chi te l'ha riferito?
Ne parlano tutti, reverendo.
Il reverendo si accovacci per guardare il ragazzo negli
occhi e gli mise delicatamente una mano sulla spalla.
Tutti chi?
Me l'ha detto ieri mio fratello disse il ragazzino,
asciugandosi il sudore sul labbro superiore. Poi l'ho
sentito di nuovo al caff. E mia madre mi ha detto
di averlo sentito dalla sua amica il cui cognato lavora
a palazzo.
 tutto quello che sai, ragazzo mio?
Il ragazzo annu.
Sei sicuro?
S, reverendo.
Grazie. Puoi andare.
Il reverendo Muehler osserv il ragazzino correre via
lungo il sentiero. Era senza dubbio uno sviluppo interessante.
Massaggiandosi le tempie, cerc di immaginare
la signorina Cohen scossa dalle convulsioni, che faceva
profezie. Era un'immagine strana ma non del tutto
inverosimile. Aveva visto cose ben pi strane, era
certo. E ora che ci pensava, l'idea che soffrisse di un disturbo
neurologico, epilessia o magari encefalite, gli
sembrava avere senso. Patologie di quel tipo avrebbero
spiegato il tremore e le vocalizzazioni. Forse con ulteriori
ricerche si sarebbe potuto spiegare anche le sue
doti mnemoniche. Detto questo, bisognava sempre fare
la tara alle voci che circolavano in una citt come
Istanbul. Il reverendo l'aveva imparato sulla sua pelle:
gli era capitato pi di una volta di fornire ai suoi reclutatori
informazioni spurie. Avrebbe vagliato le informazioni
e verificato personalmente prima di trasmettere
la notizia. Stringendosi la cintura, si guard attorno.
Aveva dimenticato dove stava andando, ma non faceva
nulla, visto che tanto era quasi ora di cena.
Dopo essersi cambiato d'abito, James prese una vettura
fino al Petit Champ des Morts e percorse il boulevard
fino al Pera Palace Hotel. Era una grandiosa costruzione
rococ in stile francese, dipinta di giallo chiaro
e decorata con una quantit di florilegi orientaleggianti
un po' eccentrici. Trov Fredrick nell'atrio, circondato
da una comitiva di viaggiatori tedeschi che
sembravano di rientro da un'escursione pomeridiana.
Lungo un metro e venti diceva Fredrick, aprendo
le mani di quel tanto. Spesso come il mio braccio. Il
serpente pi grosso che abbia mai visto. E quando mi
ci sono imbattuto era avvolto attorno al collo di un
cammello come un collare.
Siete stato nel quartiere delle chiromanti? chiese
uno dei viaggiatori con un pesante accento inglese.
Elias, il nostro dragomanno, ci ha portato ieri.
 il primo posto dove sono andato disse Fredrick
strizzando l'occhio al vecchio dragomanno. Appena
sceso dalla nave. Ho detto ai facchini di portare i miei
bauli a Pera e di indicarmi il quartiere delle chiromanti.
Ci ho scritto un articolo che dovrebbe uscire sul
giornale di domenica.
Mentre i tedeschi annuivano in segno di approvazione,
Fredrick not James che seguiva la conversazione
un po' in disparte.
Jimmy disse ad alta voce, e si alz per andare ad
abbracciarlo. Quanto tempo  passato, amico mio.
Il maitre li guid attraverso il ristorante principale
dell'albergo, fino a un tavolo per due vicino all'ingresso
della sala da fumo. Non si poteva dire che fosse il tavolo migliore, ma in un'istituzione come il Pera Palace, il
reverendo Muehler e il suo amico giornalista non erano
certo personaggi di spicco. Attraversando la sala da
pranzo, il reverendo adocchi il barone von Vetz, oltre
al nuovo addetto militare americano e a un gruppetto
di medici dell'ospedale italiano. Comunque, sedere a
un tavolo poco in vista gli avrebbe fatto comodo. L'antica
simpatia rifior rapidamente man mano che i due
si ragguagliavano sugli ultimi tre anni e scambiavano
pettegolezzi sui vecchi amici di New Haven. Vivendo
ad Albany, era ovvio che Fredrick avesse pi informazioni
da condividere - la separazione degli Horner, il
nuovo libro di Darby e la zuffa di Jack con il governatore
- ma anche il reverendo aveva qualche bocconcino
sugoso. Era rimasto in stretto contatto con diversi
compagni di studi e aveva avuto modo di constatare
che le persone erano pi disponibili a divulgare i propri
segreti se il confidente era lontano.
Perfetto disse Fredrick quando arriv la prima
portata, una semplice insalata turca condita con olio
di oliva e succo di limone.
Si appoggi allo schienale della sedia per soppesare la
sala da pranzo con un misto di arroganza e ingenuit.
 sputato gli hotel della Riviera ma c' anche un tocco
decisamente orientale. Perfetto per la mia rubrica.
Spiegami meglio disse il reverendo, infilzando
con la forchetta un pezzo di cetriolo di che rubrica si tratta.
Fredrick tagli un pezzetto di pomodoro a met e ne
ispezion l'interno come per accertarsi che non fosse
uno strano vegetale asiatico mascherato da pomodoro.
Nulla di particolarmente interessante. Si intitola
Scorci dall'estero. In sostanza, ogni anno il giornale invia
un reporter in Europa per scrivere di un certo luogo,
abbozzare un po' di colore locale e magari spassarsela in societ.
Capisco.
Dovrebbe essere un premio, una compensazione
per aver sgobbato tanto ad Albany. Quattro anni nella
palude del governo statale equivalgono a un mese di questo.
Indic l'ambiente in cui si trovavano con un gesto
magniloquente.
Sto cominciando a pensare che sia stato uno scambio equo.
Pera  solo l'inizio disse James. Un assaggino di
Istanbul. La citt  piena di colore, se  quello che cerchi.
 proprio il motivo per cui ho chiesto di essere
mandato qui disse Fredrick. All'inizio non erano
d'accordo. Non pensavano che ai lettori interessasse
un quadro dall'Asia. Allora ho fatto presente che, anzitutto,
met di Istanbul si trova in Europa. E secondo,
che invece i lettori sono pi che interessati. Vogliono
dervisci ed elefanti. Basta guardare Kinglake. Le Mille
e una notte. La gente vuole colore orientale.
Il reverendo alz il bicchiere per brindare.
Al colore orientale. E ai vecchi amici. Benvenuto a Istanbul.
Fecero tintinnare i bicchieri e li vuotarono. Un attimo
dopo il cameriere serv il piatto principale, pollo a
la Pera. Era la specialit dello chef: un quarto di galletto
cotto a fuoco lento in una riduzione di succo d'arancia
e olio di oliva, accompagnato da marasche.
Hai sentito dell'orso parlante? chiese il reverendo dopo qualche boccone.
Certo.
Il reverendo Muehler sent ravvivarsi la scintilla dell'antica
rivalit. Fredrick era a Istanbul da neanche un
giorno e gi si atteggiava come se conoscesse la citt per
filo e per segno. Non ne aveva visto la met, un quarto.
Per un breve momento, James pens di riferirgli i particolari
delle sue attivit segrete pi recenti, se non altro
perch sapeva che l'avrebbe colpito. Invece domin
l'impulso. Era gi in una posizione abbastanza difficile.
Ci mancava solo una soffiata alla stampa straniera.
 una citt molto colorita disse James, a voce un
po' pi alta di quanto avrebbe voluto. Istanbul  la
capitale del colore, in effetti. C' il quartiere delle chiromanti,
dove sei gi stato, il bazar degli schiavi, l'incantatore
di serpenti di Uskildar. Per non parlare delle
attrazioni pi note, come il gran bazar, la chiesa di Santa
Sofia e le rovine di Troia.
S disse Fredrick, a Troia bisogna che andiamo.
 uno scorcio su cui gli editori hanno insistito molto.
Non  lontano dalla citt, vero?
Meno di un giorno di viaggio.
Mentre finivano il piatto principale, un cameriere
pass accanto al loro tavolo con una grossa caraffa di
bronzo piena di caff turco e ne vers una tazza ciascuno.
Ha un profumo meraviglioso disse Fredrick, portandosi
la tazzina alle narici. Che spezia ?
Cardamomo.
Cardamomo! disse Fredrick trionfante. Potrei
dedicare un intero articolo al caff turco.
Il reverendo Muehler rimase in silenzio per un attimo.
Voleva sorprendere il suo amico, fargli conoscere
un aspetto della citt che altrimenti non avrebbe mai
conosciuto.
Lo sai cominci, sentendo il vino avvampare alla
base del collo, gli incantatori di serpenti e le chiromanti
sono tutta una finta, sono solo uno spettacolo
per stranieri. Se vuoi il vero colore locale, ho fatto da
precettore a...
Non offenderti, Jimmy, ma non credo che nessuno
sia particolarmente interessato ai tuoi ragazzi.
 una femmina disse il reverendo, guardando il
suo amico sopra il bordo della tazzina. Otto anni. 
consigliera del sultano.
Fredrick socchiuse gli occhi.
Sono stato il suo precettore per alcuni mesi ma a
un certo punto non c'era pi molto da insegnarle. Il
sultano ha sentito parlare delle sue abilit linguistiche
e l'ha invitata a palazzo. E su cosa sia successo durante
l'udienza disse il reverendo abbassando la voce, circolano
le storie pi disparate. difficile dire cosa sia vero.
Questa  una citt di storie incredibili, una citt in
cui si parla molto. Ma una fonte piuttosto attendibile
mi ha riferito che ha avuto convulsioni e profetizzava.
Fredrick termin il suo caff e appoggi la tazzina
capovolta, come se si aspettasse che il cameriere gli predicesse
il futuro. Il reverendo lo vedeva rimuginare, finch
il volto del suo amico si apr in un sorriso.
Ho gi il titolo disse Fredrick, picchiettando sul tavolo con la punta del cucchiaino.  perfetto.
...
.
...
CAPITOLO 24.
...
.
...
Sebbene si svegliasse ogni mattina notevolmente pi
rinvigorita, con maggiore appetito e le forze che le rifluivano
nelle estremit, il recupero di Eleonora si rivel
pi lento di quanto avesse sperato. Per ordine del
dottore, prendeva i pasti in camera sua e scendeva
dal letto solo per andare in bagno o per sedersi sulla
sua poltrona preferita vicino al bovindo. Pass buona
parte della convalescenza affondata in quella poltrona,
senza leggere, senza pensare troppo, limitandosi a guardare
la vita della citt scorrere sotto di lei. Aveva dimenticato
quanto fosse piacevole osservare il traffico
marittimo del Bosforo, il costante andirivieni dei piroscafi
tra il mar di Marmara e il mar Nero, segnati da un
reticolo di caicchi che collegava Besiktas a Eminnii,
Uskildar, Haydarpaja e oltre. Dal suo osservatorio
sul ciglio dello stretto, Eleonora vedeva schemi ricorrenti
che non aveva mai notato prima: il lento trascinarsi
dei mendicanti di moschea in moschea, la deriva
verso sud di meduse e rifiuti, le ombre sottili dei minareti
che si sovrapponevano alla citt come le lancette di
un grande orologio.
La quinta mattina dopo l'attacco, Eleonora si avventur
al piano di sotto e fece colazione in sala da pranzo
con il Bey. Finito di mangiare ritorn di sopra, alla soffocante
letargia della sua stanza. Le due mattine successive
andarono nello stesso modo. L'ottava mattina, per,
inaspettatamente Eleonora decise che avrebbe preferito
passare la giornata in biblioteca. Il pensiero di
un'altra ora in camera sua le era insopportabile. E
non c'era ragione per cui stare seduta in camera dovesse
essere diverso da stare seduta in biblioteca. E cos, invece
di arrancare su per le scale e piazzarsi davanti al
bovindo, Eleonora si alz dalla sedia e percorse il lungo
corridoio fino alla biblioteca.
Giunta alla sua destinazione, era esausta e non pot
fare altro che crollare sulla poltrona vicino al caminetto.
Quando si sent di nuovo in forze, studi l'ambiente.
Pareva che il Bey avesse passato buona parte della
notte precedente proprio su quella poltrona. La seduta
era sfondata per l'eccessivo utilizzo e sul tavolino erano
appoggiati in disordine vari oggetti personali, bicchieri
da t e mozziconi di sigaro. Sotto quel caos giaceva l'edizione
domenicale di un quotidiano che non aveva
mai visto prima. Ripiegando le gambe sotto di s come
una mantide, Eleonora sfil delicatamente da sotto un
bicchiere di cognac mezzo vuoto il New York Sunday
News. Lo apr e cominci a sfogliarlo. C'era un articolo
sulla ricostruzione di Vancouver e un lungo pezzo che
rifletteva sui risultati della National Geographic Society
a un anno dalla fondazione, ma nessuno dei due suscit
il suo interesse. Stava per mettere gi il giornale,
quando not la rubrica Scorci dall'estero. L'articolo di
quella settimana occupava buona parte dell'ultima pagina
ed era illustrato da un'incisione raffigurante il Bosforo.
Sotto l'immagine, il titolo era stampato in corpo
trenta: L'ORACOLO DI ISTANBUL.
Secoli addietro, all'epoca di Omero e all'epoca di Platone,
a Delfi giovani donne predicevano la sorte a tutti
quei cittadini abbastanza fortunati da trovarsi in possesso
di qualche moneta e della forza di conoscere la verit.
Sotto il vessillo di tre semplici parole - Conosci te stesso
- quegli oracoli predicevano il destino di re, poeti, filosofi
e mercanti. La storia di Alessandro e dell'oracolo di
Delfi  ben nota. Si penserebbe che molte cose siano
cambiate dai tempi dei Cesari. Eppure a Istanbul i sovrani
si consultano ancora coi mistici. Il vostro corrispondente
ha saputo da fonte attendibile che il gran maestro
dei turchi, Abdul Hamid II, la scorsa settimana ha consultato
una veggente del tutto simile a quegli antichi oracoli
di Delfi, una precoce giovane ebrea di nome Eleonora
Cohen, che si dice sia caduta in un'estasi profetica ai
piedi del sovrano durante il loro incontro.
Leggendo il proprio nome sul giornale, Eleonora ebbe
la strana sensazione di essere fuori da se stessa, di guardarsi
dall'alto. Era come se la sua mente si fosse intrufolata
nei corridoi degli appartamenti delle donne
mentre il suo corpo era rimasto in poltrona a leggere.
La sensazione non dur che un momento ma quando
fin, quando rientr in s, si sent come se avesse acquisito
una nuova prospettiva sul mondo e sul proprio cammino in esso.
 sconcertante disse il Bey chiudendosi la porta
della biblioteca alle spalle ritrovarsi sul giornale.
Eleonora alz gli occhi. Non aveva idea di quanto a
lungo il Bey fosse stato sulla soglia a osservarla. Sebbene
la sua bocca sorridesse, il resto del suo viso comunicava
una pesante gravit d'intenti. L'angolazione delle
sopracciglia, la fermezza delle braccia conserte sul petto,
tutto nel suo contegno indicava che stavano per
mettersi a discutere di una questione della pi grande seriet.
Personalmente ho avuto la fortuna che gli articoli
scritti su di me fossero in gran parte veritieri. Diffamatori,
ma in gran parte veritieri.
Eleonora si tocc le clavicole con le punte delle dita
e pieg a met il giornale. Non voleva che il Bey pensasse
di non avere la sua completa attenzione.
Dopo il vostro incontro con il sultano le disse, sedendosi
sulla poltrona di fronte, hanno cominciato a
circolare dicerie di ogni sorta.
Che dicerie?
Questo articolo disse il Bey prendendo il giornale
dalle gambe di Eleonora, per quanto in errore su un
buon numero di punti,  di fatto uno spaccato abbastanza
preciso delle dicerie in circolazione, almeno a
quanto ho sentito io.
E le dicerie chiese Eleonora, dato che non sapeva
come rispondergli n se lui voleva una risposta, sono vere?
Il Bey alz il sopracciglio sinistro. Appiattendo il
giornale, lo appoggi sul bracciolo della poltrona.
 proprio di questo che volevo parlarvi. Negli ultimi
giorni ho notato alcuni tipi sospetti aggirarsi attorno
all'imbarcadero, alla moschea di Besiktas e al Caf
Europa. Ci mi ha indotto a pensare che la nostra casa
e la mia persona siano state messe sotto sorveglianza
sempre pi stretta.
Eleonora sent un nodo alla gola e il rossore della
vergogna salirle alle gote. Moncef Bey era stato cos
buono con lei. L'aveva protetta nel momento del bisogno,
si era preso cura di lei e l'aveva mantenuta, senza
mai chiedere nulla in cambio. L'ultima cosa che voleva
era aggravare le sue difficolt.
So che la vostra memoria  ancora debole continu
il Bey. Ma per la vostra sicurezza e il vostro benessere,
nonch per il mio, ho bisogno che mi diciate tutto
ci che ricordate di quel che avete detto al sultano.
Se ricordassi qualcosa rispose Eleonora, ve la direi.
Ma non ricordo, davvero. Mi ricordo solo degli ircani.
Gli ircani?
Ho raccontato al sultano, o almeno ho cominciato
a raccontargli, la storia degli ircani e degli assiri, da Senofonte.
Senofonte ripet il Bey, lanciando uno sguardo in
direzione dei suoi libri. Comunque, qualunque cosa
gli abbiate detto, ha avuto un effetto molto significativo
sul pensiero del sultano. Motivo per cui un gran numero
di potenti si  interessato alla faccenda.
A quel punto il Bey si alz e raggiunse uno scaffale
di libri di storia. Stava ancora sorridendo ma nella leggera
contrazione delle labbra e nella tensione alla base
della schiena Eleonora leggeva l'ansiet. Dopo aver sfogliato
una copia delle Opere scelte di Senofonte, torn a sedersi.
 un'analogia calzante disse, affondando nella
poltrona di pelle. Gli ircani e gli assiri.
Eleonora non ribatt. Non sapeva cosa pensare. Dopo
un lungo silenzio, il Bey le restitu il giornale e si
alz di nuovo.
Ditemi una cosa chiese, in piedi davanti alla poltrona
di Eleonora. Vi ricordate di aver detto qualcosa
al sultano a proposito del reverendo Muehler o dell'incontro
a cui avete assistito al Caf Europa?
Eleonora si pos il giornale in grembo e, nel tentativo
di alleviare la tensione che le stava montando dietro
gli occhi, si prese il naso tra pollice e indice e strinse.
Ricordare sarebbe stato il minimo che poteva fare,
ma in quella parte della sua mente c'era il vuoto pi
completo.
Quando mi stavo riprendendo disse alla fine,
nelle stanze private del sultano, sua madre mi ha chiesto
se ricordavo qualcosa di ci che avevo detto. Siccome
le ho risposto di non ricordare nulla, mi ha chiesto
se ricordavo di aver detto qualcosa sul reverendo
Muehler e il suo rompicapo, o sul suo incontro...
Si interruppe e si mise una mano sulla bocca, rendendosi
conto di cosa aveva fatto. Aveva tradito il
suo pi grande amico e protettore. Che il tradimento
non fosse stato intenzionale, era secondario. Guard
il Bey, immobile accanto alla sua poltrona. Serrava le
labbra per controllarne il tremito.
Non volevo gli disse.
Lo so.
Il Bey le mise una mano sulla spalla, poi continu.
A preoccuparmi  il fatto che il gran visir potrebbe
saltare a conclusioni infondate. Vedete, l'uomo che
avete conosciuto al Caf Europa  in cima alla lista
dei sospettati per il caso dell'incidente marittimo. In
passato abbiamo lavorato insieme per la causa delle riforme
costituzionali.  emerso, tuttavia, che lui ha legami
anche con diverse organizzazioni nazionaliste.
Comunque sia, un collegamento tra noi due non farebbe
che alimentare i sospetti del gran visir. Da cui il potenziamento
della sorveglianza.
Eleonora guard il giornale che aveva sulle ginocchia.
Per non vi faranno niente? disse, dando alla frase
il tono della domanda. Voi non avete fatto nulla di
male.
Il Bey annu, sebbene non sembrasse del tutto d'accordo.
Purtroppo, non funziona sempre cos.
Quella sera, dopo un sonnellino inquieto e guastato
dagli interrogativi, Eleonora ricevette le prime avvisaglie
di quello che presto sarebbe diventato un fiume
di comunicazioni da parte dei suoi ammiratori in tutto
il mondo. Spesso il Bey riceveva lettere e telegrammi
dopo cena, perci n lui n Eleonora furono sorpresi
quando il campanello suon e Monsieur Karom entr
in sala da pranzo con due lettere su un vassoio. Tuttavia,
invece di aprire le lettere e passarle al Bey come faceva
di solito, il maggiordomo and dall'altra parte
della tavola e appoggi il vassoio accanto a Eleonora.
La busta pi vicina a lei era di un bianco perlato. Sul
davanti riportava il suo nome per esteso: Signorina
Eleonora Cohen. La seconda lettera era scritta su carta
pi grossolana e indirizzata all'Oracolo di Istanbul.
Desiderate che ve le apra? chiese Monsieur Karom,
sull'attenti.
S rispose Eleonora, grazie.
Il maggiordomo prese il tagliacarte dal taschino della
giacca e, con un movimento elaborato, tagli con precisione
la busta perlata. Era un movimento che Eleonora
gli aveva visto fare decine di volte, ma a guardarlo
aprire quella lettera, la prima che avesse mai ricevuto,
le manc il fiato.
E un invito disse, dopo averla letta da cima a fondo.
La mia presenza sar molto gradita a una cena all'ambasciata
britannica.
Curioso disse il Bey, senza specificare perch lo
ritenesse tale.
La seconda lettera era una richiesta da parte di una
giovane donna il cui padre era mancato all'improvviso,
senza avere il tempo di combinarle un matrimonio adeguato.
Ora alla sua porta bussavano tre pretendenti, ciascuno
dei quali sosteneva di aver avuto la benedizione di
suo padre. Cosa la giovane volesse da Eleonora non era
chiarissimo, ma la lettera si concludeva con le parole:
Con la certezza che sarete in grado di aiutarmi.
Nei tre giorni successivi, Eleonora venne sommersa
di inviti, biglietti da visita, lettere e telegrammi che richiedevano
la sua presenza o la sua consulenza. La
maggior parte dei mittenti viveva a Istanbul, sebbene
alcuni si trovassero nelle zone pi estreme dell'impero
ottomano, in citt come Salonicco e Trebisonda, luoghi
che Eleonora aveva sentito nominare e che sarebbe
stata capace di individuare su una cartina ma di cui sapeva
pochissimo. Qualche giorno dopo cominciarono
ad arrivare telegrammi addirittura da Copenhagen e
Chicago. A prescindere dalla provenienza e dalla carta
da lettera grossolana o raffinata, Eleonora rispondeva a
quelle missive sempre nello stesso modo. Declinava
educatamente gli inviti a feste e cene, spiegando di
non essere ancora tornata in salute. E faceva del suo
meglio per ottemperare alle richieste di consigli con
tutto il buon senso di cui era capace. Sebbene in verit
trovare una soluzione ai propri, di problemi, fosse gi abbastanza difficile.
...
.
...
CAPITOLO 25.
...
.
...
Alla fine di agosto Eleonora si era ormai ristabilita. Nonostante
tutto si fosse risolto per il meglio, non riusciva
a liberarsi della sensazione che nella sua vita ci fosse stato
un cambiamento inesorabile. Era come sedersi a
banchettare con agnello arrosto, cotogne ripiene e orzo
in insalata solo per scoprire che mancavano le posate.
Pur continuando a condurre la stessa vita di sempre
in casa del Bey, Eleonora non poteva fare a meno di
sentire il destino che stringeva il cerchio, che limitava
il raggio del suo futuro come un abito sempre pi stretto.
Le sembrava che da un momento all'altro qualcosa
dovesse spezzarsi, strapparsi, rivelare una debolezza nel tessuto.
Perfino i rapporti che per lei contavano di pi non
sembravano affatto saldi. Sebbene avesse detto al Bey
tutto ci che ricordava della seconda udienza con il sultano
e di quando poi aveva ripreso i sensi nell'harem,
sebbene gli avesse spiegato la sua opinione sul nesso tra
gli ircani e l'impero ottomano, sebbene lui l'avesse perdonata
varie volte per il suo tradimento non intenzionale,
e ora si parlassero pi sinceramente e con maggiore
frequenza, Eleonora sentiva che da un certo punto di
vista il loro rapporto era cambiato per sempre. Anche
quando le parlava di questioni triviali - il caldo, il prezzo
in aumento del cotone o la reperibilit di ciliegie al
mercato ortofrutticolo - la sua fronte era tesa e le sopracciglia
sollevate in un'espressione interrogativa.
E non si trattava solo del Bey. Monsieur Karom era
molto pi deferente del solito. Si inchinava impercettibilmente
quando le passava la posta e tratteneva il fiato
quando spazzolava le sue briciole dal tavolo. All'ora del
bagno, la signora Damakan la lavava come un delicato
oggetto di vetro che temeva di danneggiare. E quando
le abbottonava gli abiti sulla schiena, Eleonora sentiva
che le tremavano le dita. Perfino il suo stormo era cambiato.
Le upupe erano pi sollecite e determinate, come
se avvertissero il compimento di una promessa nascosto
sotto una coltre di aria calda. Ogni mattina le
osservava prendere il volo una dopo l'altra dal cornicione
sotto la sua finestra. E a fine giornata ne seguiva il
ritorno nello stesso ordine in cui erano partite. Dove le
conducessero le loro sortite, cosa andassero cercando
nei recessi della citt erano solo congetture.
A volte sembrava che il mondo intero fosse fuori
squadra. Eleonora aveva preso l'abitudine di dare
un'occhiata, di tanto in tanto, alle vecchie copie dello
Stamboul Herald del Bey. Leggendo le notizie del giorno
precedente, aveva sempre la sensazione che qualcosa
di essenziale avesse rotto gli ormeggi. In sole due settimane,
aveva letto di tensioni tra la marina britannica e
l'imperatore cinese, di un devastante terremoto nel Sud
degli Stati Uniti, di un'epidemia di colera in Spagna, di
decine di suicidi (compreso il sensazionale balzo di un
finto suicida da un ponte di New York), di pi di un
accoltellamento e di una serie di sfacciate rapine in
banca a Ginevra. Oltre a tutti quei conflitti e malattie,
il quotidiano aveva riferito che il sultano, sua eccellenza
Abdul Hamid II, si apprestava a rompere definitivamente
l'alleanza di lungo corso con i tedeschi. L'articolo non era molto dettagliato, sebbene attribuisse le motivazioni
del sultano all'influenza di un giovane consigliere.
Lo shock pi forte, comunque, per Eleonora giunse
sotto forma di un telegramma, consegnato in una tarda
mattina di piena estate. Eleonora stava leggendo gli annunci
economici sull'ultima pagina dello Stamboul
Herald, quando Monsieur Karom le port in sala da
pranzo una montagna di lettere e telegrammi. Li appoggi
sul tavolo accanto a lei insieme al suo tagliacarte
e usc dalla stanza inchinandosi, sapendo che ormai
preferiva aprire la corrispondenza da sola. Come d'abitudine,
Eleonora la pass in rassegna, esaminando le
buste prima di mettere mano al tagliacarte. C'era un
telegramma da Parigi, una scarna lettera da Trebisonda
e qualcuna delle sue missive che le venivano rispedite
indietro per un motivo o per un altro. Verso il fondo
della pila si imbatt in un curioso telegramma che all'inizio
non riusc quasi a decifrare. Era stato spedito
attraverso una societ britannica, la Imperial and International
Communications Ltd. Nonostante la provenienza,
il messaggio non era in inglese, almeno a quanto
se ne capiva. Eleonora rimase a fissare i caratteri violacei
e confusi, sbattendo le palpebre. Lisci la carta sul
tavolo, fece in modo che la mente si rilassasse e si concentr
pi che pot. E presto il rompicapo fu risolto.
Sebbene composto in lettere latine, il telegramma era
scritto nella sua lingua madre.
LETTO DI TE SUL GIORNALE CONGRATULAZIONI
VENGO PRESTO ISTANBUL DESIDERO
VEDERTI A COSTANZA TUTTO BENE - TUA
ZIA RUXANDRA
Dopo averlo letto due volte, Eleonora alz il foglio dal
tavolo. Fiss lo spazio rimasto vuoto e il suo riflesso che
si muoveva sul legno lucidato. Sua zia Ruxandra. Si
morse il labbro, appallottol il telegramma azzurrino e
fece del proprio meglio per scacciarlo dalla mente. Tuttavia
sapeva che sarebbe stato impossibile. Qualunque
cosa avesse fatto, perfino bruciarlo o ingoiarlo o strapparlo
a pezzettini, non sarebbe stata in grado di liberarsi
di quel messaggio, n della consapevolezza dell'insensibilit
con cui sua zia, l'unica parente rimastale, l'aveva
abbandonata nel momento del bisogno. Qualunque cosa
Eleonora avesse fatto, le sue mani avrebbero conservato
l'odore di quell'inchiostro e quelle parole sarebbero
rimaste scritte nella sua testa a lettere maiuscole.
Eleonora?
Eleonora riconobbe la voce della signora Damakan,
ma non alz lo sguardo.
Non ti senti bene?
Eleonora fu percorsa da un brivido fino alle estremit.
Non si sentiva bene, per niente. Chiuse gli occhi e
strinse le dita attorno al telegramma appallottolato, ne
sent le punte conficcarsi nei palmi. Per quanto volesse
mostrare il telegramma alla signora Damakan, ricevere
un suo consiglio e la sua solidariet, Eleonora lo tenne
celato nel pugno. Dire del telegramma a chiunque, anche
alla signora Damakan, dar voce alla sua esistenza
gli avrebbe conferito un grado di realt con cui Eleonora
non era ancora pronta a confrontarsi.
 il caldo disse, alzando la testa. Se non  troppo
disturbo, credo che un bicchiere d'acqua mi farebbe
bene.
La signora Damakan la assecond senza batter ciglio.
Quando torn con l'acqua, Eleonora la bevve in
due lunghi sorsi.
Grazie disse in un soffio. Sto molto meglio.
Ed era vero. Si sentiva davvero molto meglio. Ma il
telegramma esisteva ancora.
Penso che quattro passi mi faranno bene disse,
avendo cura di non mostrare il pugno chiuso. Un giretto dentro casa.
La signora Damakan prese il bicchiere vuoto dalla tavola.
Se hai bisogno di qualcosa... cominci.
Se avr bisogno di qualcosa, verr a chiedervelo.
Mentre Eleonora si voltava per uscire, la signora
Damakan le rivolse uno sguardo di scoraggiata rassegnazione,
simile allo sguardo che un padre analfabeta rivolgerebbe
al figlio che gli avesse appena rimproverato
la sua ignoranza. Eleonora non intendeva essere acida.
Voleva bene alla signora Damakan come a una zia, come a una madre.
Grazie, signora Damakan.  solo che mi sento un
pochino irrequieta.
Eleonora vag per la casa del Bey senza una destinazione
particolare. Percorse a passo lento il grande ingresso,
sotto lo sguardo torvo del clan Barcous, oltre
la biblioteca e il salotto. Non si era mai sentita tanto
sola. Per la prima volta capiva sul serio cosa intendesse
il generale Krzab quando si lamentava del plumbeo peso
della responsabilit, l'oneroso aratro che buona parte dell'umanit
lotta all'infinito per aggiogarsi.
Alla fine Eleonora si ritrov all'ingresso degli appartamenti
delle donne. Non ne visitava i corridoi da parecchio
ma se ne sent attratta, richiamata dalla scura e
polverosa solitudine che offrivano. Sgomberando la
mente meglio che pot, attravers l'atrio e sal le scale.
Si spinse in un angolo pi buio degli altri, sopra la cucina,
e si distese sulla schiena. Con la testa appoggiata
sul legno, regolarizz il respiro ,e rimase a fissare l'oscurit
senza fine. Sapeva che doveva esserci un soffitto ma
non riusciva a individuarlo. Infine la sua mano si rilass
e lasci cadere il telegramma sul pavimento. Eleonora
mise all'opera la mente per cercare di decifrare la situazione
in cui si trovava invischiata, mettendo insieme
le informazioni che aveva su Ruxandra, sul Bey, su suo
padre, il sultano e il reverendo Muehler, ma per quanto si sforzasse, le tessere non combaciavano.
...
.
...
CAPITOLO 26.
...
.
...
Sua eccellenza Abdul Hamid II allarg un fazzoletto di
stoffa bianca sulle ginocchia e avvicin le narici al piatto
di pollo arrosto freddo che aveva davanti. Sebbene
comprendesse l'importanza dell'etichetta, delle cerimonie
e del protocollo di corte, la costante attenzione alle
procedure qualche volta lo stancava. Qualche volta sua
eccellenza non desiderava altro che mangiare un piatto
di pollo freddo facendolo a brandelli con le mani. Ed
era proprio ci che avrebbe fatto. In fin dei conti era il
sultano. Sorridendo fra s per il lusso sfrenato di un pasto
tanto grezzo, strapp la coscia del povero volatile
dal corpo e affond i denti nella carne. Il pollo era arrostito
all'egea e finito con una sciropposa pasta di noci.
Anche da freddo, aveva la pelle croccante. Dopo
aver spolpato la coscia, Abdul Hamid si serv di un pezzo
di pane per staccare la carne dal petto, poi fece piazza
pulita del resto.
Al termine del pasto, la carcassa giaceva sul piatto
devastata. Pulitosi le mani, il sultano appoggi il tovagliolo
sopra le ossa spolpate e si adagi sulla chaise-longue
con un bicchiere di t alla menta. Si concesse una
breve fantasia di natura sconveniente prima di riprendere
in mano il secondo volume della Clessidra. Era
senza dubbio un libro meraviglioso, pieno di colpi di
scena, di romanticismo, di orgoglio e avidit. La traduzione
di un'opera letteraria di tale valore rappresentava
un beneficio per i suoi sudditi e un onore per la lingua
turca. Ne beneficiava anche il suo piacere di lettore ma
era solo una conseguenza secondaria, un provvidenziale
ritorno della sua munificenza. Col libro appoggiato
sulla pancia, Abdul Hamid si perse in un attimo nella
lettura. Assorbito com'era dalla cruenta scena di battaglia
verso la fine del volume, durante la quale il luogotenente
Brashov apprende della supposta morte del fratello,
il sultano non sent lo scatto della porta che si apriva.
Vostra eccellenza.
Era il gran visir, che brandiva un giornale arrotolato come un manganello.
Cosa c'?
Vostra eccellenza. So che avete chiesto di non essere
disturbato. Ma ritengo che dobbiate vedere questo.
Il sultano si raddrizz e, tirando il tovagliolo sopra
un osso di pollo che era rimasto scoperto, si allung sopra
il tavolo per prendere dalla mano del suo consigliere
il giornale srotolato.
"L'Oracolo di Istanbul" disse, adocchiando il titolo.Cosa sarebbe? Un editoriale che invoca la mia abdicazione?
Un altro appello alla libert religiosa?
Molto peggio, vostra eccellenza. Se mi consentite di dirlo.
Il sultano lesse il primo paragrafo, il che richiese un
certo tempo perch non era molto ferrato in inglese.
Jamaludin Pasci toss e giunse rumorosamente le mani davanti a s.
La riga su vostra madre  quella che mi ha scosso di
pi disse, indicandola da lontano. A met del quarto capoverso.
Abdul Hamid lesse a voce alta: "E si mormora che
sia in combutta con la madre del sultano, niente meno".
Chiuse la frase con un forte scoppio di risa.
La signorina Cohen in combutta con mia madre.
Contro chi? A quale fine?
Jamaludin Pasci, per, non era affatto divertito. E
Abdul Hamid cap che non sarebbe stato in grado di
tornare al suo libro finch non avesse sistemato la faccenda.
Assumendo un'aria di seriet, il sultano ripieg
il giornale e lo appoggi accanto ai resti del pollo recentemente smembrato.
Non mi meraviglia che l'articolo vi abbia turbato
disse.  un attacco alla mia adeguatezza a governare.
Per non parlare del passo su mia madre. Ma che provvedimenti
possiamo prendere contro una testata newyorkese?
Abbiamo individuato l'autore dell'articolo. Alloggia
al Pera Palace, stanza 307. Se lo desiderate, posso
convocarlo a palazzo. Per mettergli paura, dargli qualcosa
di grosso da scrivere nel suo prossimo pezzo, e poi
caricarlo sulla prima nave per New York.
S disse il sultano. Buona idea.
Permettetemi anche di suggerire, vostra eccellenza,
che in ragione delle dicerie circolanti sarebbe meglio se
voi non vedeste pi la signorina Cohen.
Il sultano chiuse gli occhi e si premette il naso tra pollice e indice.
Mi aspettavo un consiglio del genere disse.
Lasciate qui il giornale, per cortesia. Ho intenzione di leggerlo
con pi attenzione per darvi ulteriori istruzioni questa sera.
Avrei un'ultima notizia, vostra eccellenza disse il gran visir, se posso riferire.
Prego.
Ho contattato la zia della signorina Cohen, Ruxandra,
che sembra essere l'unica parente utile. La mia intenzione
era soltanto quella di informare la zia sulla situazione
della nipote. Nel corso della corrispondenza,
tuttavia, mi sono sentito in obbligo di offrire l'assistenza
del palazzo nel caso la signorina Cohen decidesse di
voler lasciare la tutela di Moncef Bey e ritornare a Costanza.
Il sultano mormor qualcosa fra s e si alz, a significare
che l'incontro era concluso.
Come vi ho detto, aspettatevi ulteriori istruzioni per stasera.
S, vostra eccellenza disse il gran visir, inchinandosi e uscendo.
Quando la porta si fu richiusa, Abdul Hamid torn
a sedersi e spieg il quotidiano. L'articolo era piuttosto
divertente, bisognava ammetterlo, per quanto inaccurato
sotto molti aspetti e pieno di implicazioni accusatorie.
Chiss che voci avrebbe messo in circolo, o forse
aveva gi contribuito a diffondere. Il sultano era appena
arrivato al punto in cui si parlava della signorina
Cohen e di sua madre quando quest'ultima irruppe
nella stanza. Quale che fosse l'intento originario della
sua visita, al vedere l'articolo nelle mani del figlio cambi rotta.
Voglio sperare che l'autore di quelle calunnie infamanti
verr punito molto severamente.
Il sultano pieg a met il giornale e raddrizz la schiena.
Buongiorno anche a voi, madre.
Perdonate la mia sfacciataggine, vostra eccellenza
disse, inchinandosi.  solo che...
Non preoccupatevi le disse il sultano. Ho appena
detto a Jamaludin Pasci di trovare l'autore e punirlo come si deve. Riteniamo che la deportazione sia sufficiente.
La deportazione mi sembra sufficiente, sebbene
non serva a riparare al danno fatto da questa sconceria.
Allora il problema disse il sultano, sorseggiando
mesto il sedimento tiepido di t sul fondo del bicchiere,
il problema che dobbiamo porci  quali misure
prendere per fugare i pettegolezzi.
Che cosa suggerisce Jamaludin Pasci?
 agnostico.
In che senso?
Non si  formato un'opinione precisa.
Ovviamente era una menzogna. Sua madre sapeva
meglio di chiunque altro che il gran visir non era agnostico
su nulla, ma non era consentito contraddire il sultano.
Quindi prov ad avanzare su una strada differente.
Oltre alla punizione dell'autore e al problema dei
pettegolezzi disse, c' la questione della ragazzina.
Bisogna occuparsi anche di lei. Non vedo la necessit
di punirla. Non ha fatto nulla di male. Ma finch
non ce ne occupiamo, non potremo cominciare a ribattere
ai pettegolezzi.
Quale approccio suggerite, madre?
Lei si port la mano alla gola e se la accarezz dall'alto
in basso come se ci riflettesse per la prima volta.
Per come la vedo io, potremmo prendere due strade.
Nessuna delle due  l'ideale ma entrambe farebbero
il nostro gioco.
Bene disse Abdul Hamid, dando un'occhiata al
vortice di foglie di t e menta sul fondo del suo bicchiere.
Continuate.
La prima possibilit disse  la deportazione. Rimandarla
in Romania e metterci una pietra sopra. La
seconda sarebbe invitarla a vivere a palazzo. Potremmo
trovarle una stanza ai limiti dell'harem, farle prendere
lezioni di musica e calligrafia. Entrambe le soluzioni
presentano dei problemi,  chiaro, ma hanno anche
dei lati positivi.
Affascinante disse il sultano grattandosi la nuca,
appena sotto il turbante. In effetti non avevo considerato
la seconda opzione ma  molto affascinante, soprattutto
visto che a proporla siete voi. Datemi il tempo
di rifletterci.
Nel tardo pomeriggio di quello stesso giorno, davanti
all'ingresso dei bagni di Jemberlitas si ferm una
processione di vetture imperiali da cui scese il sultano
abbigliato con un cafetano di seta azzurro profilato di
rosso e argento. Entr nei bagni con un seguito di barbieri,
massaggiatori, portatori di asciugamani e servitori
in genere. Sei giorni alla settimana il complesso brulicava
di uomini comuni con comuni schiene villose,
che si insaponavano borbottando. Il sabato, per,
(Jemberlitas era chiuso al pubblico. Il sabato Abdul
Hamid si sdraiava in solitudine nel centro della sala
grande, a guardare i raggi del sole penetrare il vapore.
Sebbene a palazzo ci fosse una serie di magnifici bagni,
di raffinatissima decorazione e progettazione, Jemberlitas
non aveva rivali.
Spogliatosi, il sultano entr nella sala principale, satura
di vapore. Il soffitto a volta, un dodecaedro in graduale
ascesa, era formato da un'infinita ripetizione di
piastrelle che al culmine lasciavano filtrare il sole. Attorno
al perimetro della sala erano disposti una decina
di rubinetti, tutti rivolti verso il lastrone di marmo grigio
chiaro nel mezzo. Sembrava una moschea consacrata
al corpo umano: adagiato sulla schiena al centro del
marmo, con il sole che perforava il vapore alla perfezione,
il sultano sent la presenza di qualcosa di pi grande
di lui. Dopo qualche minuto di solitudine, convoc la
servit, che si mise al lavoro per lavare, stiracchiare e
massaggiare i muscoli del reale corpo. Era durante
quelle sessioni purificanti che riusciva a pensare meglio.
Assistito dalla presenza divina, i sensi oscurati
dal vapore e dalla schiera di mani che frizionavano l'involucro
del suo corpo, il sultano concedeva alla propria
mente la libert di vagare su sentieri poco familiari, di
aggirarsi senza meta sulla via maestra della logica. Era l
che aveva avuto la visione della linea ferroviaria dell'hajj, che aveva risolto tanti conflitti con l'amministrazione
del Debito pubblico, che aveva infine deciso come
comportarsi con i Safavidi.
Quel giorno, ovviamente, il dilemma era cosa fare
con la signorina Cohen. Non era del tutto convinto
che fosse necessario prendere misure contro la ragazzina
ma sua madre e il gran visir avevano insistito. E il
sultano sapeva che nelle rare occasioni in cui quei
due erano d'accordo valeva la pena, quanto meno, di
considerare tutte le possibili alternative. La situazione
attuale, se ne rendeva conto, non era sostenibile.
Non che sospettasse Moncef Bey di nulla che non fossero
i suoi gruppi di lettura. La questione riguardava
solo la signorina Cohen e la sua crescente reputazione.
Sua madre aveva presentato la cosa con chiarezza. Bisognava
scegliere tra due strade. O rispedire la signorina
Cohen a Costanza, la strada che il gran visir sembrava
preferire, oppure invitarla a vivere a palazzo, farle prendere
qualche lezione di musica o darle un'occupazione
burocratica, permettendole cos di vivere un'esistenza
di confortevole anonimato. Jamaludin Pasci, per,
quasi certamente non avrebbe mai appoggiato questa
seconda strada. La fine dell'alleanza coi tedeschi lo stava
gi mettendo a dura prova, tanto che a volte il sultano
si domandava se fosse in grado di svolgere fedelmente
i suoi doveri. Ma a quello avrebbe pensato un
altro giorno. Inspirando, chiuse gli occhi e, mentre seguiva
la ragnatela di colori tracciata dalla luce all'interno
delle sue palpebre, si concentr appieno sulla questione
che riguardava Eleonora Cohen. Quando riapr
gli occhi, aveva la soluzione.
E fu cos che, tra i vapori e l'ambra grigia di
Jemberlitas, Abdul Hamid decise di invitare Eleonora a vivere
a palazzo, dove gli avrebbe fatto da consigliera personale
e avrebbe docilmente risposto ai suoi interrogativi.
Di tutte le alternative, era l'unica che avesse senso.
Naturalmente la sua presenza nei corridoi del potere
avrebbe rappresentato una minaccia per gli altri consiglieri,
ma ci si sarebbero abituati cos come avevano
trovato il modo di convivere fra loro; e se non ci fossero
riusciti, avrebbero dovuto cambiare mestiere. I consiglieri se li sceglieva da solo.
...
.
...
CAPITOLO 27.
...
.
...
La terza visita di Eleonora a palazzo fu molto diversa
dalle due precedenti, sia nei modi sia nelle finalit. All'arrivo
della carrozza imperiale, Eleonora era ancora in
camera sua, al piano di sopra, a vestirsi con l'aiuto della
signora Damakan e a riflettere sui piani per la giornata.
Era tutta la mattina che tuonava e sulla sua scrivania
c'era una pila di lettere a cui doveva rispondere, per
non parlare del telegramma di sua zia Ruxandra, appallottolato
accanto al resto della corrispondenza. Sebbene
non si sentisse ancora pronta a tornare alle abitudini di
prima, il pensiero di leggere per il piacere di leggere cominciava
a solleticarla come non era pi successo dopo
l'attacco. E magari avrebbe potuto dedicare un po' di
tempo all'esplorazione della casa del Bey. Ovviamente,
l'arrivo della carrozza imperiale mand all'aria qualunque
progetto. Senza dire una parola, la signora Damakan
abbotton il vestito di Eleonora sulla schiena e insieme
si affrettarono a scendere nell'ingresso, dove l'araldo
del sultano attendeva con le mani strette alla cintola
e il tallone che scalpitava sul pavimento.
Signorina Cohen disse l'araldo, facendo un profondo
inchino. Sua eccellenza ha richiesto di vedervi non appena possibile.
S... rispose Eleonora, esitante. Certo.
Si volt verso la signora Damakan, poi di nuovo verso l'araldo.
Datemi solo il tempo di cambiarmi.
Senz'altro disse l'araldo. Ma ci tengo a precisare
che sua eccellenza desidera vedervi il prima possibile.
Forse l'abbigliamento non  cos importante.
Eleonora sent che la signora Damakan la sospingeva
delicatamente e si ritrov fuori dalla porta d'ingresso, al
seguito dell'araldo. Senza neanche avere il tempo di riflettere,
fu in carrozza, diretta a palazzo. Invece di prendere
la salita verso la porta del Saluto, la vettura segu la
curva del Bosforo lungo il Corno d'Oro, pass davanti a
una fontana pubblica con una copertura di rame verde e
giunse all'angolo nordorientale del Topkapi. Il cancello
che proteggeva quell'ingresso era molto pi piccolo della
porta del Saluto, ma non si poteva dire che non fosse
imponente. L'arco soprastante, intagliato in un unico
blocco di basalto e adorno di maioliche turchesi a forma
di stella, sembrava la bocca di un'enorme balena che si
apriva per inghiottirli tutti interi.
Scesa dalla carrozza, Eleonora fu avvicinata da una
languida giovane, molto somigliante a quelle che aveva
osservato dopo l'attacco, mentre riposava nelle stanze
private del sultano. Era giovanissima, al massimo diciassettenne,
ma nella sua morbida veste di cotone sembrava
gi una donna fatta. Senza dire una parola, prese
la mano di Eleonora e le baci le punte delle dita.
Il sultano ti aspetta.
Aveva straordinari occhi verdi, screziati d'oro e accoccolati
in un nido di foltissime ciglia. Dopo aver lasciato
a Eleonora il tempo di ricomporsi, la giovane si
gir e la condusse nel cuore del palazzo. Discesero un
viottolo e ne risalirono un altro, prendendo due volte a
destra e una a sinistra prima di entrare in un androne
dal soffitto bombato che profumava di agrumi e muschio.
Devo lasciarti disse la giovane, fermandosi davanti
a un'alta porta fiancheggiata da due guardie di palazzo.
Il sultano desidera incontrarti da sola.
Le guardie si scostarono ed Eleonora sent in fondo
alla gola il graffiante sapore della bile. Teneva stretta la
mano della giovane.
Per favore le disse, posso farti una domanda?
La giovane guard Eleonora con un misto di compassione
e di affetto, neanche fosse un passerotto appena
nato perdutosi nel bosco.
Tu sai di cosa lui mi vuole parlare? Cio, sua eccellenza?
No rispose la giovane. Non lo so. Ma puoi star
certa che ti tratter bene, qualunque cosa voglia da te.
Eleonora cerc di pensare a un'altra domanda, ma
non gliene vennero in mente. E cos la giovane si volt
e ripercorse i propri passi attraverso l'atrio.
La stanza a cui Eleonora era stata scortata era nota
come la camera degli Iris, per via dell'intarsio floreale
sull'intonaco attorno alla porta. Era una stanzetta relativamente
spartana, il cui muro di fondo era occupato
in gran parte da un'ottomana blu semicircolare, sulla
quale il sultano stava leggendo. Oltre all'ottomana e
a una sedia di legno con lo schienale incurvato e intarsiato
di madreperla, la camera degli Iris era arredata
soltanto con uno scrittoio e un quadro raffigurante la
caccia alla volpe. Per qualche momento Eleonora guard
il sultano leggere, poi gli parl.
 La clessidra?
S disse lui, appoggiando il libro a faccia in gi
sull'ottomana. Non potr mai ringraziarvi abbastanza
per avermelo consigliato.
Dove siete arrivato?
Terzo volume. Quando siete entrata, ero giusto arrivato
alla scena in cui il generale Krzab riunisce i
membri rimasti della sua famiglia per rimproverarli e
distribuire la fortuna che aveva scoperto in fondo all'armadio
di sua madre.
"La verit  un pesciolino guizzante" disse Eleonora,
citando la famosa battuta pronunciata dal generale
qualche pagina prima. "Scaglie luccicanti nell'acqua, resiste
strenuamente alla lenza..."
Il sultano sorrise e termin la citazione.
"... Ma sul fondo della barca  scialbo e greve come
piombo."
Mentre il sultano parlava, Eleonora si rese conto di
aver commesso una gravissima violazione dell'etichetta.
Non solo gli si era rivolta direttamente, senza usare il
suo titolo, ma entrando aveva anche trascurato di inchinarsi.
Si copr la bocca e fece ammenda inginocchiandosi
e appoggiando la fronte sul pavimento.
Vi prego disse il sultano.
Lei si volt a guardarlo tenendo la tempia premuta
sulla piastrella fresca.
Non ce n' bisogno. Se lo desiderate, potete sedervi
le disse lui, indicandole la grande sedia di legno alla sua destra.
Eleonora and verso la sedia con circospezione, per
paura di violare di nuovo il protocollo, e si sedette in
punta. Da vicino, not che il viso del sultano somigliava
molto a quello del Bey, soprattutto intorno al naso e
al labbro superiore. A differenza del frondoso odore di
sigaro del Bey, per, il sultano profumava di lavanda e
lill, con un tocco di arancia.
Volevo parlarvi in privato cominci. Ho una
domanda importante da farvi e desidero che mi rispondiate
da sola, senza le pressioni della corte. Ve la sentite
di rispondere per voi stessa? Siete pronta a prendere
una grossa decisione che condizioner il resto della vostra vita?
Eleonora si guard le scarpe, lucide, che dondolavano alzate da terra.
S. Sono pronta.
Naturalmente la decisione spetta solo e soltanto a
voi, ma vi prego di tenere presente che gli effetti della
vostra scelta si rifletteranno sulla vita di molte persone.
Si interruppe per guardarla. Eleonora aveva le mani
in grembo e un'espressione di suprema serenit in viso.
Quello che volevo chiedervi  se vi andrebbe di venire
a vivere a palazzo. Alloggereste qui, nel Serraglio,
anche in questa stanza, se vi piace. Passereste le giornate
leggendo, suonando l'ud, imparando la calligrafia o
facendo quello che vi va. Ogni vostro desiderio sarebbe
esaudito. Non dovreste fare niente in cambio, tranne di
tanto in tanto discutere gli affari di Stato con me o con
il gran visir.
Eleonora disgiunse le mani e se le pass tra i capelli.
Era davvero una domanda cruciale, che la colse di sorpresa.
C'erano tante eventualit e tante conseguenze di
cui tener conto. Cerc di rifletterci bene, di sviscerare
la questione, ma si sent sopraffare da un vorticoso senso
di pesantezza non dissimile dal mancamento che
aveva preceduto l'attacco. Strabuzz gli occhi e torn in s.
E il Bey cosa far?
Il Bey? Mi aspetto che Moncef Bey riprender a vivere
la vita che conduceva prima del vostro arrivo.
Pensate che ci resterebbe male?
Il sultano sembrava alquanto perplesso.
Non posso sapere come reagirebbe. Per mi sento
di ricordarvi che questa decisione spetta solo a voi. Bisogna
sempre tenere in considerazione chi ci sta attorno,
ma  importante non perdere di vista il proprio interesse personale.
Eleonora annu.
Cosa mi accadr se decido di non venire a vivere a palazzo?
Nessuno rispose il sultano pu dirlo con certezza.
Ma  un'ottima domanda. Dimostra che avete compreso
molto bene la vostra situazione.
Il sultano fece una pausa, si rigir in bocca una pasticca
o qualcosa di simile.
Immagino siate informata del prossimo arrivo di
vostra zia a Istanbul. A quanto ho capito,  sua intenzione
riportarvi a Costanza. Naturalmente, se sceglierete
di venire a vivere a palazzo, vedremo di farle cambiare
idea.
Mentre il sultano le parlava della vita a palazzo e del
patrimonio della biblioteca imperiale, Eleonora lasci
vagare lo sguardo sul dipinto della caccia alla volpe. La
composizione era dominata da cani e cavalli, cosicch
impieg un attimo a individuare la piccola volpe raggomitolata,
nell'angolo a destra, nascosta nel cavo di
un albero. Si accorse di essere rimasta in silenzio piuttosto
a lungo quando il sultano si alz.
Posso chiedervi verso quale alternativa propendete?
Eleonora non propendeva verso nessuna delle alternative.
Ci che desiderava era continuare a vivere come
prima, a vivere tranquilla con Moncef Bey, Monsieur
Karom e la signora Damakan. Tuttavia capiva che
non sarebbe pi stato possibile, per diverse ragioni.
Ma certi pensieri bisognava tenerli per s.
Propendo verso il palazzo cominci. Ma se mi 
consentito, vorrei prendermi un po' di tempo per decidere.
Mi sembra giusto disse il sultano, tornando a sedersi
sull'ottomana.  una decisione importante e
non voglio mettervi fretta. Vi mander un araldo domani
mattina. Se avrete deciso di venire a vivere qui,
fate trovare pronti i bagagli. In caso contrario, spero
che mi userete la cortesia di un altro incontro per discutere della vostra decisione.
Certo.
Il sultano si rialz e la accompagn alla porta. Per un
momento, in piedi all'ingresso della camera degli Iris,
si guardarono: una bambina e un uomo non molto pi
alto di lei, gi avviato verso la terza et. Inchinandosi,
Abdul Hamid le prese la mano e la baci.
Sulla carrozza di ritorno dal palazzo, Eleonora vide
Istanbul in una nuova luce. Le dimore sul lungomare,
i vecchi che pescavano dal ponte di Galata, il fervere
dei commerci nei mercati, perfino gli uccelli marini
in volo, tutto era imbevuto dell'aroma del possibile.
Ripens a una battuta del discorso del luogotenente
Brashov al fratello appena prima della sua morte:
Con ogni scelta, anche quella dell'inattivit, chiudiamo
la porta a una serie di futuri alternativi. Ogni passo
che compiamo sul sentiero del destino rappresenta una riduzione
del potenziale, la morte di un mondo parallelo. Il
sentiero del destino sembrava pi che altro una galleria
e le si restringeva attorno a ogni passo che compiva.
Tornata a casa, Eleonora non era in vena di parlare.
Aveva moltissime cose su cui riflettere e ben poco tempo.
Dopo che ebbe detto al Bey della visita a palazzo e
dell'offerta del sultano, passarono il pomeriggio chiusi
ciascuno nel proprio silenzio, lui a sfogliare i giornali
della settimana e lei a sbrigare la corrispondenza. Tra
le altre, c'erano una lettera da Parigi di un bambino
che voleva sapere con esattezza quali libri avesse studiato
e una lunga lamentazione di un monaco italiano che le
descriveva la situazione politica attorno a Siena. Eleonora
scrisse qualche risposta ma poi si perse in contemplazione
di un lontano banco di nubi. Se solo fosse riuscita
a concentrarsi sulla sua situazione, a risolverla come
aveva risolto i problemi del sultano e di tutte le persone
che le scrivevano chiedendo consiglio. Posata la
penna, giunse le mani in grembo e chiuse gli occhi, portando
l'attenzione sulle circostanze all'origine della scelta
che aveva davanti. Se solo avesse saputo come far
combaciare le tessere - il rompicapo del reverendo, il
giovane del Caf Europa, il Bey, il gran visir, la madre
del sultano - se solo fosse riuscita a cogliere il significato
del tutto, pens, avrebbe fatto la scelta giusta.
Dopo parecchio riapr gli occhi, ancora lontana dalla
risposta. Osserv il suo stormo che rincasava alla spicciolata,
ogni upupa da una scorreria diversa nei vicoli
della citt. Man mano che il tiglio si colorava di viola
con il loro chiacchiericcio, Eleonora si rese conto che
la questione in s era mal posta. Pens alla massima della
signorina Ionescu: Non c' consiglio pi saggio dei dettami
del proprio cuore. E ricord le righe successive:
Quando segui le ardenti istruzioni del tuo cuore, quando
segui non la via pi facile n la pi egoista, bens la via che
hai sempre saputo essere quella corretta, allora saprai con
certezza di fare ci che  giusto. La verit, se ne rese conto
in quel momento, era che lei non ne voleva sapere. Non
voleva la protezione del sultano, n quella del Bey. Non
voleva Costanza n Ruxandra. Non ne voleva sapere
della profezia della signora Damakan n di tutta quella
gente che le chiedeva consigli. Quello che voleva, pi di
ogni altra cosa, era stare sola, alla larga dai progetti e
dalle aspettative altrui, senza debiti e senza legami.
Dopo una cena silenziosa a base di stufato di manzo
e riso, Eleonora si scus e sal al piano di sopra. Mise la
candela sul comodino, poi and al bovindo. Appoggi
i gomiti sul davanzale e guard in lontananza le mura
bianche del palazzo. Lo stretto luccicava come zucchero
candito, rifletteva una fila di luci sospesa tra i minareti
della moschea Nuova. Eleonora riusciva a vedere il
profilo delle navi che solcavano l'acqua come fantasmi
e, lontanissimo, sent il gemito di un treno che frenava
entrando nella stazione di Sirkeci. Il rumore si port
dietro l'abbozzo di un pensiero, posatosi con delicatezza
sul davanzale come un uccello marino stanco dopo
la traversata dell'oceano. Sembrava proprio la soluzione
che stava cercando ma, prima che avesse modo di rifletterci bene, bussarono alla porta.
Avanti.
Alla luce della porta, sulla cui soglia si ferm, i lineamenti del Bey assunsero un'aria spettrale.
Spero di non avervi svegliata disse, anche se era ovvio.
No rispose Eleonora voltandosi completamente a
guardarlo. Niente affatto.
Volevo dirvi che far del mio meglio per sostenervi,
per favorire i vostri interessi, a prescindere dalla decisione
che prenderete.
Tacque per un momento, durante il quale la luce
della candela guizz nervosa sul suo viso. Poi, infilata
una mano nella giacca, ne tir fuori un borsellino.
Vostro padre disse, mostrandoglielo sul palmo
aperto ha lasciato questo. Era nel suo bagaglio.
Lo appoggi sul comodino e indietreggi nel corridoio,
la nitidezza dei suoi tratti si confuse con l'oscurit.
Qualunque strada sceglierete, non ve ne pentirete.
Grazie disse Eleonora. Di tutto.
Non c' di che.
Il Bey usc e per tre minuti buoni Eleonora rimase
con le spalle alla finestra aperta, a fissare l'oscurit della
stanza mentre ideava il suo piano. Poi chiuse i vetri, si
spogli e si infil a letto. Prima di soffiare sulla candela,
sleg il laccio del morbido borsellino di pelle e sbirci
all'interno. C'erano due monete da dieci kurus e
cinque banconote da cento lire. Non era molto brava
coi soldi ma sapeva che le sarebbero bastati.
Sdraiata a letto, Eleonora ascolt i rumori della casa
che andavano spegnendosi, il cigolio delle porte che cedeva
il passo a suoni pi minuti, esterni, il vento che
soffiava tra le foglie e gli animali che si muovevano nelle
gronde. La luna sorse all'orizzonte come una citt
lontana, illumin la sua scrivania, la sua poltrona e la
toletta con la luce bianca della tarda estate. Le sarebbe
mancata quella camera, come le mancava la camera di
Costanza, ma non poteva restare. Non poteva e basta.
Quando la luna fu al culmine e la casa silenziosa, Eleonora
scivol fuori dal letto e con passo felpato si diresse
all'armadio. Spinse di lato i suoi abiti e prese i pantaloni,
la camicia, il fez e la giacca che aveva notato il
giorno del suo arrivo a Istanbul. Si vest meglio che pot.
Con le forcine nei capelli e un'ombra di polvere di
carbone sotto gli occhi, le riusc di assumere i panni di
un fattorino dai tratti delicati.
Poi fu la volta del biglietto. Prese un pezzetto di carta
dal cassetto di mezzo della scrivania e, intinta la sua penna
preferita nel calamaio, scrisse un'unica parola in cima
al foglio. Arrivederci. Sotto, la sua firma. Il cuore le batteva
rapido e aveva il respiro corto, quando non le mancava
del tutto. Apr il cassetto della toletta, prese il segnalibro
di sua madre e lo mise nella tasca interna della
giacca. Stiracchiando le dita dei piedi e facendo schioccare
la mascella, ci infil anche il borsellino di pelle di
suo padre. Poi, dopo un'ultima occhiata allo specchio,
sporse la testa in corridoio e si lasci la stanza alle spalle.
In cima alle scale si ferm a guardare gi, l'ingresso.
Era un antro con angoli cupi e ombre che balenavano
lungo le pareti. Serrata la mano sulla balaustra, scese
di corsa i gradini, respirando con la bocca e ascoltando
l'eco dei propri passi. Quando arriv in fondo, la casa
emise un lamento, come se le avesse calpestato un livido
fresco. Davanti a lei il tappeto si allargava come un lago
di fuoco su cui scintillava la luce della luna riflessa dal
lampadario. Eleonora tocc il borsellino che aveva in tasca
e, con un brivido, prosegu lungo il corridoio, negli
appartamenti delle donne, attraverso gli scuri corridoi
soffocanti, gi per le scale e fuori dalla piccola porta di
ferro, nelle stalle del Bey, dove l'aria pesante sapeva di
paglia. Lasciando la porta socchiusa, sgusci accanto ai
cavalli, che nitrirono, e oltrepass i cancelli della stalla.
Era all'esterno. Aveva il vento sotto i piedi e sopra di
lei c'era solo il cielo, un lembo nero bucherellato dagli
scorci del firmamento che oscurava. Un gatto bianco
attravers la strada furtivo e le ammicc con l'unico occhio
azzurro. Lei cap. Il mondo era grande, era freddo
e odorava di possibilit. Il suo stormo si era disperso; il
loro compito era terminato.
Eleonora si volt a guardare la gialla grandiosit della
casa del Bey e, nel dubbio di aver intravisto la sagoma
curva della signora Damakan nella cornice del suo
bovindo al secondo piano, si affrett lungo la strada
principale. Attravers il ponte illuminato dalla luna,
verso la stazione di Sirkeci. Da l avrebbe potuto prendere
un treno per qualunque destinazione europea, Parigi,
Budapest, Berlino, San Pietroburgo o Praga. Viaggiatrice
clandestina, sarebbe uscita di soppiatto, inosservata, dalla storia.
...
.
...
Epilogo.
...
.
...
Il 30 agosto 1886, nove anni e una settimana dopo che Eleonora Cohen era venuta al mondo, la citt di Istanbul si svegli scoprendo che il suo oracolo era scomparso.
Le upupe viola e bianche furono avvistate appollaiate sopra l'ingresso del bazar egiziano, sui rami di un ulivo vicino al Petit Champ des Morts e in volo sopra il vecchio ospedale greco appena fuori dalla porta d'Oro.
A Balat un bambino intraprendente ne cattur una con il cesto del pane di sua madre. Purtroppo, l'uccello mor poco dopo la cattura. Le altre upupe furono avvistate sole, dirette verso destinazioni opposte. Per ordine del sultano, sua eccellenza Abdul Hamid Secondo, tutti i veicoli in uscita dalla citt furono fermati e perquisiti. La gendarmeria fu messa in massima allerta e i connotati di Eleonora furono trasmessi al personale ferroviario in un raggio di cinquanta chilometri dalla citt. Il Bosforo venne dragato e una muta di sivas kangal fiut il suo odore. Moncef Bey venne arrestato per essere interrogato, insieme a Monsieur Karom e alla signora Damakan. Tuttavia, pareva proprio che nessuno sapesse dov'era finita Eleonora. Era sparita, scomparsa, senza lasciare traccia se non un biglietto e un armadio pieno di vestiti.
Alla fine fu celebrato un funerale e la vita torn al suo solito corso. Ruxandra rientr a Costanza con il nuovo marito. Il reverendo Muehler port a termine l'incarico al Robert College e, grazie ai suoi contatti al dipartimento della Guerra, ottenne un posto alla Yale. Moncef Bey riprese a organizzare i suoi incontri al Caf Europa e Monsieur Karom continu a informare il palazzo sulle attivit del suo padrone. La signora Damakan lasci Istanbul e and a vivere con la nipote a Smirne. Il sultano decise di licenziare Jamaludin Pasci ma poi acconsent, su preghiera della madre, a dargli un'ultima occasione. A Zeytinburnu apr una nuova scuola femminile, fu consacrata la moschea di Yildiz Hamidiye; il progetto della ferrovia Berlino-Baghdad
and a monte; Robert Louis Stevenson pubblic Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, e nel porto di New York venne eretta la Statua della Libert.
La storia continu la sua marcia e la vicenda di Eleonora Cohen fu dimenticata; nota a margine nella storia del declino ottomano, Eleonora scivol in un definitivo anonimato. Se abbia compiuto la profezia della signora Damakan o l'abbia elusa, se sia stata davvero colei che avrebbe rimesso in sesto il mondo, non si sapr mai con certezza. Ed  meglio cos. Perch i ciottoli nel fiume della storia sembrano diversi a seconda della prospettiva da cui li si guarda.
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Questo libro deve la sua esistenza alla saggezza, alla generosit e alla pazienza, all'amore e al sostegno di molte persone. In cima alla lista c' la miglior squadra di agenti editor che si possa desiderare. Ringrazio Nicole Aragi, che non  solo un'agente letteraria meravigliosa ma soprattutto una persona meravigliosa; e Terry Karten, che con le sue doti di saggezza, gentilezza e dedizione  un'ispirazione costante. Ringrazio anche Jane Beirn, Olga Gardner Galvin, Sarah Odell, Christie Hauser, Jocelyn Kalmus, Jim Hanks, Katherine Levy e tutto il personale della HarperCollins per il gran lavoro svolto e per l'entusiasmo.
Sono enormemente grato, per la pazienza, la passione e l'incoraggiamento, ai miei mentori: Engin Akarli, Marilyn Booth, Maud Casey, Elliott Colla, Michael Collier, John Keene, Joan Nathan, Howard Norman, Ben Percy e Michael Ray.
Molte grazie al National Endowment for the Arts, alla Elizabeth George Foundation, alla Ludwig Vogelstein Foundation, alla Napa Valley Writers' Conference, alla Squaw Valley Community of Writers, alla Bread Loaf Writers' Conference, all'Hall Farm Center, alla William J. Fulbright Foundation, al New York State Summer Writers Institute e alla Rotary Foundation, la cui generosit mi ha garantito il tempo e lo spazio per scrivere.
Grazie infinite agli amici, ai familiari e ai colleghi scrittori che hanno letto incarnazioni precedenti di questo libro e che coi loro suggerimenti hanno contribuito a farne ci che : Adam Akullian, Anna Akullian, Jenny Asarnow, Lillie Brum, Jonah Charney-Sirott, Avery Cohn, Nava Et Shalom, Bucky Fazen, Kevin Fingerman, Danny Fingerman, Leah Fisher, Cooper Funk, Daniela Gerson, Billy Karp, Ben Lavender, Krys Lee, Cheryl Ossola, Ethan Pomerance, Robby Rapoport, Ana Maria Santos, Charles Shaw, Seth Shonkoff e Nomi Stone.
Grazie ai Lukas, ai Coleman, ai Colman, ai Brum e agli Akullian, la miglior famiglia che ci sia, per non avermi chiesto troppo spesso quando mi sarei trovato un lavoro come si deve. Grazie a pap per i sogni, per avermi insegnato a smembrare le cose e rimetterle insieme; e a Wendy per Narnia, Dickens e Harriet la spia. Grazie a mamma per la zuppa di pollo, Super Mario 3 e tutto quello che sta nel mezzo; e a Dave per Zio Gabby, Baby Bobby e Inspiration Point. Infine, grazie a Haley, per tutte le cose gi citate e molto di pi.
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FINE.